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Scrittura

Guido Piccoli

Colombia, il paradiso dell’eccesso

Immagine articolo Fucine MuteMichela Cristofoli (MC): La copertina del suo saggio sembra creare un ponte con il motivo che l’ha condotta per la prima volta in America Latina: conoscere e capire la guerriglia. Dal gruppo M-19 alle Farc, fino all’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln), come cambia, secondo lei, la guerriglia in Colombia di fronte alla sempre più forte minaccia delle Auc e della repressione statale?

Guido Piccoli (GP): Credo che la copertina abbastanza d’impatto del libro sia fuorviante rispetto al contenuto del saggio nel senso che questo descrive soprattutto la storia di un fenomeno particolare e caratteristico della Colombia, quale è il paramilitarismo, cioè una guerra sempre più privata e perpetrata da autonomi, che siano mercenari o sicari al servizio dei potenti o paramilitari veri e propri come sono le Auc cioè le Autodefensas Unidas de Colombia. Dico che non è proprio attinente perché tutti i colombiani che vedono la copertina sanno che l’uomo ritratto dovrebbe essere un guerrigliero delle Eln, sono loro ad usare questo tipo di fazzoletti contraddistinti dal rosso e dal nero che delle volte, quando non devono farsi riconoscere, diventa una maschera. Ritornando alla domanda devo dire che la guerriglia è cambiata molto in questi anni perché, pur passando da liberale a comunista, va avanti ormai da più di quarant’anni ed ha avuto molti momenti difficili. Il gruppo più importante, le Farc, essendo anche abbastanza conservatore sotto tutti gli aspetti, non ha mai rischiato l’estinzione e sostanzialmente è andato avanti per varie ragioni. La prima consiste nel fatto che la Colombia è un paese immenso, estesissimo, che può ospitare qualunque tipo di guerriglia dato che è divisa da tre catene montuose che possono essere simili alle Alpi, che rendono molte sue aree inaccessibili o impervie, quindi questo è un motivo legato proprio alla terra, alla geografia colombiana. L’altro, e credo che questa sia la vera causa anche se la mia opinione non è condivisa da tutti, è dato dal fatto che le disuguaglianze sociali e politiche che hanno motivato il sorgere della lotta armata, sono ancora del tutto vive e quindi rinfocolano anche la sua continuazione. È un discorso abbastanza difficile e contraddittorio. Infatti da un lato mi verrebbe da dire che dopo quarant’anni si dovrebbe capire che in un certo senso il progetto è fallito, perché se un’ipotesi non riesce mai a raggiungere i risultati che si prefigge si dovrebbe essere accantonata, però dall’altro lato le cause per le quali è nata la guerriglia sono ancora attive. Tra queste vanno elencate un’ingiustizia sociale enorme, scandalosa e terribile che mediamente un turista, pur vedendo molti poveri per le strade, non riesce a capire appieno perché solo addentrandosi nella società colombiana si notano le due facce distantissime da cui è composta; poi un sistema politico che apparentemente permette il dissenso, mentre di fatto elimina gli avversari con le pallottole. Queste sono le ragioni per cui i disordini continuano. Altri sostengono che al contrario la situazione rimanga inalterata perché c’è un grande affare, che è la coca. Io penso che questa possa rappresentare un elemento di ricchezza illegale che dà molti introiti, magari la metà dei soldi necessari per mantenere tutti quegli uomini armati, però non spiega la guerra, che di fatto è iniziata vent’anni prima che ci fosse il boom della droga e va avanti non grazie ad essa. Credo sia una sciocchezza al quadrato il fatto di dire che la guerra cesserebbe se terminasse il narcotraffico, perché lo spaccio non finirà mai, almeno finché un grammo di cocaina fuori da una discoteca di Bogotà, quindi non in un laboratorio nella selva, costa un euro e in Europa ne vale cento tagliata. Ma anche se dovesse cessare per miracolo, la Colombia è un paese talmente abbondante di tutto, è un paradiso di ogni tipo di bene, sicuramente la guerriglia troverebbe altre ricchezze con cui sostentarsi.

MC: Quella che avrebbe dovuto essere la medicina prodigiosa per risolvere il problema del narcotraffico, cioè il Plan Colombia, in realtà, oltre ad essere fallito, ha creato notevoli problemi: difficoltà con i paesi limitrofi, la fuga della popolazione e anche il disastro dei Desplazados, i profughi interni. Quindi ha acuito il malessere.

