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Cinema

Polvere di stelle: Laura Solari

Immagine articolo Fucine Mute«Per molti di noi triestini — appartenenti magari a generazioni diverse — la scomparsa di un’attrice come Laura Solari dice e significa qualcosa di più e di più profondo delle poche righe d’agenzia che ne hanno annunciato la morte, avvenuta esattamente un mese fa, celata con caparbio rispetto, nascosta anche ai pochi amici che le erano rimasti, svelata con pudore a chi — come noi — l’aveva amata e ammirata quasi senza conoscerla». Con queste toccanti parole inizia il ricordo che Giorgio Polacco scrisse in memoria di una concittadina deceduta a Bellinzona, in Svizzera, il 13 settembre del 1984. Una morte comunicata in ritardo dai figli, un’uscita di scena discreta e distante dalle luci della ribalta, un addio lontano dalla città che l’aveva vista nascere.

A sedici anni un marito e il set

A venti anni dalla sua scomparsa è giusto e doveroso ricordare un’interprete che ha dato molto al mondo dello spettacolo. Laura Camaur, poi modificato in Solari, vede la luce a Trieste il 5 gennaio del 1913.

Figlia di uno scultore compie le scuole medie in un collegio di Vienna e successivamente per volontà paterna che la voleva scultrice, si iscrive all’Accademia di Brera. Ma la sua grande passione è il teatro e a sedici anni, dopo essersi sposata, inizia a prendere lezioni di recitazione da Gina Graziosi che l’incoraggia a proseguire in quella direzione.

La sua prima, breve apparizione sullo schermo, avviene nel 1937 in La regina della Scala, girato a Milano da Guido Salvini e dal debuttante Camillo Mastrocinque il cui protagonista era lo zaratino Giuseppe Addobbati. Poco dopo un gruppo di studenti del Cine Guf le affida il ruolo principale nel cortometraggio È arrivato quel signore. Ma il cinema che conta si fa a Roma ed anche l’allora ventiquattrenne Laura si mette disciplinatamente in fila per partecipare ad uno dei tanti concorsi cinematografici dell’epoca. L’Era film, infatti, presieduta da Vittorio Mussolini, aveva intenzione di realizzare, in coproduzione con il potente produttore americano Hal Roach, una sontuosa edizione de Il Rigoletto, ma il progetto fallì e si ripiegò su un film in costume di complessi intrighi ambientato al tempo della fuga di Napoleone dall’Elba intitolato L’orologio a cucù. Il concorso fu vinto da Oretta Fiume il cui vero cognome era Scrobogna cambiato, per esigenze artistiche, nella denominazione della città natale. Tanto per restare in argomento anche la polesana Anna Maria von Altenburg, che aveva appena debuttato ne Il feroce Saladino, aveva optato per il più facile Alida Valli. In ogni caso Laura Camaur Solari a quel concorso si era classificata seconda e aveva ottenuto il ruolo di seconda donna. Protagonista maschile della pellicola era il divo Vittorio De Sica, mentre al timone di comando ritroviamo quel Camillo Mastrocinque che sarà il suo regista prediletto.

