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Scrittura

Le muse bendate di Pasanisi

Il Novecento contro la modernità

Immagine articolo Fucine MuteIl saggio di Roberto Pasanisi Le “muse bendate”: la poesia del Novecento contro la modernità (Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2000, pp. 176) esemplifica la memoria e le vicende del Novecento “poetico”, abbozzando interessanti nozioni che potrebbero un giorno abbracciare una teoria anche nell’ambito della psicologia dell’arte.

Si parte da “La morte della bellezza”, che è un dato di fatto, poiché il concetto di bellezza si è andato via via trasformando fino a perdersi lontano dalla “tradizione”, ma tra i responsabili oltre l’industrializzazione, il tecnologismo, la mercificazione, la massificazione e l’involgarimento, si può aggiungere, nella “reazione emotiva” degli intellettuali a questi imponenti disegni sociali dei tempi, tra le “maglie della critica” l’estremizzazione di alcuni concetti o impostazioni che hanno fatto avanzare leavanguardie in una “reazione intellettuale” a questi processi storici, reazione decisamente poco strategica. La critica ha poi trascurato di rifondare “qualcosa come la bellezza”.

Il secolo appena trascorso, come dice l’autore del saggio, è stato “meraviglioso e tremendo” e, agli stessi intellettuali, difficilmente comprensibile.

Alcuni poeti, come Pier Paolo Pasolini, sono riusciti a ragionare applicando al loro pensiero e alla loro formatività un leggero spostamento, quasi impercettibile, rispetto alla mimesi come processo intellettuale e artistico. La testimonianza che ne è risultata è dunque oggi essenziale, poiché ci permette di capire la realtà non da chi vi aderiva pienamente nella sola “reazione” o “processo” (compresi i “figli della borghesia” che aderirono agli scontri contro le forze dell’ordine appassionati da motivi mascheratamente ideologici che avevano come obiettivo la sola distruzione delle linee sopracitate di sviluppo del Novecento e non il miglioramento della nostra società attraverso “lotte” politiche accanto alle classi meno abbienti), ma abbiamo una testimonianza “al lato della strada”, una testimonianza di un passante che non è né neutro politicamente, e quindi visibile e criticabile, né sprovveduto intellettuale che emotivamente si tuffa nell’onda del momento senza ponderare l’oceano.

L’analogia tra la realtà e le rappresentazioni artistiche o il pensiero era sì presente, ma mi pare che Pasolini applicò un ulteriore passaggio: il limite del suo sguardo e le sue tesi oltre la realtà del momento si facevano più acute più acuti erano i momenti di crisi, anche sociali, e dunque non la sola realtà veniva rappresentata prepotentemente nell’opera d’arte, ma l’ideologia intesa anche come frutto di una ideazione che non trascura il “non sapere, non poter rappresentare” l’essenza delle cose.

E fu così che Pasolini andò “ad iscrivere la sua azione sotto il segno d’un paradosso, d’una tragica ma fattiva antinomia” perché nell’essere elemento della società “rispondeva”, cioè si faceva interlocutore e “coscienza critica”, ma non “reagiva solo criticamente”, decretando la propria inettitudine a compiere un’azione al di fuori del proprio circolo poetico o del proprio circuito di pensiero, anzi si “differenziava” dalla mimesi, trovando una propria autonomia.

Il paradosso in cui visse questo artista tra il limite umano e il nulla, la propria ideologia personale e la società, può essere oggi una delle “muse bendate” che ci fa comprendere il Novecento?

Immagine articolo Fucine MuteLo è se si medita, e si riconosce, l’importanza che hanno avuto le avanguardie artistiche nel secolo scorso, il cui “piede” si è talvolta trovato sul tassello mancante, sull’anello troppo stretto tra la propria esperienza artistica e la società. Non avrebbe mai potuto calzare in questa relazione, in stretto rapporto con i processi in atto nella società, l’identificazione del poeta a concetti quali la “massa” e il consumismo sfrenato imposto dalla produzione.

