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Cinema

Angelo Infanti

Il villain cialtrone

Giovani d’oggi, 2003Tiziana Carpinelli (TC): Siamo con Angelo Infanti, grandissimo attore che ha fatto e continua a fare la storia del cinema italiano. La prima domanda che vorrei rivolgerle è: come giurato di Maremetraggio, qual è la sua impressione sulla qualità dei corti selezionati e in particolar modo su quelli italiani?

Angelo Infanti (AI): Ottima. Ottima, perché mi paiono scelti con accuratezza e con professionalità. M’ha impressionato il pubblico che s’appassiona molto a questo tipo di manifestazione e, in definitiva, questa di Maremetraggio, m’è sembrata davvero un’ottima iniziativa: ben organizzata, ben fatta.

TC: So che lei a sua volta, nel 2003, ha interpretato un corto: Giovani d’oggi per la regia di Giuseppe Gandini. Qual è la difficoltà che può riscontrare un attore nel comprimere la complessità di un personaggio nei tempi necessariamente ridotti di un cortometraggio.

AI: Quasi nessuna. A parte che io queste cose le faccio sempre per amicizia e per aiutare i giovani. Ribadisco: nessuna; c’è soltanto la lunghezza del periodo che incide, ma l’intensità o la volontà di poter far bene quel qualcosa che c’è da fare rimane sempre.

TC: Il 2003 è un annoche la vede protagonista anche per il ruolo, molto impegnativo, che lei ha avuto all’interno del film del regista Orgnani — tra l’altro presente in questi giorni a Maremetraggio; il film in questione è Ilaria Alpi: il più crudele dei giorni, in cui lei interpreta Marocchino, personaggio cruciale della vicenda. Cosa ha significato a questo punto della sua carriera interpretare un ruolo così e qual è stata la difficoltà di questo personaggio?

AI: Il personaggio di Marocchino era in effetti complicato: c’era da dire molto, molto di più; a mio avviso, c’era da fare un film a parte solo sul soggetto di Marocchino. E per quanto riguarda le difficoltà, penso nessuna, perché il regista è stato un ottimo regista. C’è stata qualche difficoltà a livello locale, ma non ci ha toccato più di tanto.

TC: Lei come ha preparato questo personaggio?

AI: Senza conoscerlo, cioè me l’ha spiegato il regista: m’ha spiegato chi era e cosa faceva e da lì io l’ho costruito e l’ho fatto diverso da quello che lui è realmente: l’ho fatto un po’ più simpatico, un po’ più “cialtroncione”. In ogni modo mi ha affascinato e mi piacerebbe fare un film totalmente incentrato su di lui, poiché molte cose sono venuto a saperle soltanto in seguito.
In ogni caso, il film mi sembra riuscito davvero bene, sono stati tutti molto bravi, il film è bello e ben fatto: mi ha dato soddisfazione e sono contento d’averlo fatto.

Immagine articolo Fucine MuteTC: È recentemente scomparso un grande attore di Hollywood, Marlon Brando. So che lei nel ’79 ha preso parte al cast de Il Padrino, interpretando Fabrizio. Quali sono le emozioni che lei ha provato in quel periodo lì? Cosa ha significato essere chiamato a Hollywood per film? E cosa ricorda di quella figura?

AI: L’emozione era grandissima, tant’è che quando io lessi il libro m’ero messo in testa che avrei voluto fare il ruolo di Michael, che era di Al Pacino, perché era talmente bello… Poi, pur di far parte di un film con un simile cast, mi sono accontentato anche del ruolo di Fabrizio. Ho conosciuto Brando alla Paramount, a Los Angeles, siamo stati un po’ assieme perché Coppola ripeteva che avevamo un po’ lo stesso carattere e ci diceva: “Dovete stare assieme, dovete frequentarvi”, e io, personalmente, l’ho trovato una persona meravigliosa, cioè un amante della vita, delle cose belle, vere, una persona che odiava le falsità, una persona giusta, una persona che non si era montata la testa, che sapeva e non voleva sapere di essere Marlon Brando, a volte rifiutava perfino di ammetterlo a se stesso. Insomma, una persona comune, ma non comune interiormente.

TC: Nel suo modo di vivere?

AL: Nel suo vivere, sì. Una persona stupenda.

TC: Nell’80 ha avuto un fortunato sodalizio con Verdone, cito Borotalco e Bianco Rosso e Verdone, tra l’altro Borotalco le ha fatto vincere un premio, molto importante, come miglior attore non protagonista. Cosa ha rappresentato nella sua carriera quel premio e questo sodalizio?