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Ripercorrendo in una lunga intervista concessa nel 1974 allo storico del cinema Francesco Savio la sua carriera, l’attrice ricorda in particolare la comprensione e la signorilità di De Sica che la tranquillizzò e le diede molti consigli utili sul come comportarsi sul set. Rotto il ghiaccio, la Solari viene chiamata ad interpretare accanto a Mario Ferrari Terra di nessuno (1939) di Mario Baffico, storia di un latifondista che non permetteva di seppellire la gente nel suo terreno. Lei faceva una giovane contadina che nel corso di sofferte vicissitudini diventa una donna matura. La pellicola non ebbe successo e l’attrice triestina cambiò genere con Una moglie in pericolo (1939) del regista austriaco Max Neufeld. Si tratta dell’unico film del genere dei telefoni bianchi, allora di gran moda, a cui ha partecipato. Il ruolo era quello di una cameriera che si sostituisce alla padrona di casa durante un ballo mascherato. Segue nello stesso anno la parte di telefonista in Bionda sottochiave di Mastrocinque e la commedia farsesca Eravamo sette vedove di Mario Mattoli in cui la Solari, assieme a Laura Nucci, Amelia Chellini, Silvana Jachino, Greta Gonda, Maria Dominiani e Anna Maria Dossena, fa parte di un gruppetto di procaci ragazze che, dopo un naufragio, approda su un’isola assieme ad un avvocato. Il fortunato era il celebre Antonio Gandusio e la produzione tentava di bissare il successo di Eravamo sette sorelle realizzato l’anno precedente da Nunzio Malasomma sempre con Gandusio mattatore. Nel 1940 la ritroviamo accanto a Ruggero Ruggeri, Luigi Almirante e Osvaldo Valenti nel drammatico Una lampada alla finestra di Gino Talamo, un regista con un passato da boxer. Il successivo Validità giorni dieci di Mastrocinque lo gira a Venezia accanto all’udinese Antonio Centa. Lei fa una dipendente di una società assicuratrice, impegnata a recuperare una collana rubata. Nella città lagunare trova il prezioso gioiello ed anche l’amore. Nel film commedia recitano anche Sergio Tofano e Luigi Cimara. A questo punto la sua fama è alle stelle e può legittimamente affiancare il mostro sacro Armando Falconi nel Don Pasquale che il fedele Mastrocinque trae dal libretto dell’opera omonima di Gaetano Donizetti. Il film partecipa alla Mostra del cinema di Venezia ottenendo buone recensioni tra cui quella di Michelangelo Antonioni.

Una commovente “Luisa Sanfelice”

Immagine articolo Fucine MuteL’anno seguente è il turno di un altro titolo dal sapore operistico Ridi pagliaccio sempre di Mastrocinque ed interpretato in coppia con Fosco Giachetti. Frattanto la sua perfetta conoscenza del tedesco le permette di essere scritturata da produzioni germaniche. Curiosamente, però, il suo primo film nella lingua di Goethe lo gira a Capri ed è una commedia brillante firmata da Carl Boese Musica per gloria.

In Germania. Invece, gira il film giallo L’affare Styx di Karl Anton e il propagandistico, non dimentichiamo che siamo in tempo di guerra, Ghepu, di Karl Ritter in cui fa una violinista baltica a cui i sovietici sterminano l’intera famiglia. Nel 1942 la Solari torna in Italia e a Napoli sotto la direzione di Leo Menardi interpreta Luisa Sanfelice assieme a Massimo Serato. Il critico Diego Calcagno afferma che il film intenerisce e commuove. Poi aggiunge: “Esso finisce con la lama della mannaia che cade sul collo liliale della sventurata eroina. Laura Solari mi è parsa bella sotto il grande cappello a conchiglia. Non potete immaginare come mi piacciono quei vestiti, quelle trine. Non sono per l’età della pietra, né per quella del ferro, né per quella dell’oro. Sono per l’età della trina”. A titolo di curiosità va ricordato che Laetitia Casta ha interpretato lo stesso personaggio nel tv movie diretto da Paolo e Vittorio Taviani nel 2003. Seguono altri tre film con la regia di Camillo Mastrocinque. Il primo è Fedora tratto dal dramma di Victorien Sardou, in cui recita il ruolo della principessa russa Fedora che, per vendicare la morte del proprio fidanzato principe Vladimiro (Osvaldo Valenti) denuncia a Parigi un pittore (Amedeo Nazzari) di cui si è innamorata e che alcune circostanze indicano come responsabile del delitto. Il secondo è La maschera e il volto dalla commedia di Luigi Chiarelli dove un marito geloso (Nino Besozzi) afferma che se la moglie (Laura Solari) lo tradisse, lui non esiterebbe ad ucciderla. Poi, di fronte ad una presunta infedeltà, non ha il coraggio di mettere in pratica i propositi omicidi e, alla fine, tutto si chiarisce nel migliore dei modi. L’ultimo, e siamo nel 1943, è La statua vivente, dal dramma di Tebaldo Ciconi. Come la Kim Novak ne La donna che visse due volte anche la Solari fa una doppia parte. Un marinaio (Fosco Giachetti) resta vedovo, per un incidente d’auto, il giorno stesso delle nozze. Disperato, si dà all’alcol e in una casa di tolleranza conosce una ragazza Rita, identica alla moglie Luisa. Questa incredibile somiglianza sconvolge la mente dell’uomo che finisce per ucciderla.

