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Scrittura

Anime in gabbia

Immagine articolo Fucine Mute“La storia di Stella Raphael è una delle più tristi che io conosca. Stella era una donna profondamente frustrata, che subì le prevedibili conseguenze di una lunga negazione e crollò di fronte ad una tentazione improvvisa e soverchiante. Come se non bastasse, era una romantica. Traspose la sua esperienza sul piano del melodramma, facendone la storia di due amanti maledetti che sfidano il disprezzo del mondo in nome di una grande passione. È stata una vicenda il cui corso ha distrutto quattro vite, eppure Stella, ammesso che abbia mai provato qualche rimorso, è rimasta fedele alle sue illusioni fino alla fine. Io ho cercato di aiutarla, ma lei mi ha tenuto lontano dalla verità finché non è stato troppo tardi. Non aveva scelta. Non poteva permettersi di lasciarmi vedere le cose come stavano: sarebbe stata la rovina delle poche, fragili strutture psichiche che le erano rimaste”.

L’incipit del romanzo best-seller di Patrick McGrath, Asylum (Follia, Adelphi 1998) suona come l’annuncio di una catastrofe annunciata. O, per dirla con le parole del suo narratore, di una storia d’amore catastrofica contraddistinta da una profonda ossessione sessuale. Silenziosa e invasiva, ma sempre presente tra le righe, percorre la storia come un’inquietante musica di sottofondo, mentre all’interno di un tetro manicomio criminale vittoriano sentiamo risuonare i passi dei personaggi che animano la drammatica vicenda: Stella, appunto, suo marito Max, direttore dell’ospedale dove si trova anche Edgar, un pericoloso detenuto, e il loro figlioletto Charlie.
La voce narrante che ci guiderà attraverso le loro vicissitudini è quella di Peter, medico anch’egli, e naturalmente è proprio della sua ricostruzione, così scrupolosa ed all’apparenza fedele, che il lettore deve pian piano iniziare a dubitare per approdare alla verità sconvolgente racchiusa nel finale del libro.

Cresciuto all’ombra del Broadmoor Hospital di Londra (l’ospedale psichiatrico ad alta sicurezza più grande d’Inghilterra, nda),dove il padre lavorava come sovrintendente medico, a ventun’anni McGrath si trasferisce in Canada e lavora all’ospedale psichiatrico di Oakridge. Un passato ingombrante che tuttavia egli riversa abbondantemente nei suoi scritti, e dove diventa fin troppo facile ravvisare episodi di vita vissuta.
La vittoria del prestigioso Whitebread Prize per la narrativa ed entusiastiche recensioni critiche contribuiscono a consacrare il romanzo Follia caposaldo di una produzione letteraria dove il germe del male non è più un corpo estraneo e visibilmente minaccioso; ma si trova già dentro, nel corpo e soprattutto nella mente dei suoi personaggi, di volta in volta nevrotici, ossessionati e maniacali. Così l’orrore del sesso, del diverso, della malformazione fisica — i grandi spauracchi dell’educazione vittoriana — svolgono un ruolo determinante anche in Dr. Haggard’s disease (Il morbo di Haggard, Adelphi 1999), racconto della mutazione di un corpo che lentamente si modifica e si femminilizza, fino ad assumere le sembianze materne.

Immagine articolo Fucine MuteIncubi di un soggetto in perenne crisi d’identità, fortemente chiuso e misantropo come il protagonista di The Grotesque (Grottesco, Adelphi 2000), un eccentrico gentiluomo intento a ricostruire uno scheletro di sauro nel fienile della sua dimora di campagna. Oppure come Dennis Clegg, alias Spider (Bompiani 2002), dal quale lo stesso McGrath trae la sceneggiatura per l’omonimo film diretto da David Cronenberg ed interpretato da Ralph Fiennes.
Film che tocca una soglia di esasperata allucinazione, nel quale “l’insondabilità di un reale chiuso, solitario, vuoto, asettico, avanza parallelo alle incrinature lucidissime della follia, alle visioni reali di un inconscio spappolato e foriero di eventi mai vissuti. In essi c’è di nuovo un atto di cancellazione che termina nella sostituzione del vero con l’incubo. Ciò che rimane come elemento di comune generazione è l’intreccio materialistico che scaturisce dallo scontro tra l’entità schizofrenica e lo sguardo preciso, intatto, maniacale (appunto) che la scruta. Le contaminazioni, le ebollizioni, le mutazioni, i passaggi narrativi più sfibrati, stanno lì, forti e ossessivi, autentiche topografie dell’incubo, a formare una ragnatela invalicabile”.[1]