AI: Il sodalizio è stato piacevolissimo perché era un periodo in cui ci vedevamo spesso anche con Sergio Leone e praticamente eravamo come fratelli perché stavamo sempre assieme: Sordi, Verdone,  Sergio Leone ed io.
Verdone è stato meraviglioso — forse dopo è cambiato, non lo so, così almeno mi hanno detto — nel non essere geloso degli attori con i quali lavorava: tanti attori lo sono, prendono delle mezze tacche per emergere di più, lui invece è stato molto professionale.
E poi nel fare questo film ci siamo divertiti molto e quindi devo ringraziarlo anche per questo, oltre che per la fiducia riposta. Invece, per quanto riguarda il personaggio, devo dire cha la parte di Borotalco era stata scritta per Gassman: l’ho stravolta io (ride, ndr), ma è andata bene così!
E per quello che riguarda il premio, dicevamo ieri (alla conferenza stampa, ndr) che alla fine, per due boxeur, l’importante non è picchiare ma saper incassare. E io sono uno che aspetta che si stanchi l’avversario: insomma, ho la mascella d’amianto.
Avevo incassato già tanto prima e quindi è un premio che ho accettato più per la volontà mia di continuare a fare questo mestiere piuttosto che per quella di pensare alle delusioni: ho seguitato ad essere ottimista.

Immagine articolo Fucine Mute

TC: Quand’è che ha maturato la decisione di diventare un attore professionista e quand’è che ha avvertito maggiormente il peso di una crisi che, inevitabilmente, qualsiasi carriera d’attore può investire?

AI: Quand’è che ho deciso di far l’attore? Dunque, io ero uno studente, però frequentavo molto i night club o i locali simili, ed ero spesso assieme a Tony Renis e Walter Chiari, insomma ci incontravamo nei night, capitava così.
Loro, a quei tempi, già lavoravano e mi dicevano: “Ma Angelo vieni, fai una parte con noi, stiamo cominciando un film ad Ischia, c’è Riccioli, stiamo sulla barca!”; e io: “Vabbè, andiamo…”.
E così feci quel primo film. Poi ne feci un altro con Mina, Celentano, Peppino di Capri, Tony, Umberto Orsini e tanti altri, che si chiamava Io bacio, tu baci o forse questo è stato il primo, non mi ricordo più!
Comunque, da lì hanno cominciato a chiamarmi e io ho iniziato a studiare e a dirmi: “Bisognerà anche prepararsi”.
Ero portato naturalmente verso un tipo di lavoro così, anche se mia madre e mio padre avevano delle farmacie e volevano che io diventassi farmacista; invece io ero più portato per fare, non so, l’architetto, un mestiere libero: avrei scelto architettura o musica, una cosa da portarsi dietro nel mondo così, in qualunque posto vai, sai come arrangiarti, no? Di un farmacista, in Sudafrica, non gliene frega niente a nessuno. Ma se suoni il pianoforte e magari trovi un locale dove serve un pianista, pur solo per una serata, hai trovato come arrangiarti: o almeno io la vedevo così, era un pensare molto da ragazzo.
E quindi poi ho studiato, mi sono preparato, ho cominciato a fare cose un po’ più importanti, sono andate bene…

TC: Insomma ci si è appassionato?

AI: Sì, mi sono appassionato e credo anche di aver saputo scegliere delle cose giuste, invece di fare — ad esempio — le serie western, le serie dei commissari, e ciò vale anche oggi.
Oggi è un momento di crisi, da due anni a questa parte non sento più il cinema di prima e non credo neanche al fatto che non ci siano idee: secondo me, mancano proprio i produttori, i distributori, manca il coraggio e bisogna avere gli agganci politici, tutte cose che odio. Io ritengo il cinema un mestiere al di fuori di tutti questi “maneggi”.

Immagine articolo Fucine Mute

TC: Lei però si è sempre ritagliato critiche favorevoli, anche nel film Diapason, per la regia di Domenici, una pellicola su cui la critica italiana ha invece glissato e dove lei interpreta…

AI: Ma che c’ha il gobbo?

