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Cinema

Gianni Amelio

In viaggio col padre

Immagine articolo Fucine MuteGianni Amelio c’è riuscito di nuovo. Con il suo sguardo morbido incollato ai volti dei personaggi e la sua regia discreta, ci ha raccontato un’altra storia d’amore tra padri deboli e figli sorprendentemente profondi, parlandoci anche un po’ di sé, del suo intimo rapporto con il libro di Pontiggia, ma soprattutto di un anno della sua vita in compagnia di un ragazzo disabile: l’intenso Andrea Rossi che nel film è Paolo. Fucine Mute lo ha incontrato per parlare con lui dell’ultimo lungometraggio presentato in concorso al festival di Venezia: Le chiavi di casa.

Domanda (D): Lei ha già vinto un Leone d’oro a Venezia, ma immagino ci sia stata un po’ di delusione per quest’edizione della rassegna.

Gianni Amelio (GA): No, sinceramente nessuna delusione. Io ho 59 anni, ho cominciato a lavorare nel 1965 e se adesso, alla mia età, con la mia esperienza, fossi attaccato ad un leone, ad un leoncino o ad una medaglia, sarei disperato. Mi piace fare questo mestiere, conosco i suoi pregi ed i suoi difetti, e penso che i premi siano come i regali di compleanno: se un amico fa dei doni è un piacere, ma se si comincia a pretenderli allora qualcosa non va, c’è una nevrosi che corrode, e per fortuna in me non c’è.

D: Cosa rappresenta un festival per un regista come lei?

GA: Un male necessario perché il festival ti pone a ridosso di quel ferro che c’è negli ippodromi davanti al quale si dispongono i cavalli da corsa, ma i film non sono soggetti adatti alle gare, e invece devono correre. Una volta si era riusciti ad abolire i premi, ma questo non è possibile per una questione di visibilità: il pubblico chiede il gladiatore, vuole il sangue. Allora ecco che bisogna andare ai festival, accettare le regole del gioco e farsi vedere per vincere o uscire sconfitti. Non credo, però, che un film premiato sia più bello di un altro o ti dia di più. È interessante notare che il mio Leone d’oro, vinto con Così ridevano sei anni fa, ha incassato in tutta la sua distribuzione un terzo di quanto ha guadagnato Le chiavi di casa in tre giorni.

D: Come mai, secondo lei, i film che vanno ai concorsi alla fine non hanno successo?

GA: Perché il pubblico è sempre più avanti di quello che noi possiamo sospettare. Se potessimo tastare il polso degli spettatori faremmo sempre dei capolavori e dei grandi successi. Comunque noto che la risposta si sente già dal primo giorno: i film vengono recepiti oppure vanno male da subito. E questo è anche il lato affascinante di questo lavoro.

Immagine articolo Fucine MuteD: Da dov’è partito per arrivare ad un lungometraggio così calibrato come Le chiavi di casa?

GA: Da me stesso. Non per presunzione, ma per umiltà, per capire meglio le cose. Se mi fossi accontentato di illustrare il libro di Pontiggia ne sarebbe uscita un’operazione a freddo, invece io volevo un coinvolgimento maggiore, un approccio diretto. Pontiggia non scrive un romanzo, si confessa, parla della sua impotenza nei confronti del figlio e di tutti gli sforzi che ha fatto per farlo rinascere. Quest’esperienza io non l’ho vissuta, però ne ho provata una analoga cercando l’interprete del mio film e spostando l’attenzione sull’altro personaggio, cioè sul padre che non riesce a comunicare con il ragazzo e sul loro rapporto. Il tema del lungometraggio è il senso di colpa che prende un uomo che non sa essere padre e che non riesce ad essere adulto. È un tema presente in molti miei film dove quasi sempre sono i bambini che ti aiutano a crescere.

