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Cinema

Anita Caprioli

Estremità d’attrice

Immagine articolo Fucine MuteTiziana Carpinelli (TC): Siamo con la giovanissima promessa del cinema italiano — Anita Caprioli — alla quale voglio rivolgere la prima domanda: in qualità di giurato di Maremetraggio, che impressione ti hanno dato i corti, in particolare quelli italiani? Hai riscontrato un divario con la produzione estera?

Anita Caprioli (AC): Mah, purtroppo non riesco ad essere esauriente perché non ho visto tutti i cortometraggi. Ne conoscevo alcuni, avendoli visti in altri festival…
Devo dire che qui a Maremetraggio c’è stata una selezione molto buona, sì, molto alta a livello qualitativo, poiché alcuni dei corti proiettati hanno già vinto ad altri festival e quelli a cui ho assistito ieri, in particolare, mi sono parsi di una qualità altissima, una qualità che è quella straniera e che, in definitiva, mi sembra anche esser presente nella produzione italiana.
Poi, ovviamente, posso dire che ogni tanto ti trovi davanti a delle sperimentazioni che sono un pochino più “avanti”, specie per le pellicole straniere, ma ciò avviene semplicemente perché, a volte, è proprio una questione di mentalità diversa o di provenienza diversa rispetto alla realtà italiana e forse noi stessi abbiamo delle radici che sono un po’ più circoscritte.

TC: Anche di budget?

AC: No, di budget no…Credo che i budget, nelle varie produzioni, più o meno si equivalgano. Io mi riferisco proprio ad un tipo di mentalità diversa: noi abbiamo una cultura che è, per l’appunto, estremamente “italiana” e che, non a caso, determina dei prodotti che rappresentano proprio quello che noi siamo e ciò vale, di conseguenza, anche per gli stranieri. Però, avendo gli stranieri — come posso dire — un’apertura diversa per le sperimentazioni, riescono a portarci delle cose che a noi risultano diverse e innovative.

TC: Puoi parlarci di Sei come sei, questo insieme di corti realizzati e riuniti tutti in un’unica pellicola che ti vede, tra l’altro, come interprete?

AC: Sei come sei è un progetto che è nato da Cinecittà Holding per sperimentare una particolare macchina digitale che è la macchina della Thomson, uno strumento ad altissima qualità d’immagine, vale a dire di definizione.
È nato inizialmente come sei diversi progetti: dovevano essere sei cortometraggi differenti che venivano prodotti da sei diverse case di produzione e che avrebbero poi viaggiato in maniera indipendente.
Li ha riuniti, in seguito, l’evento di Berlino, nel senso che proprio due anni fa, quando i corti sono stati invitati appunto a Berlino (perché li distribuiva l’Istituto Luce), è nata al Festival — ottenendo perfino un buon successo — l’idea di poterli far fruire anche al cinema, unendoli in un unico lungometraggio; e così è nato Sei come sei.

Immagine articolo Fucine Mute

All’interno di questo progetto, io lavoro in un corto che s’intitola Il sorriso di Diana per la regia di Luca Luccini; per me l’esperienza è stata molto interessante, lo dicevo anche ieri sera: spesso nei cortometraggi i registi hanno la possibilità di sperimentare non solo a livello narrativo ma anche sul piano dei linguaggi, e la stessa cosa avviene di frequente anche per noi attori, poiché abbiamo la possibilità di provare delle cose diverse.
Ciò si è verificato per me in Il sorriso di Diana, perché il cortometraggio è la storia di un innamoramento tra una ragazza — e quindi un essere umano in carne ed ossa — e degli animaletti che in seguito sono stati tutti ricostruiti in 3-D, cioè al computer; c’è stato quindi un connubio che a me piace definire “quasi disneyano”, nel senso che i toni di questo cortometraggio sono molto “da favola”, proprio come i film di Walt Disney dove c’è l’essere umano che interagisce con l’animale, solo che, nel nostro caso, il tutto non è ricostruito a cartoon ma in maniera digitale, ovvero in maniera grafica.
Per questo motivo Il sorriso di Diana è stato sicuramente un’esperienza recitativa importante: mentre lavoravo non avevo nessuno di fronte a me e mi dovevo relazionare con un ragnetto che avrebbero visualizzato solo successivamente, in post-produzione.

TC: Senz’altro i lunghi studi teatrali a Roma e a Londra ti avranno aiutato in questo senso. So che hai debuttato con un lavoro teatrale importante, si trattava di Pirandello, sicuramente uno degli autori più difficili del Novecento italiano, e con un ruolo — quello di Beatrice — tra i più complessi del Berretto a sonagli. Che cosa ha rappresentato quel debutto e che cosa rappresenta per te il teatro?

