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Cinema

Giuseppe Piccioni

È la vita un film?

Immagine articolo Fucine MuteIl confine impercettibile tra finzione e realtà, il copione da rappresentare che diventa esperienza vissuta, il ruolo recitato che denuda l’emozione. Questi i temi che La vita che vorrei, ultimo lungometraggio di Giuseppe Piccioni, lascia affrontare a Stefano (Luigi Lo Cascio), attore affermato di formazione classica e solido mestiere, e a Laura (Sandra Ceccarelli), capitata nel mondo del cinema per caso. Il film in costume di cui sono interpreti scandisce le fasi e i tempi della loro tormentata relazione che, in una calibrata specularità di frasi e situazioni, si nutre di risonanze ed intrecci tra la vita e lo spettacolo.

Michela Cristofoli (MC): Parlando di La vita che vorrei, che è il suo settimo lungometraggio e sembra un omaggio alla settima arte, è stato fatto spesso riferimento ad Effetto Notte di François Truffaut. Il regista francese, oltre che descrivere il mondo del cinema, cita molti dei suoi maestri, e, siccome anche nel suo lungometraggio si possono riconoscere dei riferimenti a Scorsese, ad esempio nella scena del ballo, o a Margherita Gauthier, volevo chiederle se è stato così anche per lei, e cioè se si è ispirato ai film della sua vita per realizzare quest’ultima opera.

Giuseppe Piccioni (GP): Diciamo che la realizzazione di La vita che vorrei ha rappresentato un’occasione per fare delle cose che risuonavano dentro di me per alcuni film che ho visto e che appartengono forse ad un periodo della mia vita in cui ero uno spettatore pre-critico e pre-consapevole. Ci sono riferimenti a molte opere che appartengono alla storia del cinema, come appunto Margherita Gauthier di George Cukor, oppure a registi hollywoodiani come Clarence Brown che con Greta Garbo fece Anna Karenina, e c’è senz’altro il gusto per il melodramma. A differenza di Effetto Notte, che ovviamente è un riferimento troppo alto, il mio non è però un film sul cinema. Volevo che si svolgesse in questo ambiente, ma non che si concentrasse troppo sul metalinguaggio. Il mio interesse è incentrato sugli attori, sul loro mondo, su questo confine labile che c’è tra realtà e rappresentazione e su quanto questo riguardi ognuno di noi. Qualche volta, magari in modo diverso, sicuramente tutti ci domandiamo se non stiamo mettendo in scena la caricatura di noi stessi, se non pensiamo troppo a come siamo visti, se la vita che vorremmo non è forse anche un tentativo per uscire dagli stereotipi ed essere altri personaggi che aderiscono di più alla vita.

MC: Nel film i due attori protagonisti entrano ed escono continuamente dalla realtà alla finzione ed anche nella storia che stanno interpretando viene dato ampio spazio alla loro vita, ci sono molti slittamenti tra quello che provano e ciò che devono recitare. Può accadere davvero che le relazioni tra i membri del cast influenzino le riprese?

GP: Non credo che il film racconti questo, nel senso cioè che voglia dire qualcosa di definitivo per spiegare in cosa consista quella strana alchimia rappresentata dalla recitazione. Diciamo che l’aspetto emblematico è proprio legato alla professione, che è così particolare. I due attori del mio lungometraggio sono creature fragili, con un’identità che si rafforza esclusivamente attraverso il lavoro, si sentono di esistere solo quando hanno una parte, un ruolo, sono creature che affrontano molti rischi perché si espongono in prima persona, con il loro volto, con la fisicità e con le emozioni. Sicuramente mentre recitano assieme  possono sentire un’intesa che può essere una forma di amore e d’intimità, però credo esista una specie di pudore, di correttezza professionale che probabilmente qui viene messa in discussione proprio dai sentimenti che Laura (Sandra Ceccarelli) e Stefano (Luigi Lo Cascio) provano uno per l’altro.

Immagine articolo Fucine Mute

MC: Ci sono analogie, invece, tra il personaggio di Luca, interpretato da Nini Bruschetta, e il suo ruolo? Penso ad esempio al fatto di riprendere le prove in video.

GP: Sicuramente. Già la prima scena del film  può far pensare al taglio che ho dato a Ritratto confidenziale di Sandra. Ninni mi piaceva innanzi tutto perché è molto diverso da me, poi mi divertiva competere, in un certo senso, con lui. In molte scene eravamo entrambi registi, e, quando lui recitava una parte in cui doveva fingere di dirigere il set, mi sentivo quasi espropriato del mio ruolo. Mi piaceva anche il fatto che lui avesse un’aria così lontana dall’idea che ci siamo fatti di come dovrebbe essere un regista: ce lo immaginiamo carismatico, magari con la sciarpa. Eppure Ninni ha una grande concretezza. Nel film è un lavoratore instancabile e mi sembra che abbia dato un grande equilibrio, un grande peso alla storia, in particolare in quei momenti in cui è rappresentato il set.