Michela Cristofoli (MC): Sia leggendo il romanzo di Pontiggia che vedendo il suo film si percepisce il dualismo tra il figlio ansioso di crescere, di fare esperienze, e il padre protettivo, desideroso di diventare quasi la sua stampella. In una scena Gianni (Kim Rossi Stuart) getta in mare il bastone con cui Paolo (Andrea Rossi) si aiuta a camminare. Sembra quasi credere che il suo amore, le sue attenzioni possano farlo in qualche modo guarire.

GA: Siccome Pontiggia modella il personaggio del padre su se stesso, ha un ruolo importante ed è capace di farsi carico dei bisogni del figlio mentre il mio protagonista, che potrebbe essere un uomo normale, è impreparato. Volevo una persona che non fosse in grado, anche dolorosamente, di affrontare questo incontro. Pontiggia è uno scrittore, è un’intellettuale, ha una struttura importante da tutti i punti di vista, sa quindi dare un insegnamento al figlio, sa essergli da guida sin dal primo giorno. Lui non lo ha mai rifiutato. Nel libro vediamo che coltiva i rapporti sociali del ragazzo e, quando è il caso, interviene anche polemicamente per difenderne i diritti. Invece il mio Gianni è l’uomo comune, gli ho fatto dire in una scena del film “Io non leggo mai”, non è abituato. È addirittura l’opposto di Pontiggia. Lo scrittore ha le armi per far rinascere una seconda volta suo figlio. Gianni no, volevo che fosse come il pubblico. Era fondamentale per me che non ci fosse un’esperienza vista in modo distaccato dagli spettatori ma che questi si potessero identificare nelle sue reazionie che condividessero il suo senso di sperdutezza.

D: Perché ha scelto Kim Rossi Stuart?

GA: Ho scelto Kim perché ha delle caratteristiche giuste anche dal punto di vista fisico. Ad esempio è bello, e il fatto di avere un figlio che ha dei problemi fisici crea già subito un disagio per una persona sensibile aumentando il senso di colpa. Qui entra in gioco la riflessione sul perché si diventa padri. Il sentimento è quello di vendetta contro i torti del mondo: nostro figlio dev’essere l’angelo vendicatore, lo vogliamo più fortunato, più ricco, più bello di noi, più intelligente. I figli sono un mezzo di rivalsa. Se dal primo momento scopriamo che il nostro erede è nato sfortunato, che porta un marchio e non può essere ciò che noi ci aspettavamo, scatta un desiderio di fuga e alle donne resta “il lavoro sporco”, perché le madri non scappano. Non a caso, a Gianni viene il coraggio di incontrare suo figlio dopo quindici anni quando ne ha un altro perfetto, il Francesco di cui parla sempre, che lo rende sicuro su quello che sarà il futuro. Noi uomini siamo più fragili dal punto di vista genitoriale di quanto lo siano le donne.

Immagine articolo Fucine Mute

MC: È per sottolineare tutto questo che fa dire a Charlotte Rampling le frasi più dure del film?