Alcune scene del film furono girate proprio a Trieste in viale XX Settembre. L’opera ebbe critiche contrastanti. Mario Gromo su “La Stampa” scrisse che «il film, vietato ai minori degli anni sedici, ha per protagonista quella gentile signora che è Laura Solari, e che si trova visibilmente a disagio, costretta ad ancheggiare e ad avere sguardi quasi obliqui, e profferte… esplicite».

Mentre Pietro Bianchi sul “Bertoldo” riconosce che il racconto di Mastrocinque è fatto con grande accuratezza ed ha una prima parte discreta. E, a proposito dell’interpretazione femminile, si lascia andare ad un giudizio estetico ga1ante: «Laura Solari è una bella figliola e sta diventando a poco a poco anche un’ottima attrice, ed in questo ultimo film è tra gli interpreti quella che figura meglio». C’è da aggiungere ancora che la stessa attrice lo ricordava come il film che le aveva dato di più in fatto di popolarità. Comunque quel film segnava la fine di una certa carriera, dal momento che il successivo Il matrimonio segreto iniziato a girare conMastrocinque in Spagna nonvenne mai finito, per il precipitare degli eventi bellici.

La carriera teatrale

Immagine articolo Fucine MuteNel primo dopoguerra la Solari riparte dal teatro e sui palcoscenici getterà le basi per una nuova carriera. Il suo debutto avviene a Napoli dove per due mesi accanto ad Amedeo Nazzari, Daniela Palmer e Filippo Scelzo si esibisce in un repertorio popolare comprendente La cena delle beffe di Sem Benelli, Romanticismo di Girolamo Gassman in Rebecca di Daphne du Maurier di cui è notissima la versione cinematografica di Hitchcock. L’anno dopo è primattrice in una compagnia stabile estiva diretta da Ernesto Sabbatini e di cui facevano parte Ernesto Calindri, Franco Volpi, Lina Volonghi e Isabella Riva. Nel corso di tre fortunate stagioni il gruppo si produsse in un repertorio generalmente leggero con molti testi comici della pochade francese. Ma, accanto a Feydeau e agli Shaw, c’erano anche il Pirandello de L’uomo, la bestia e la virtù, il rifacimento teatrale de La maschera e il volto di Chiarelli e Dieci piccoli negretti (non indiani) di Agatha Christie. La stagione invernale 1948-49 fa compagnia con Sergio Tofano e la seguente con Calindri. Gli autori rappresentati sono Goldoni, Betti, Pirandello, Mosca e di Tofano Bonaventura veterinario per forza. Nel 1950-51 appare con Gandusio e Besozzi e successivamente forma una compagnia con Giuseppe Porelli, Ivo Garrani, Gianrico Tedeschi ed Isabella Riva. Tra il repertorio scelto spiccano La pulce nell’orecchio di Feydeau, Nina di Andrè Roussin, Milord si sposa di Noel Coward e Il complesso di Filemone di Jean Bernard Luci in cui compare anche Alberto Lionello ed Elsa Albani. Alcuni di questi spettacoli approdano anche a Trieste al Teatro Verdi.