TC: No! Però l’ho seguita. Qual è stata la difficoltà…

AI: M’è piaciuto molto per come è stato girato, perché è stato diretto da un regista giovane ed era il primo film in dogma che si girava in Italia, quindi ha rappresentato un nuovo modo di lavorare e poi ha vinto un sacco di premi all’estero, in Canada, in Australia, adesso di preciso non li ricordo tutti, me ne hanno detti diversi. Comunque, con entusiasmo, siamo riusciti a fare un film pulito, decente.

TC: So che lei ha recitato con tantissimi attori importanti quali, ad esempio, Mastroianni e Tognazzi: cosa pensa invece della nuova generazione di attori, per quanto concerne il cinema italiano?

AI: Ce n’è qualcuno che ha del talento, ma penso che più che alla bellezza e all’aspetto fisico, dovrebbero preoccuparsi maggiormente della dizione, della recitazione e di studiare l’ABC dell’arte drammatica. Se penso a queste fiction in cui non riescono neanche a doppiarsi, — perché prendono solo la figura del ragazzo — capisco che neanche sono invogliati, forse, a studiare.

TC: Ultima domanda: ha qualche progetto in cantiere? C’è un personaggio — oltre alla vicenda di Marocchino, di cui si diceva prima — che le piacerebbe interpretare o un’altra storia?

Immagine articolo Fucine MuteAI: Io adesso ho finito un filmcon Virna Lisi, scritto e diretto proprio da uno degli autori, scrittori e sceneggiatori di Borotalco che si chiama Enrico Ugolini e che uscirà, non so, a settembre, ottobre… A proposito, eccolo qua il regista di Ilaria Alpi! Ecco lì quel disgraziato: Orgnani! (si salutano, ndr).
Forse, attualmente, il personaggio di Marocchino mi divertirebbe molto, perché lo farei con tremila sfaccettature: io ho sempre creduto al mafioso col sorriso sulle labbra, perché è poi la storia che ti racconta quello che ha fatto un uomo, un personaggio.
Se dovessi fare un killer spietato… Ad esempio, ho fatto un film in Francia — tra l’altro, lo hanno dato proprio ieri sera su Sky e pure quello ha vinto tanti premi, un successone — che si chiama  Nido di vespe (adesso questo regista ha finito un film con Bruce Willis e poi ne deve fare un altro con Michael Douglas) e lì io faccio un boss albanese: il boss albanese più ricercato d’Europa che viene portato da un luogo, Parigi, ad un altro posto; con questo regista giovane ho cercato di fare una parte dura, davvero sinistra, e una parte un po’ più morbida, col sorriso, con l’ironia: proprio perché è scritto che questo è uno che stupra le bambine, un pedofilo, uno che ha le prostitute, che fa le rapine, che uccide come se mangiasse dei calamaretti, cioè il più pericoloso killer mafioso albanese, e non sono tutti dei killer, gli albanesi.
Io, questi personaggi, cerco di farli sempre con un sorriso perché forse diventano ancora più cattivi, a volte; ma questa è una mia cosa personale, e non me l’ha insegnata nessuno.

TC: È il taglio che le piace dare al suo personaggio?

AI: Sì, perché è scritto, ritorniamo sempre lì: vedere magari una donna elegantissima, con tutti i camerieri al seguito, entrare nella hall di un albergo con i cagnolini, con tanti bagagli tipo Fendi o Vuitton o cose così e poi venire a sapere che è una delle più grandi prostitute! In altre parole: creare dei contrasti…

TC: Liberare il paradosso?

AI: Sì, il paradosso.

Angelo Infanti nasce a Zagarolo (Roma) il 16 febbraio 1939. Dal 1964 vanta un’intensa attività artistica nei cast di pellicole italiane ed estere, recitando con nomi importanti del calibro di Mastroianni, Tognazzi e Marlon Brando. Senza dubbio, degna di essere ricordata è l’interpretazione di Fabrizio nella celebre opera hollywoodiana Il Padrino (1979). Nel 1982 si aggiudica il premio come miglior attore non protagonista per l’interpretazione di Manuel Fantoni nella commedia di Carlo Verdone, Borotalco. L’anno precedente iniziava con Bianco Rosso e Verdone un fortunato sodalizio con l’attore-regista romano. Fra i suoi ultimi lavori appaiono Diapason (2000), per la regia di Antonio Domenici, e il cortometraggio I Giovani d’Oggi, diretto da Giuseppe Gandini (2003); sempre nello stesso anno, ricopre il ruolo di Marocchino nel film di Ferdinando Vicentini Orgnani, Ilaria Alpi: il più crudele dei giorni.

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