GA: Non sono dure quelle frasi, sono lucide. Quando alla fine dice quelle parole che sì, sono dure, le dice per disperazione, non per rinuncia o perché ha deciso di non occuparsi più della figlia. È una donna affranta che vuole dare a Gianni una spiegazione sul suo comportamento e risponde a una domanda di lui che le ha chiesto come fa ad essere serena. Lei gli fa capire che non è così, che si sveglia tutte le mattine con dei problemi e cerca di superarli dandosi una disciplina, che è un po’ quello che dovremmo fare tutti. La Rampling dice: “Io mi aiuto dedicandomi alle piccole cose di tutti i giorni, cerco di non pensare a quella che è stata la disgrazia della mia vita. Bado al dentifricio, ai biscotti da comprare”. Secondo me il lato materno è questo, cioè il fatto di essere in grado di ricostruire la casa se è crollata. Lo so per esperienza, perché ho vissuto in una società dove le donne erano il pilastro. Mi riferisco alla Calabria dell’emigrazione, delle vedove bianche. Gli uomini andavano a Milano o a Torino negli anni ’40 e ’50. Sono nato nel ’45 e mio nonno era già da molti anni in Argentina mentre mio padre è partito qualche anno dopo. Il sud america era lontano, le donne restavano in paese sole a tirare su i bambini e non potevano nemmeno guardare da lontano un altro uomo, da qui l’appellativo vedove bianche, mentre loro là avevano dei rapporti, addirittura si risposavano. Mio nonno ad esempio lo ha fatto, si è costruito un’altra famiglia. Gli uomini scappano dalle responsabilità, poi certe volte hanno anche la sensibilità per riconoscerlo. Alle volte accadono dei miracoli per cui tuo figlio ti aiuta a crescere. La nota che amo di più del film Le chiavi di casa è che c’è un bambino quindicenne che asciuga le lacrime di suo padre e soprattutto gli dice che non deve fare così. Questo è il messaggio, se si può utilizzare questo termine che io non amo molto. Come diceva un produttore americano i messaggi li deve portare il postino, il cinema deve dare delle emozioni. Spero che il sentimento con cui si esce dalla sala sia quello di una ritrovata fiducia nella possibilità di essere amati e di ricuperare l’affetto non dato, l’intenzione o il non detto.

D: L’avvicinarsi in modo diretto al mondo della disabilità l’ha in qualche modo toccata o cambiata? Kim Rossi Stuart diceva che quando arrivava Andrea Rossi si dimenticavano le preoccupazioni di tutti i giorni, concorda con questa affermazione?

GA: Ha ragione. Si dimenticavano i problemi di contorno nella lavorazione di un film: i capricci vari, la fatica. Non perché Andrea fosse disabile, mi rifiuto di pensare a lui come ad un handicappato, perché a quel punto dovrei considerarmi anch’io così. Lui è un ragazzo che porta un’incosciente vitalità, un’allegria. Come dice la Rampling nel film, è protetto in un certo modo da quello che ha. Andrea sembra un abitante di un altro pianeta felice che è arrivato tra di noi e ci sta insegnando qualcosa. La diversità è talmente evidente che ci spinge a vedere la nostra e a trovare un punto comune in questo riconoscimento. Pontiggia dice giustamente che è necessario aiutare i diversi ad essere se stessi, e non invece ad essere normali, perché siamo noi che abbiamo creato dei parametri. Nel film, però, le battute e il personaggio non corrispondono ad Andrea, perché purtroppo lui è più indietro di Paolo dal punto di vista dello sviluppo mentale. Porta, e questo è tutto merito suo, la gioia di esistere. Ha davvero un’innocenza che appartiene ad un altro mondo. Racconto un piccolo aneddoto accaduto durante le riprese che dimostra quanto siano presenti i suoi genitori. C’è una scena dove Charlotte Rampling dice di aver notato che Gianni è il padre del bambino per come si guarda intorno chiedendo quasi scusa agli altri, e lo accusa di provare vergogna. Quando giravamo la scena, la madre di Andrea mi ha chiesto se il figlio avrebbe sentito questa parola, perché né lei né il padre gliel’anno mai detta e avrebbe preferito che Andrea non la ascoltasse, o che io oppure lei, gli spiegassimo cosa significa. Andrea non ha complessi. Per esempio sta in piscina, dove l’ho incontrato per la prima volta, e nuota molto bene però con un braccio ed una gamba sola. Lui non pensa che dovrebbe nuotare come gli altri, ma dice a loro di provare a stare a galla come fa lui, se ci riescono. Ha dimostrato molto coraggio nel fare il film, è stato faticoso per lui il fatto di trattenere anche una parola, perché ha una memoria molto corta. C’è stata una scena, quella dell’automobile, che è stata particolarmente difficile. Io, che stavo seduto sul sedile posteriore, gli suggerivo di prendere il volante, mentre Kim Rossi Stuart lo rimproverava dicendogli di mollarlo, così Andrea è sbottato e ci ha detto: “Ma mettevi d’accordo, no!”.