Comunque i processi non sono né negativi né positivi, semmai possono essere vissuti attivamente, rispondendo con delle proposte ai cambiamenti, o con passività. Forse il “rispondere” nella società non più come individui, ma come ampio gruppo di opinione perseguendo il fine di controllare alcuni meccanismi (come ad esempio oggi l’associazione dei consumatori che denuncia gli aumenti indiscriminati dei prezzi), avrebbe potuto fornire, se sviluppato preventivamente all’interno degli apparati occidentali, una coscienza diversa e strumenti utili a riequilibrare i rapporti tra istituzioni, industria culturale, lobby economiche, cittadini…

Le cose non vanno mai perfettamente, e in generale pochi artisti sono riusciti a restare in equilibrio su questa fune, tra la massa, i propri fini ideologici e il vuoto, o tra il proprio sentire i processi sulla pelle e le scelte di chi sta in “alto”.

Oggi possiamo solamente trasportare i corpi dei poeti caduti in evoluzioni spettacolari, parlarne ancora e sentire che gravano i loro pensieri e tutta quella testimonianza, e abbandonarli una volta capite le ali che fino all’ultimo li hanno premuti saldamente a terra.

Questo sarebbe “un migliore esorcismo della morte” rispetto agli stereotipi e alle banalità che quotidianamente passano i media in alcuni orari per farci passare la vita senza preoccupazioni quando, dice Pasanisi, la vita è “attentato continuo” (tutto questo mentre nella nostra Italia c’è gente che fonda la società su un vile clientelismo e su nessun progetto concreto, e non si tratta della sola politica, si tratta di molti che hanno quel po’ di potere che li fa sentire “grandi”), e in questa “morte della bellezza” l’artista che ha il “privilegio dell’arte e della bellezza” si deve calare, con intenzionalità, non preoccupandosi di perdere gli onori e gli applausi dell’élite a cui piacciono solo le paroline misurate o oggetti simili a monili.

In ultima analisi pare che la bellezza passi attraverso la “morte della bellezza” grazie all’incessante carica dell’artista che crea, e lo fa appunto passando per questo “inferno” e considerando l’estetica, la critica, la storia, ogni elemento utile culturalmente il proprio limite e ogni tesi o ideologia la personale forzatura di questo limite.

Ma queste mie affermazioni potrebbero essere anche la “forzatura” del pensiero di chi ha scritto il saggio, come l’interpretazione che ho dato di Pasolini errata. Potrei anche non credere al mio pensiero per violarne la validità, e nella falsificazione avvalorarlo.

Raccogliere elementi per la creazione tra questi “contrasti” o “frammenti” vitali volti a ricreare un “mondo” non è facile, anche perché chi si applica a questi tentativi rischia. Forse non rischia l’artista che, conoscendo i “meccanismi di difesa” o le “strategie personali” per venire fuori con l’opera, la crea ed è pure “universalmente” accettata dalla critica, dal pubblico?

Immagine articolo Fucine MuteUna generalizzazione accettabile è che il grande artista non si applica a cose facili o già fatte, gli sembrerebbe di sprecare il proprio tempo o la propria intelligenza, e si affida al processo che lo guida e, talvolta, addirittura consapevolmente lo modifica.

Per fare chiarezza su questo aspetto e su altri aspetti “tecnici” della formatività in poesia Le “muse bendate” di Pasanisi affrontano anche la metricologia, tentando di affondare nelle mancanze della critica rispetto a ciò che viene definito “verso libero”, il cui ritmo deve per forza nascere da “criteri oggettivamente fondati” e non dal caso o da un aspetto secondario.

Per quanto questa parte sia la più difficile da comprendere agli occhi profanatori di un “lettore”, e probabilmente anche alle lenti degli “addetti ai lavori” che non se ne sono occupati fin ora, è carica di spunti per tutti gli artisti che desiderino violare le convenzioni che abilmente il critico napoletano fissa e che riconosciute potrebbero motivare i poeti ad operare diversamente, confondendo intenzionalmente i critici (o i giornalisti che nella propria “italietta” così non si vogliono definire, ma fanno i curatori di antologie nazionali).

Roberto Pasanisi scrive: “Del resto un poeta, nel comporre un verso, ha sempre nell’orecchio il ritmo del precedente.”

Il poeta allora dimentichi il ritmo del verso precedente, e faccia lo stesso poesia.

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