AC: È un debutto che ha rappresentato un po’ tutto, nel senso che il teatro ha costituito la mia grande possibilità di conoscere questo mestiere e soprattutto di impararlo, perché la scuola sì ti dà una base, però poi hai fondamentalmente bisogno di viverlo, di praticarlo, questo mestiere.
Perciò il teatro è stato per me — proprio in tutto e per tutto — la scuola e Pirandello è stata la mia seconda scuola, perché lì, oltre la pratica, c’è stata anche la possibilità di analizzare il testo. Pirandello, come dicevi, è appunto uno dei grandissimi scrittori del Novecento, un autore direi quasi imprescindibile nel momento in cui si vuole riuscire a confrontarsi e ad immergere in quello che è un certo tipo di teatro.

Immagine articolo Fucine Mute

Per me è stato importante proprio per questo: grazie a lui e grazie al regista Andrea Taddei che mi aveva diretto c’è stata la possibilità di fare un lavoro sul testo che poi ti porti dietro sempre e che ti serve nel momento in cui vai a lavorare come attrice con dei testi, delle parole. Certo, non sempre capita di lavorare su scritti paragonabili a quelli di Pirandello, però diciamo che è una bella partenza per iniziare a lavorare sulla parola, sul significato.

TC: Un altro debutto, quello cinematografico del ’97, con Ferrario: Tutti giù per terra. Ti chiedo la differenza, la diversa emozione in ballo e la successiva, altrettanto difforme, popolarità.

AC: Per me, il cinema è arrivato ad un certo punto quasi “per forza”, nel senso che io non riuscivo a staccarmi dal teatro, tant’era l’amore, quasi viscerale, che provavo nei suoi confronti.
Poi però ho fatto un’esperienza, precedente a Tutti giù per terra, con la scuola di Ermanno Olmi, a Milano. Preparavano un film di un esordiente e lì è avvenuta questa mia grande affascinazione: un po’ perché lavorando con Olmi — che considero un grandissimo maestro — riesci a vivere quella che è la “macchina del cinema” con una magia estrema ma anche con un potenziale estremo per quello che riguarda te stesso e per quello che riguarda proprio lo strumento, e poi perché c’è stato, appunto, l’incontro con Davide (Ferrario, ndr), con questo film e con tutta la novità di quello che è il cinema rispetto al teatro — perché sono due mondi completamente diversi — e con la scoperta, di un altro tipo di meccanismo dove può inserirsi la recitazione.

TC: Seguono Fuochi d’artificio con Pieraccioni, Un tè con Mussolini di Zeffirelli, Denti di Salvatores. Vorrei soffermarmi in particolare su Denti: ti ho apprezzato moltissimo in quel ruolo e volevo sapere cosa ha rappresentato per te questo film che è stato poi un film molto discusso e, in particolare, il tuo personaggio.

Immagine articolo Fucine MuteAC: Ha significato proprio quello che ti dicevo prima, cioè il fatto che io sono cresciuta con un certo tipo di teatro, soprattutto sperimentale e che, quindi, quando sono arrivata poi al cinema, sono approdata a film peculiari nel loro genere.
Tutti giù per terra è stato uno dei primi film che si possa definire — anche se non mi piace usare questa parola — “generazionale”, perché era una delle prime pellicole in cui si vedevano e si raccontavano le esperienze di un essere umano con le sue problematiche, ma soprattutto di un essere umano di 27 anni che si ritrovava in crisi con se stesso e quindi già quel film era stato ampiamente discusso, anche se in maniera positiva rispetto a Denti.
Denti era stato criticato per tutta una serie di connotazioni un po’ forti e proprio anche per il tema che trattava, ma lo riconosco un film estremamente sperimentale, estremamente profondo, soprattutto per il lavoro che Gabriele Salvatores aveva compiuto a livello registico.
Per me è stata un’esperienza grande con tutto il loro gruppo, con Sergio Rubini che era il mio compagno di lavoro e anche con il mio personaggio. Io interpretavo la parte di una ragazza napoletana e per me ciò ha comportato anche un nuovo percorso: mi riferisco al fatto di raccontare un personaggio molto semplice, nel senso che questa era una ragazza che poteva avere la mia età e che, però, viveva in un mondo che non le apparteneva, cioè quello di Napoli, con una certa crudeltà nel vivere e quindi questo ruolo mi è servito molto per lavorare sull’accento e su tutta una serie di cose che in qualità di attrice sono state importanti.