Immagine articolo Fucine Mute

L’incontro con questo ragazzo è stato ciò che mi ha indotto a fare il film, non credo che l’avrei realizzato se non avessi trovato lui. Volevo girare con mano leggera nonostante la tematica fosse così forte, drammatica e cupa. Tutti gli altri ragazzi che ho incontrato, nella mia ricerca durata un anno e mezzo, hanno molte difficoltà a rapportarsi agli altri. Andrea è un miracolo della natura, il suo entusiasmo diventa contagioso e quindi credo che sposti il film non solo sul tema della disabilità ma proprio sull’incapacità dei genitori di essere all’altezza di un compito così feroce. Per questo la scena finale racchiude un gesto di riconciliazione. Vorrei raccontare la reazione di Andrea Pontiggia che adesso ha trentaquattro anni. Alla fine della proiezione mi è venuto vicino e mi ha detto: “Una volta c’era un mio compagno di scuola che piangeva e un altro gli ha detto: si piange solo quando uno muore”. Evidentemente l’aveva colpito l’ultima immagine. Spero di aver trattato questo argomento senza pietismi e senza moralismi. Trovo che ci sia una scena nel film, quella della lettera, che possiede una leggerezza incredibile. L’ho girata pensando ad un film di Spielberg, E.T. l’extraterrestre. Ho vestito Andrea con un accappatoio lungo fino ai piedi che poi gli deborda dalle mani, come quando mascherano E.T. per non far scoprire che è un alieno.

D: Vorrei chiederle se ha dei progetti in preparazione.

GA: È già da un anno che sono impegnato in un lavoro da fare in Cina. Dopo tornerò in Italia e probabilmente esplorerò il nord perché non ci sono mai stato, in senso narrativo. Ho sempre raccontato di viaggi da nord a sud ma privilegiando la terra dove sono nato e cresciuto. Se riesco a fare il prossimo film, che davvero sarà un’impresa, allora ricomincerò da qua. Il progetto è molto arduo soprattutto dal punto di vista organizzativo, perché girare nella Cina di oggi è duro. Questo paese è un misto di capitalismo selvaggio e comunismo da incubo, l’incrocio cioè delle due peggiori cose che possano esistere: la burocrazia oscura di certi apparati dello Stato insieme al rampantismo dell’economia. È il paese della contraffazione, dove ognuno falsifica, secondo me, anche se stesso. Contemporaneamente convivono la grande ricchezza e la povertà estrema. Non ho mai visto una città con più mendicanti di Shangai.

Immagine articolo Fucine Mute

D: Tornado al film, com’è stato lavorare con gli attori che ha scelto?

GA: Kim Rossi Stuart è stato eroico, nel senso che lui già al primo ciak funziona, al secondo va ancora meglio, e, mentre gli attori professionisti dalla terza ripresa in poi peggiorano, lui cresce. La media per questo film è stato di venticinque ripetizioni per scena, addirittura per un’inquadratura siamo arrivati a trentasette, nell’immagine della terrazza dell’albergo in Norvegia. Kim anche alla trentesima ripresa era spontaneo, giusto, naturale come alla prima. Questa è stata una prova di carattere. La grande sorpresa per me è stata la signora Rampling, oltre che per il fatto di avere un ruolo difficile, è una donna bellissima ed è una grande persona, notevole umanamente. Sono gli interpreti che volevo. Trovo che Pier Francesco Favino, pur recitando in una parte molto piccola, sia uno degli attori di maggior talento attivi oggi in Italia. Questo è un film molto semplice, non ha svolazzi di regia, è girato stando addosso ai personaggi, cercando di cogliere in presa diretta le cose che avevano da dire.

