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Cinema

Sul Bellaria Film Festival 2004

Immagine articolo Fucine Mute

Mentre al cinema marciano forte “I diari della motocicletta” (8.000 chilometri da Buenos Aires a Caracas) questo scritto, molto più modestamente, vorrebbe essere il diario minimo di un viaggio ferroviario lungo 421 chilometri da Trieste a Bellaria (e ritorno) con l’appendice di un resoconto, marginale ed ininfluente, su una manifestazione che promuove, difende e valorizza il cinema indipendente italiano.

Il treno che domenica 30 maggio alle 8.47 si stacca dai binari della stazione di Trieste non raggiungerà mai Bellaria… Morirà a Venezia depositando sulla laguna un’allegra e vociante brigata di gitanti, perloppiù locali, desiderosi di perdersi tra calli e campielli. Un altro treno, pochi minuti dopo, da Mestre si dirigerà verso Bologna con una clientela meno stanziale e più variegata. Nel capoluogo felsineo, nell’attesa (un’ora circa) di riprendere il viaggio ci sarà tutto il tempo di scendere a terra e raggiungere l’adiacente piazza, dove, tra indigeni bivaccanti al sole e qualche inevitabile giapponese, desterà una contenuta sorpresa il transito di una banda musicale scozzese. Scaduto il tempo, arriverà il momento di rimettersi in viaggio, questa volta a bordo di un moderno convoglio, che, in due ore circa, traghetterà un non troppo folto gruppo di viaggiatori dall’Emilia alla Romagna. Se per molti la destinazione finale non potrà che essere Rimini, il “divertificio” più hot d’Italia, il viaggio del sottoscritto termina 14 chilometri prima, a Bellaria, cittadina di 15.000 abitanti che nel periodo estivo triplica la sua consistenza numerica. In questa graziosa cittadina balneare da 22 anni si svolge un Festival che, a dispetto delle mode e delle maree, si è sempre contraddistinto per la salvaguardia di quel cinema italiano di idee e di ricerca spesso penalizzato dall’indifferenza e dalla negligenza dei mass media. Così anche quest’anno, in una giornata soleggiata e un po’ ventosa, Bellaria ha accolto il variegato caravanserraglio festivaliero, composto da cineasti “navigati” ed in fieri, critici “stagionati” e alle prime armi, studenti di belle speranze delle scuole di cinema. Da tre stagioni a reggere le sorti di una manifestazione che era a serio rischio d’estinzione, sono stati chiamati tre autentici “combattenti” di quella nobile causa chiamata cinema indipendente italiano. I nomi sono Morando Morandini, Antonio Costa e Daniele Segre e le loro biografie sono la cartina di tornasole delle rispettive militanze cinematografiche. Morando Morandini, milanese, classe 1924 e quindi a luglio “splendido” ottantenne, ha iniziato nel 1952 a “La Notte” la sua attività di recensore cinematografico che ha successivamente esercitato per oltre vent’anni sulle colonne del “Giorno”. Direttore storico di Bellaria è autore di un fortunato e diffuso dizionario di schede filmografiche. Antonio Costa, nato a Feltre nel 1942, ha tenuto la cattedra del Dams di Bologna per 23 anni prima di approdare a Trieste ed ora a Venezia. Ha pubblicato vari libri di cinema con una particolare attenzione per quello sperimentale. Daniele Segre, piemontese di Alessandria, classe 1951, pratica un cinema che, convenzionalmente, è chiamato documentaristico, ma che, in realtà, è più complesso e sofisticato. Complementare a questa attività di filmaker, è diventato, in anni più recenti, l’insegnamento prima a Torino ed ora alla Scuola di cinema di Roma.

E veniamo all’edizione del 2004, la ventiduesima, contraddistinta da vari premi e riconoscimenti, assegnati con la dichiarata intenzione di “aiutare” e dare visibilità ad opere meritevoli.