Tra i numerosi ospiti della manifestazione Viaggio dentro l’inconscio promossa da Telecom, Patrick McGrath ha incontrato il pubblico per una breve discussione sul ruolo dell’inconscio all’interno dei suoi romanzi.

D: Come affiora l’inconscio nei suoi personaggi?

R: Perché questo accada, si deve verificare un momento di rottura nella loro esistenza. Questa rottura, che si manifesta con l’assunzione di una droga, di alcol, oppure coincide con un raptus di follia incontrollata, e garantisce ai miei personaggi una maggior vulnerabilità, un naturale abbassamento delle loro difese. In questo modo l’inconscio, ovvero quell’energia straripante che è l’inconscio, prende il sopravvento e i personaggi iniziano a muoversi soverchiati da questa forza.

D: Il suo romanzo Grottesco è stato influenzato dal romanzo Giro di vite dello scrittore Henry James? Lei è a conoscenza delle teorie del fratello dello scrittore, il filosofo William James?

R: Durante la stesura di Grottesco, non pensavo affatto al romanzo di Henry James. Ma riflettendoci a posteriori, anche in Giro di vite è centrale la dinamica del rapporto servo-padrone, inizialmente è la governante a controllare la situazione, poi i bambini invertono il gioco; potrei quindi dire che mi ha influenzato inconsciamente! Non ho letto invece William James, anche se so che effettuò delle ricerche importanti per quanto riguarda la psicologia, specie se si considera il contesto nel quale si trovava ad operare, cioè l’epoca vittoriana.

D: Qual è il rapporto tra la pazzia e le problematiche legate alla nostra vita quotidiana? Ed in particolare con la depressione?

R: Mi piacerebbe poter dire che la follia e la depressione sono qualcosa di estremamente utile, che scatena la creatività. Ma in realtà non credo che sia affatto così. L’ordine e la stabilità nella nostra vita sono essenziali: se perdiamo queste due componenti non funzioniamo più. In questo senso mi ritengo un tradizionalista, convinto che ci si debba curare.

D: Nel suo ultimo romanzo Port Mungo assistiamo ad una vera e propria presa di coscienza da parte della protagonista, quando arriva alla verità finale è come se si fosse liberata da un velo davanti agli occhi.

R: Questa volta racconto il rapporto tra sorella e fratello, che per lei è innanzitutto un eroe. Allo stesso tempo riesce a intuirne anche i difetti, e questa sua sensazione si rende definitiva con la scoperta della verità. È stato molto interessante esplorare questo tipo di conflitto in un amore incondizionato come quello che lega una sorella ad un fratello, che è molto diverso da quello che ci può essere tra due innamorati, e sono contento che abbia funzionato.

Immagine articolo Fucine Mute

D: Lo sforzo di capire e di analizzare, come stiamo facendo anche adesso con lei ponendole tutte queste domande, non potrebbe essere a sua volta la dimostrazione di una perdita di ragione?

R: Non credo che si possa generalizzare, ognuno può reagire in maniera diversa allo scavo che sta compiendo. Ma per quanto mi riguarda lei ha senz’altro ragione, se andassi completamente a fondo di me stesso impazzirei. Ho sfiorato quest’esperienza da giovane e così ho cominciato a scrivere, ho incominciato un lavoro di trasposizione da un’esperienza mia personale per trasferirla su personaggi fittizi. Da allora sono passato trent’anni e continuo: in questo senso la mia “terapia” è scrivere, la narrativa è un modo per esplorare le proprie ossessioni.

Note:

[1] Lorenzo  Esposito, Carpenter. Romero, Cronenberg. Discorso sulla cosa, Editori Riuniti, 2004.


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