TC: In effetti la critica ti ha sempre esaltato quando ricoprivi ruoli estremi. Cosa rappresenta, per te, l’essere “estremi” nella tua professione e nella tua recitazione?

AC: Guarda, io credo che l’attore sia sempre un po’ affascinato dai personaggi estremi, cioè da quei personaggi che sono molto lontani da ciò che sei tu nella tua normalità.
È molto più affascinante raccontare una sofferenza, un personaggio tormentato o una malattia piuttosto che uno star bene, questo per lo meno, anzi, sicuramente per quello che mi riguarda.
Per cui provo una fascinazione estrema per tutto quello che è lontano da me e che è sicuramente non rassicurante.

Immagine articolo Fucine Mute

TC: 2001: anno cruciale. Due film decisivi e in particolare Vajont, di Martinelli, in cui tu ti ritagli un personaggio bellissimo e molto importante. Questa è un po’ la consacrazione ufficiale che il cinema ti dà. In questo caso, invece, quali sono i tuoi ricordi?

AC: Sì, dopo Vajont è arrivato Santa Maratona: due personaggi certamente diversi ma che ho amato allo stesso modo.
Vajont era una storia molto forte che doveva essere raccontata; poi, il modo in cui è stato fatto può esser discutibile, ma doveva essere raccontata.
Io credo che una responsabilità dell’attore o del regista sia proprio quella di avere un mezzo estremamente forte a livello comunicativo e questo mezzo deve essere usato anche per raccontare delle storie che spesso vengono soppresse o vengono proprio taciute, nascoste per tutta una serie di cose che ovviamente sappiamo. Per cui è stato importante esserci, esserci in quel modo, raccontare quella realtà.

TC: È il ruolo che ti ha dato maggiori soddisfazioni?

AC: Guarda, ogni volta che vai a raccontare — o per lo meno ogni volta in cui io racconto — un personaggio trovi delle soddisfazioni diverse, non c’è mai un “più” o un “meno”.
Può esserci un coinvolgimento più forte o meno forte rispetto alla capienza che ha quel ruolo nel film, però fondamentalmente c’è sempre un impegno totale e, conseguentemente, un innamoramento totale di quel personaggio che vado ad interpretare.
Si può dire che mi sono affezionata ad ogni storia e, necessariamente, ad ogni personaggio che poi ho raccontato.

TC: E, tra i registi che ti hanno diretto, c’è qualcuno con cui lavoreresti nuovamente e volentieri?

Immagine articolo Fucine Mute

AC: Sì, giusto prima citavo Santa Maradona perché con Marco Ponti è stata un’esperienza molto bella, molto solare, che poi, per certi versi, si trova rispecchiata nel film; lavorerei nuovamente con Gabriele Salvatores, ma in definitiva credo che lavorerei un’altra volta con tutti, nel senso che ho sempre avuto dei rapporti di crescita molto belli, mai conflittuali; per cui riconfermerei le scelte che ho fatto, assolutamente.

TC: C’è un personaggio o una storia che ti piacerebbe interpretare?

AC: Io sono un’amante delle storie d’epoca, per cui mi piacerebbe interpretare il personaggio di Ottilia in Le affinità elettive, un romanzo che amo tanto. Insomma, ci sono tanti personaggi della letteratura che ti affascinano per cui vorresti avere la possibilità di dar loro la voce e, appunto, potrei citar le opere di Dumas, piuttosto che Goethe: ce ne sono tanti altri e tutti allo stesso livello.

TC: E qualche progetto ancora per il teatro?

AC: Per ora no, anche se mi manca tanto. E ogni anno dico che il teatro mi manca e che adesso vorrei ricominciare… Però poi arriva il cinema che ha dei tempi completamente diversi e contemporaneamente devi pensare che la tournée teatrale ti impone altri tempi e un impegno per periodi molto lunghi, per cui è una scelta inconciliabile che uno deve fare. Comunque per ora no, niente teatro.

TC: Ultima domanda: progetti futuri?

AC: Progetti futuri…Ci sono delle cose in sospeso, ma non avendo ancora certezza e non essendo ancora in via di definizione, non ne parlo, per cui non so…

TC: Ti rivedremo presto, spero…

AC: Sì, adesso ci sono dei film in uscita. Dopo l’ultimo di Verdone, ho girato Onde che è un’opera prima che a novembre abbiamo filmato a Genova, poi c’è stato Cime tempestose che uscirà questo inverno e adesso vediamo…

TC: Ho sentito di qualche progetto con Ricky Tognazzi, lavorerai con lui?

AC: Non lo so, per ora non c’è niente in programma con lui… Può essere, magari in un futuro.

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