MC: Una scelta di regia molto bella, secondo me, consiste nel modo differente di inquadrare, da un lato, i volti dei due attori, per i quali lei sceglie dei primi piani molto intimi, e dall’altro le riprese del film che Laura (Sandra Ceccarelli) e Stefano (Luigi Lo Cascio) stanno girando, dove invece viene usato il formato scope, predominano i campi medi e spesso la macchina da presa passa sul monitor del regista.

GP: Si, c’è questo passaggio continuo che rappresenta proprio uno slittamento di campo visivo, ma c’è anche spesso un’alternanza di luci calde e luci fredde, soprattutto nelle scene del set. In questo caso quando sono inquadrati direttamente gli attori c’è una certa luce, quando ci si sposta sul monitor gli stessi personaggi sono immersi in un altro tipo di luminosità. Il film è costituito da questo mescolarsi di luci calde e fredde che sottolineano continuamente il passaggio tra l’artificio e l’aspetto reale della storia.

MC: Quest’estate abbiamo incontrato in tournée Ludovico Einaudi, che ci ha parlato delle collaborazioni che avete affrontato assieme e del vostro rapporto. Non è lui l’artefice della colonna sonora di La vita che vorrei, però ci siamo stupiti nel vederlo in un interessante cammeo.

GP: Sì, io sono molto felice di quel momento perché sottolinea un rapporto collaborazione e di amicizia che continuano. È vero che Ludovico non ha composto le musiche però mi ha consigliato un brano, l’adagio di Barber, che si sente in due importanti situazioni, e soprattutto mi ha suggerito di coinvolgere un insegnante del conservatorio “G. Verdi” di Milano, Michele Fedrigotti, che non solo è un bravissimo arrangiatore, ma per la prima volta ha composto delle musiche originali per la colonna sonora di un film e io trovo che siano molto giuste ed anche belle. Quindi Ludovico è presente anche questa volta.

Immagine articolo Fucine Mute

MC: Proprio nella scena in cui Einaudi interpreta la parte del regista di una serie tv di genere poliziesco, vediamo Stefano (Luigi Lo Cascio) alle prese con un ruolo che è molto lontano da ciò che ci aspetteremmo che lui, così attento alle scelte professionali e allo spessore dei personaggi a cui dare il suo volto, potrebbe decidere di recitare. Questo ci dice, secondo lei, qualcosa sul mondo degli attori o su quello dei loro manager?

GP: C’è qualcosa di curioso, io credo, in questo baraccone rappresentato dal mondo del cinema e della televisione. In questa scena è sottolineato l’aspetto della routine, del non scelto, perché in fondo l’elemento più forte della crisi del personaggio interpretato da Luigi è proprio il fatto di non scegliere più davvero. C’è un’altra sequenza che va in questa direzione. Nel momento in cui Stefano (Luigi Lo Cascio), recitando il ruolo di Federico nell’episodio della morte di Eleonora, prova delle emozioni e si commuove veramente, lo vediamo in lacrime in primo piano, poi la macchina si allontana e tutt’intorno appare questa specie di circo, con l’attrezzista che va avanti a produrre un effetto speciale rudimentale, mentre il macchinista fa sobbalzare la carrozza. Sembra uno sberleffo, magari simpatico e vitale, ma che si contrappone ad uno stato d’animo che Stefano ha finalmente raggiunto davvero. Sicuramente ci sono anche gli aspetti che dici tu, su questo mestiere bellissimo del quale però alle volte siamo espropriati a causa dei tanti intermediari. Non posso affermare ciò genericamente, perché io ad esempio ho un agente, che tra l’altro è anche avvocato, con cui mi trovo bene, ed un produttore (Lionello Cerri, ndr) che ha scommesso su un film che poteva sicuramente essere rischioso. Spesso, però, c’è questa tendenza a spremere e privare del talento le molte persone creative che vengono costrette a fare cose di cui non sono convinte.

MC: Oltre ad essere regista, tra poco lei farà un secondo lavoro: abbiamo saputo che sta per diventare libraio.

GP: Sì, sto per diventare libraio, venite a trovarmi, aprirò una libreria la seconda metà di novembre in via dei Fienaroli 31/A che è a Roma, a Trastevere, vicino a casa mia. Sarà una libreria specializzata in cinema, con annesso un punto bar e speriamo di poter essere degli interlocutori per tutti gli appassionati di cinema e per chiunque altro lo volesse, per incontrarsi e discutere.

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