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Scrittura

Diego De Silva

Certi bambini

Immagine articolo Fucine MuteSotto il cavalcavia per il quartiere popolare nuovo c’è una breve galleria con una madonnina in fondo. È comoda, ma la gente la fa poco per via dei tossici. Quello è il posto. Rosario lo conosce benissimo, come potrebbe dimenticarlo ”.

Così inizia il romanzo Certi bambini di Diego De Silva: lo abbiamo incontrato a Crema, in occasione della terza edizione di Squilibri, festival di nuova narrativa.
Il romanzo, edito da Einaudi nel 2001, ha raccolto un vasto consenso di pubblico e critica, vincendo numerosi premi, tra cui il Premio Selezione Campiello 2001, il Premio Brancati — Zafferana, il Fiesole, il Bergamo, e giungendo finalista al Premio Viareggio.
De Silva segue la vicenda di un ragazzino undicenne, Rosario, in una imprecisata ma riconoscibile città del sud Italia, che vive da solo con una vecchia nonna malata, imbottita di sonniferi e televisione, ignara del tipo di esistenza del nipote. Rosario conduce una vita allo sbando, preda, con altri ragazzini, di camorristi, che se ne servono per effettuare furti e crimini vari, fino a giungere all’omicidio. Tra un fast food malmesso, una squallida sala giochi chiamata Las Vegas, le prove di coraggio e virilità, si consuma una storia senza speranza, dura ma anche commovente. 
Ne è stato tratto un film, dallo stesso titolo, per la regia dei fratelli Andrea e Antonio Frazzi che, dopo Il cielo cade (2000), tratto dal romanzo di Lorenza Mazzetti, propongono ancora una volta un punto di vista infantile. La sceneggiatura si è avvalsa anche della mano dello stesso autore.

Donata Ferrario (DF): Da dove nasce l’ispirazione per scrivere un romanzo di infanzie/adolescenze negate e violate e che influenza hanno avuto la tua città d’origine, Napoli, e quella d’adozione, Salerno?

Diego De Silva (DDS): Credo che nessuno sia capace di dire da dove viene un romanzo, quando esattamente sia cominciato e soprattutto perché. Penso anche che le cose importanti vadano taciute, perché le parole ne riducono facilmente la complessità. Quanto alla seconda domanda, la terra da dove vengo ha esercitato certamente un’influenza potente sulla mia scrittura, a partire dalla lingua.

DF: Leggendo Certi bambini non si può non pensare alle altre tue opere (in particolare Voglio guardare, ma anche La donna di scorta), in cui si assiste quasi a sdoppiamenti di personalità, ci si imbatte in individui che conducono doppie vite, che sembrano non toccarsi mai. Puoi parlarcene?

DDS: Rispondo semplicemente che nessuno di noi è una cosa sola.

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DF: Uno degli aspetti che colpiscono nel romanzo Certi bambini, la cui cifra stilistica è senz’altro dura, è la capacità di alternare momenti di estrema crudeltà, sia situazionale che espressiva, a passaggi di tenerezza inaspettata, a descrizioni di un lirismo molto forte — pur in una realtà squallida — che afferrano il lettore dolorosamente e lo gettano in un vuoto di senso totale. Quale è stato lo scopo di una scelta così precisa, sicuramente voluta?

DDS: Non perseguo alcuno scopo, quando scrivo. Quello che m’interessa è l’invenzione in senso etimologico: il pedinamento dei personaggi, la scoperta di quello che di volta in volta riescono ad essere e a fare. Questa anarchia del narrare finisce quasi automaticamente per produrre quella convivenza di tenerezza e crudeltà, che poi è propria della vita.

DF: Per il protagonista, Rosario, la realtà è priva di riferimenti tra ciò che è bene e male, e il ragazzino segue, alternativamente, senza scelta consapevole, Santino e Damiano. Ci puoi raccontare questo essere ‘banderuola’ del bambino, disilluso poi da entrambi i modelli?

DDS: Qualsiasi bambino è banderuola, nel senso che il bambino è il prodotto di una cultura che indirizza la sua crescita in una direzione o in un’altra. Rosario è il prodotto della sua terra, della vita che lo circonda, dove le categorie etiche non hanno alcun senso.

