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Cinema

Luciano Emmer. Viaggio ai confini dell’arte

Immagine articolo Fucine MuteLa proiezione del film Viaggio ai confini dell’arte di Luciano Emmer presso il Laboratorio Immaginario Scientifico si è rivelata un’insperata e preziosa occasione d’incontro con l’ottantaseienne regista. Attivo fin da studente, quando insieme all’amico Enrico Gras fonda una società di produzione per cui realizza documentari sulle opere d’arte dei grandi pittori del passato, a distanza di sessant’anni Emmer torna a raccontare le storie di Giotto & company, stavolta insieme al critico cinematografico Enrico Ghezzi. Quasi spinto con violenza ad intraprendere il viaggio, complice l’inquadratura iniziale di un’immagine capovolta delle Torri Gemelle a cui segue la spaventosa e dolorosamente consapevole dichiarazione del regista: “Arte e morte hanno la stessa desinenza”. Il film, visibile on-line all’indirizzo www.raiclicktv.it, inizia con l’immersione nella buia cavità di un’enorme spelonca; il regista si ritrova lì ma non ricorda come ci è arrivato e si sforza di ricordare: “Che cosa mi ha spinto ad entrare?”.
Ma è solo un attimo e il malcapitato si rianima subito: forte di duemila caroselli, una produzione longeva (l’esordio sul grande schermo con il film Domenica d’agosto risale al 1950), una vasta cultura pittorica, con coraggio estremo, da vero speleologo, prosegue speditamente per un’ora e mezza attraverso le opere d’arte che l’uomo ha lasciato attraverso i secoli, dalle pitture rupestri di Lescaux, dove il cadavere del cacciatore ucciso dal bufalo rappresenta in assoluto la prima storia mai raccontata, alle tentazioni dell’umanità così minuziosamente descritte ne Il giardino delle delizie di Hyeronimus Bosch fino a giungere, incolume e vittorioso, a Degas, Van Gogh, Picasso.

Nell’ambito dell’incontro, Emmer si è sfogato di questo Viaggio raccontando a ruota libera di sé, della sua carriera, della sua famiglia, delle sue bellissime attrici. Dalle sue parole, emergono tanti particolari curiosi che messi tutti insieme costituiscono quasi un capitolo a sé stante della storia del cinema italiano, racchiuso principalmente nelle vicissitudini del regista che, dopo il film La ragazza in vetrina (1960), commercialmente distrutto dai tre mesi di ritardo sull’uscita prevista, dal divieto ai minori di anni 16 e dai danni prodotti dai tagli di censura, chiude con il cinema per oltre trent’anni e diventa uno dei più stimati registi di Caroselli televisivi.
Nel caso di La ragazza in vetrina, la sceneggiatura è frutto della collaborazione tra Emmer e due prostitute di Amsterdam, due “reali” ragazze delle vetrine perché Se nei crediti dei miei film compaiono personalità del calibro di Ennio Flaiano, Cesare Zavattini, Pier Paolo Pasolini, Sergio Amidei, insomma tutto il fior fiore della sceneggiatura del cinema italiano, molto spesso questi nomi venivano inseriti per esigenze produttive.”
Sorprende sentirlo dichiarare che tra i suoi film quello che ama di meno è Le ragazze di Piazza di Spagna, mentre confessa di amare in maniera particolare Una lunga, lunga notte d’amore e Camila, dove nella parte dei figli del protagonista ci sono i veri figli del regista, Michele e la sorella Elisabetta. Tra un film e l’altro, c’è anche il tempo per scoprire che in origine gli Emmer provengono dall’Olanda, da dove discendono per fermarsi nella Val di Non, e qui prestano il nome agli “emmeri”, unità che serve a misurare il vino nelle botti. E il senso della famiglia dev’essere davvero forte e evidente negli sguardi d’orgoglio che il padre indirizza al figlio, e viceversa: Michele Emmer, docente universitario, è anch’egli autore di numerosi film tra cui Il fantastico mondo di M.C. Escher dedicato al grafico precorritore delle tecniche d’animazione, di cui il padre non manca di sottolineare il legame comune con l’Olanda.
E il documentario d’arte? Insieme ai film ed ai caroselli rappresenta la terza via per raccontare delle storie; insomma, quello che più gli interessa è l’aspetto narrativo della pittura, la drammatizzazione presente all’interno del ciclo pittorico di Giotto dedicato al dramma di Cristo. Quasi un’ossessione quella nei confronti del pittore fiorentino che inizia nel 1938 con Racconto da un affresco, e viene ripresa nel cortometraggio Scherzo su Giotto, realizzato proprio all’interno della Cappella degli Scrovegni di Padova dove il ciclo è custodito e, naturalmente, in Viaggio ai confini dell’arte.
Nonostante il rimpianto per il bianco e nero e la sincera convinzione che la morte del cinema inizia con il colore, Emmer si rivela entusiasta nei confronti di alcuni registi contemporanei, come il francese Jacques Rivette, e si rammarica moltissimo di non essere ancora riuscito a vedere Kill Bill Vol. I, Vol II.

Marie TrintignantIl regista appare di una franchezza a dir poco spiazzante nei confronti della protagonista del suo ultimo lungometraggio L’acqua…il fuoco (che ha vinto il premio Pasinetti alla scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, nda): “Sabrina Ferilli è bella, gentile, umana, ma per soldi si è fatta tirare gli zigomi: sarebbe potuta essere una grande attrice”, e rivela invece una vera e propria adorazione nei confronti delle dive del passato, ed in modo particolare Lya De Putti: “È stata la prima a suscitare in me un brivido erotico nel film Phantom (1922) del grande Friederich W. Murnau, il mio regista preferito; d’altra parte era splendida e molto in gamba, perfino più di Louise Brooks”. Conserva un bellissimo ricordo della bellissima Marie Trintignant, l’attrice drammaticamente scomparsa lo scorso luglio tra le protagoniste del suo Una lunga, lunga, lunga notte d’amore: “Il film era finito, e Marie era ormai rientrata a Parigi; ma poiché la scena non era venuta bene, prese l’aereo per tornare indietro a rifarla”.
Frizzante e dalla battuta pronta come un ragazzino (“Giro film perché non so fare altro”) Emmer annuncia nuovi ed imminenti progetti: intanto, un film falsamente autobiografico, perché “tutte le autobiografie sono inventate”. Traendo spunto dall’incidente automobilistico che per poco non gli fece perdere un occhio e dove finalmente avrebbe modo di raccontare l’emozione provata nel rivedere quel “piccolo punto di luce” dopo tre mesi di oscurità.
Ma soprattutto sulla possibilità di girarlo in digitale, tecnica che consente di lavorare a basso costo -l’auspicio sarebbe quello di trovare un finanziamento intorno ai 150-200.000 euro — e con una troupe ridotta al minimo. Nell’attesa, bisognerà “accontentarsi” della retrospettiva in suo onore prevista per la prossima edizione del Torino Film Festival, dove sarà possibile rivedere tutti i suoi film e l’ultimo documentario Vedi Napoli e poi… mori sugli acquarelli napoletani: ancora una volta, un viaggio attraverso l’arte e la pittura.

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