Il ritorno a Trieste al Teatro Nuovo

Ma il vero ritorno, in grande stile, per la Solari avviene nel 1954 quando si forma la Compagnia stabile di Trieste che il 24 dicembre di quell’anno inaugura in via Giustiniano l’ex cinema Auditorium ribattezzato Teatro Nuovo. Lo spettacolo prescelto è La donna di garbo di CarloGoldoni conLuigi Almirante, Isabella Riva e Giuseppe Caldani. Laura Solari interpreta la popolana Rosaura euna recensione della prima così sottolinea il gradimento del pubblico nei suoiriguardi: «Accolta con applausi di prima scena e spesso applaudita a scena aperta». Da ricordare anche lapartecipazione di Mimmo Lo Vecchio nel ruolo di Arlecchino e Gianni Solaro in quello di Brighella. Ad essere precisi va detto inoltre che lacompagnia aveva già debuttato alla Fenice di Veneziae che si era successivamente recata a Milano per la messa in onda alla televisione in diretta dello spettacolo il 5 novembre del 1954. La rappresentazione era stata replicata due giorni dopo ed un’altra volta in gennaio.

Oltre che nel lavoro di Goldoni, la Solari compare in quella stagione sul palcoscenico del Teatro Nuovo in L’amante in città di Ezio D’Errico in cui dà vita a due gemelle dai caratteri diametralmente opposti, Leocadia di Jean Anouilh con Mario Valdemarin e Attimo fermati, sei bello! di John Patrick. Nel 1955-56 è primattrice e, accanto a Carlo Ninchi, di una compagnia diretta da Maner Lualdi che rappresenta unicamente atti unici di autori italiani. Nell’aprile del 1956 il gruppo fa tappa anche al Verdi. Tra novembre e dicembre di quell’anno ritorna al Nuovo con lo Stabile locale per interpretare Lulù di Carlo Bertolazzi, Gli ipocriti di Silvio Giovaninetti e in un unico spettacolo I capricci di Marianna di Alfred de Musset e L’uomo del destino di George Bernard Shaw. La stagione seguente recita con Ernesto Calindri e Lia Zoppelli in E la moglie dev’essere fedele di William Maugham e Lohengrin di Aldo De Benedetti. Poi sul finire degli anni Cinquanta la troviamo allo Stabile di Torino interprete de Un cappello di paglia di Firenze di Labiche.
Immagine articolo Fucine MuteC’è da dire che nonostante questa intensa attività teatrale l’attrice triestina non aveva del tutto abbandonato il cinema ed aveva sovente recitato in televisione. Sul grande schermo era ritornata, chiamata nel 1947 dal fedele Mastrocinque, quale interprete principale de Il vento mi ha cantato una canzone e, in parti secondarie, aveva preso parte a Senza bandiera (1951) di Lionello De Felice con Vivi Gioi, Il mondo le condanna (1953) di Gianni Francolini con Alida Valli e nella produzione americana Vacanze romane (1953) di William Wyler con Gregory Peck e Audrey Hepburn. Alla televisione si possono ricordare, in ruoli da protagonista, Tristi amori (1954) di Giuseppe Giacosa con Tino Carraro, Come le foglie (1955) sempre di Giacosa con Giorgio Albertazzi, Lohengrin (1957) di Aldo De Benedetti con Ernesto Calindri e, tre anni dopo, un altro De Benedetti Milizia popolare con Umberto Melnati. Negli anni ‘60 la Solari ha continuato a recitare in televisione, a teatro e al cinema. Uno dei suoi ultimi film è stato Banditi a Milano (1968) di Carlo Lizzani con Gian Maria Volontè. Recensendo il film per “Panorama” Tullio Kezich scrive: «Tra i volti che circondano il protagonista ricordiamo Don Backy, un buon acquisto per il cinema, l’ottima Laura Solari e il musicista Giorgio Gaslini in veste di biscazziere». Piacerebbe immaginare che quest’elogio di un concittadino abbia in qualche misura attenuato la sensazione della Solari di non essere stata pienamente apprezzata nel corso della sua lunga carriera. Di lei ci restano un pugno di film, forse, irrimediabilmente datati e di un periodo che si tende a rimuovere. Ma ci resta anche l’immagine indelebile di una bella e volitiva “mula” triestina che ha lottato per conquistare un po’ di luce nel firmamento cinematografico.

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