DF: Se ti dico “casualità del bene e del male”, e “scelta ambigua spesso legata agli incontri”, cosa  rispondi?

DDS: Che sono espressioni abbastanza corrispondenti a quello che racconto nei miei libri.

DF: I bambini ci guardano. Nel libro tratteggi alla perfezione il “vampirismo” dei bambini: Rosario prende tutto ciò che lo circonda, senza poter discernere. Ne consegue la responsabilità del mondo adulto e della società: qual è il tuo punto di vista?

DDS: Che siamo combinati piuttosto male, da questo punto di vista. Non viviamo in una società progettata per tener realmente conto dei desideri e dei diritti dei suoi figli. I bambini  ci guardano, ma soprattutto ci subiscono.

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DF: Nella stesura del romanzo quali sono stati i momenti più ardui e i nodi narrativi che ‘impigliavano’ la scrittura?

DDS: Quelli in cui sarebbe stato facile cedere al moralismo. È una nota molto facile da prendere, se non stai attento.

DF: È stato difficile calarsi ad altezza bambino e assumerne il punto di vista?

DDS: Per niente. Basta non porsi il problema di chi ti guarda.

DF: Parliamo del film dei fratelli Frazzi. Sei soddisfatto della resa cinematografica?

DDS: Molto. Al contrario di molti amici, dai cui libri sono stati tratti dei film, mi ritengo fortunato e felice di questa trasposizione.

DF: Cosa ne pensi del protagonista Gianluca Di Gennaro? Te lo figuravi così il tuo Rosario?

DDS: Trovo che sia un attore formidabile. Oggi, per me, il mio personaggio ha la sua faccia e soltanto la sua faccia.

DF: Hai partecipato, insieme ad Andrea e Antonio Frazzi, Marcello Fois, Ferdinando Vicentini Orgnani, alla sceneggiatura. Ci puoi descrivere l’esperienza?

DDS: Bella, lunga, interessante. Un periodo in cui si sono formate e consolidate amicizie e rapporti che mi hanno aiutato a proseguire in un lavoro, quello della scrittura per il cinema, che a tutt’oggi continuo a fare con soddisfazione.

DF: Come ci si sente a tramutare un proprio scritto, peraltro già molto “visivo”, in scrittura cinematografica?

DDS: Bisogna semplicemente pensare di star traducendo in un’altra lingua. Con tutti i problemi linguistici che una traduzione ti pone.

Immagine articolo Fucine MuteDF: Nel libro il protagonista ripercorre la sua esistenza, dopo il primo omicidio, in un lungo viaggio in metropolitana; nel film il viaggio, spezzato dai flashback, lo porterà al suo appuntamento col delitto. Cosa ne pensi del diverso uso del flashback?

DDS: Quello che, sotto questo aspetto, distingue sostanzialmente il romanzo dal film è il racconto per immagini della memoria, la riscrittura del ricordo, che il bambino opera attraverso il filtro dei desideri. Credo che, da questo punto di vista soprattutto, il lavoro dei registi sia stato notevolissimo.

DF: Ti è piaciuto l’espediente della “scelta della memoria” nel film? Rosario ricorda lo stesso episodio, per esempio l’incontro con Caterina, in due diversi modi.

DDS: È esattamente questa riscrittura del ricordo attraverso la chiave del desiderio la scelta di cui parlavo. La memoria non è una replica nuda di un fatto successo, ma comporta sempre un grado di mistificazione, di speranza. È questo che il film mostra, con coraggiosa semplicità.

DF: Infine: c’è speranza per “certi bambini”?

DDS: Non è una risposta che mi compete. Un libro deve raccontare una storia.

Scheda del film: Certi bambini


Anno 2004; uscita 14/05/2004
Durata: 94’
Italia; drammatico
Distributore: Mikado
Regia: Andrea e Antonio Frazzi
Cast: Gianluca Di Gennaro, Carmine Recano, Arturo Paglia, Sergio Solli
Soggetto: Diego De Silva dal romanzo omonimo
Sceneggiatura: Andrea e Antonio Frazzi, Diego De Silva, Marcello Fois, Ferdinando Vicentini Orgnani
Fotografia: Paolo Carnera
Montaggio: Claudio Cutrì
Scenografia: Mario Di Pace
Costumi: Mariolina Bono

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