Immagine articolo Fucine MuteNel concorso “Casa Rossa”, riservato a film penalizzati da una cattiva distribuzione o ingiustamente ignorati dal pubblico, sono stati proiettati i seguenti film: “Al primo soffio di vento” di Franco Piavoli, “Amorfù” di Emanuela Piovano, “Ballo a tre passi” di Salvatore Mereu, “Il dono” di Michelangelo Frammartino, “Il miracolo” di Edoardo Winspeare, “Pater familias” di Francesco Patierno, “Il ritorno di Cagliostro” di Daniele Ciprì e Franco Maresco, “Segreti di stato” di Paolo Benvenuti. Tra essi una giuria di dieci critici ha indicato come miglior film “Il dono” di Michelangelo Frammartino, un milanese trentaseienne al suo primo lungometraggio che racconta, con suggestive immagini e scarni dialoghi, la lenta agonia di un piccolo paese calabrese. Per quanto riguarda le interpretrazioni sono stati premiati la lanciatissima Sonia Bergamasco per “Amorfù” e Luigi Maria Burruano per “Il ritorno di Cagliostro”, mentre Franco Piavoli si è visto assegnare il premio per il miglior contributo tecnico, concernente la fotografia per “Al primo soffio di vento”.

Un’altra giuria, composta dalla già ricordata Sonia Bergamasco assieme a Amedeo Fago, Franco Giraldi, Suzette Glenadel e Lorenzo Pellizzari, ha visionato le opere del concorso “Anteprima” riservato ad autori emergenti. Sono stati ritenuti meritevoli di segnalazione: “Crudo. Un film senza condimento” del parmense Fabio Cavallo, sedici minuti in stile tarantiniano per raccontare sei personaggi, un po’ sballati, in cerca d’identità e affermazione; “Cardilli addolorati” di Carlo Luglio e Romano Montesarchio, reportage interessantissimo di un’ora sul mercato degli “uccelli domestici”, tra bracconieri per stretta necessità ed acquirenti per insaziabile passione; “Animol” (anagramma di Milano) di Martina Parenti e Marco Berrini che racconta, in quaranta minuti, l’esperienza di cinque individui che hanno dedicato la propria vita professionale agli animali. Infine il riconoscimento principale è stato assegnato a “Sono incinta” di Fabiana Sargentini, una filmaker romana trentaseienne che, in quarantacinque minuti, scruta le reazioni di sessantanove uomini alla comunicazione espressa nel titolo dell’opera. Ma Bellaria, nel suo denso programma, ha ricordato anche il cinema del passato. Cosi la tradizionale riproposta di un’opera importante ma un po’ dimenticata ha voluto festeggiare “L’invenzione di Morel” di Emidio Grieco a trent’anni dalla sua prima apparizione al Festival di Cannes, mentre l’evento speciale è stato dedicato a Giuliano Scabia, poeta, romanziere e drammaturgo che ha rievocato, in un video, un’esperienza della metà degli anni ’70, quando mise in scena un antico testo “Il gorilla quadrumano”, assieme ad un gruppo di studenti-teatranti dell’università di Bologna. Infine c’è da segnalare una conferma ed una sorpresa. La conferma riguarda il già menzionato Daniele Segre di cui si è potuto vedere l’intenso e poetico “Vecchie”, interpretato splendidamente da Maria Grazia Grassini e Barbara Valmorin, assieme a due puntate del programma televisivo “Volti — Viaggio nel futuro dell’Italia”. La gradita sorpresa è stata invece la personale dedicata al trentenne Donato Sansone che, per quanto si è visto, può già essere considerato uno degli autori più innovativi nel campo del cinema d’animazione.

Bellaria ha chiuso i battenti nella notte del 2 giugno offrendo complessivamente l’immagine di un cinema indipendente italiano, variegato e vitale, desideroso di svincolarsi dalla standardizzazione di tanta fiction televisiva.
I 421 chilometri del viaggio di ritorno sono transitati nel segno di una fresca memoria di un’esperienza cinematografica senz’altro positiva.

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