MC: In un’intervista che ho letto tempo fa, lei parlava della televisione come di un mezzo, di uno schermo per guardare i dvd. Per essa, però, sono stati concepiti molti progetti, come La meglio gioventù, oppure Heimat 3, oppure la versione più lunga di un’ora dei Ragazzi di via Panisperna da lei stesso firmata. Ha intenzione di pensare ancora ad un progetto per la tv?

GA: Lavorerei subito, se non mi costringessero a fare cose alle quali non credo. Io non amo il concetto di fiction, perché trovo che sia una sorta di parodia del cinema. Vedo una televisione che scimmiotta il cinema e usa un linguaggio estremamente volgare e rozzo, soprattutto appiattito secondo delle forme obsolete, dove non c’è un grammo di stile ma ogni cosa è stereotipata. Sembra che tutto sia costruito con le risate finte che vediamo nelle commedie e anche quando non ci sono pare che risuonino perché dobbiamo provare delle emozioni a comando. Gli argomenti che si vedono nei racconti televisivi sono ricattatori, si specula sui santi, mi sembra ci sia una disattenzione colpevole nei confronti della grammatica del cinema. I titoli che citavi sono delle felici eccezioni. La meglio gioventù è stata realizzata da un regista e da un produttore che fanno cinema ed è stata girata come se fosse un film, senza preoccuparsi di assecondare le leggi della fiction, tant’è vero che solo attraverso un festival come quello di Cannes, cioè attraverso il cinema, è andata in tv. Quindi è la prova del nove che la televisione cammina su altre strade, che per me sono abbastanza inquietanti. Ieri sera è passata una cosa che avevano offerto a me ed io ho rifiutato di fare rinunciando ad un sacco di soldi, ma era un progetto che non reggevo (si tratta della fiction “La terra del ritorno”, ndr). Me l’hanno offerto in quanto regista che conosce bene gli anni cinquanta, il meridione, l’emigrazione, ma il racconto era così edulcorato, così squallidamente artificioso che di fronte a questo lavoro tutto ciò che è spot pubblicitario sembra realismo. Per questo dico che la tv fa un cattivo servizio al cinema perché diseduca lo spettatore a quelle che sono le emozioni che ti dà un film.

Immagine articolo Fucine Mute

MC: Ci sono alcune tematiche che solo lei e pochi altri registi hanno avuto il coraggio di affrontare, come il fatto di ritrarre l’Italia contemporanea. Con Colpire al cuore lei descriveva il disagio del terrorismo, con Il ladro di bambini dell’emigrazione e dello sfascio dell’Italia degli anni Novanta, ma secondo lei perché si parla così poco dell’Italia di oggi?

GA: Non è che se ne parli poco, ma indirettamente. Un regista, almeno per me è così, ha bisogno di appassionarsi a quello che racconta, di avere un minimo di vicinanza con l’oggetto della narrazione. Mettiamo che uno debba rappresentare la politica di oggi, come fa? Qualunque tipo di battaglia è scontata, a meno che non ci si inventi qualcosa contro o a favore che diventi un atto d’amore o di violenza. Questi sono i due estremi in cui io riconosco l’emozione del cinema.

MC: I personaggi descritti da molti film italiani, pur facendo lavori comuni, hanno molto tempo libero per pensare e sembra vivano in luoghi lussuosi, nei suo film questo non accade mai.

GA: Odio tanto cinema italiano proprio perché non conta i soldi che ci sono in tasca ai personaggi. È un cinema condizionato dalla televisione perché questa impedisce di vedere degli ambienti che non siano di lusso. Nelle fiction, anche quelle che si svolgono in una portineria, questo luogo è bello come fosse un palazzo. Le scenografie, i costumi devono essere in un certo modo perché allo spettatore medio deve arrivare un messaggio di benessere.

Si ringrazia per la gentile collaborazione Andrea De Candido e lo staff del Cinecity di Udine.

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