Immagine articolo Fucine MuteGP: Sì, il Plan Colombia era un grande progetto, con un finanziamento enorme perlopiù statunitense che doveva apparentemente aiutare a sviluppare la democrazia in Colombia e lottare contro il flagello della droga. Di fatto subito si è intuito che fosse, e così si è dimostrato essere, un piano prettamente militare nel quale molti dei soldi previsti tornavano in buona parte negli Stati Uniti, perché venivano dati alla Colombia ma questa doveva comprare elicotteri, armi ed era obbligata a pagare le compagnie private statunitensi. In più questo progetto era diretto alle regioni dove la guerriglia controlla il territorio, quindi quelle meridionali amazzoniche e pre-amazzonihe dove si coltiva la coca, ignorando tutti i distretti del nord o quelli costieri soprattutto atlantici dominati già allora, nel 1999 quando il piano fu inaugurato, dai paramilitari. Di fatto col passere degli anni il pretesto della droga è stato quasi del tutto abbandonato perché non c’era più motivo di addurre scuse. Il Plan Colombia ha cambiato nome ed è stato battezzato Plan Patriota ed è diretto immediatamente contro la guerriglia. Negli anni scorsi venivano finanziati dei reparti che apparentemente erano anti-droga e poi in realtà combattevano la guerriglia, ma rimaneva l’ipocrisia ufficiale, mentre adesso si dice che narcotrafficanti e Farc sono la stessa cosa, quindi si eliminano i guerriglieri. Questo è anche un risultato dell’11 settembre. Dopo questa data in tutto il mondo qualunque opposizione armata viene definita terrorista, quindi adesso non a caso l’ Eln, così come le Auc sono entrati nelle liste dei terroristi. Per i paramilitari però il discorso è molto più ampio e diverso poiché nascono come formazioni figlie della guerra di bassa intensità battezzata da John Kennedy che gli Stati Uniti hanno cominciato ad attuare a partire dagli anni sessanta, sono uno strumento di cui si è sempre servito il potere politico ed economico colombiano e ultimamente sono diventati sempre più i guardiani delle multinazionali. Mi spiego, la gran parte delle attività dei gruppi paramilitari si svolge in zone dove magari non c’è la guerriglia però esistono progetti di infrastrutture oppure di sfruttamento del suolo e del sottosuolo portati avanti da grandi multinazionali non esclusivamente statunitensi. C’è da liberare una zona perché si deve costruire un’enorme diga e magari le comunità indigene che vivono lì si oppongono, allora intervengono i paramilitari con qualche omicidio ben mirato. È prevista la costruzione della Caretera, la strada panamericana che va dal Canada alla terra del fuoco e s’interrompe proprio in Colombia, allora intervengono i paramilitari. Si vuole estrarre il petrolio in una zona considerata sacra dagli autoctoni, intervengono i paramilitari. Si deve far abbassare le richieste sindacali dei braccianti delle miniere o delle coltivazioni di banane, intervengono i paramilitari. Quindi in un certo senso, quello che accade in Colombia è molto moderno, molto avanzato, perché è un rapporto a cui ci si sta abituando sempre di più anche nel resto del mondo, tra il potere delle armi e l’economia, nel quale l’elemento politico funziona da spettatore e copre i paramilitari, che sono veramente i protettori di una teoria applicata in maniera selvaggia e senza discussioni come è il neoliberismo.

MC: In un paese dove dal 1989 sono scomparsi più di 120 giornalisti, qual è il ruolo della stampa e del mondo della cultura? In Italia l’unico pensiero conosciuto è quello di Gabriel Garcìa Màrquez che ha scritto tra l’altro il saggio d’inchiesta intitolato Notizie di un sequestro.

GP: C’è da dire anche questo, che la Colombia non è solo terrore e guerra. Io oserei affermare che è forse il paese più colto dell’America Latina, dove ci sono davvero dei bei giornali, e dove la produzione letteraria e cinematografica sono veramente notevoli. Bogotà e anche le altre città sono piene di università che certo, in buona parte, sono private ma funzionano. È un paese molto vivace. C’è un evento che voglio citare, perché mi pare paradossale ma anche significativo. In Colombia si svolge il festival di poesia più famoso al mondo. Ha luogo a Medellìn, nota per la violenza e per la droga all’epoca del cartello di Escobar, all’interno dello stadio di calcio Atanasio Girardot, con artisti internazionali. Io recentemente ho visto un video con Sanguinetti che declamava i suoi versi davanti a migliaia di persone che ascoltavano in silenzio, commosse. Questa è una cosa che sembra inimmaginabile in Italia, ed avviene in quello che è considerato il paese della barbarie. La cultura ha un grande ruolo, l’informazione è di alto livello, anche se sicuramente vive le minacce continue e le pressioni in modo molto grave. La stampa deve affrontare due grossi problemi. Da un lato è sottoposta più che ad una censura, ad una autocensura che dipende dall’istinto di sopravvivenza. Ad esempio i giornalisti che vivono nella capitale si possono permettere di scrivere molto di più di quelli che vivono in provincia, dove basta sgarrare una volta e ti ritrovi con una pallottola in testa. Così come il sistema politico è raffinato perché apparentemente ti dà tutto, la possibilità di votare e il resto però in realtà non consente il dissenso, anche nell’informazione accade lo stesso. Tu puoi scrivere di ciò che vuoi, parlare del terrorismo di stato, fare delle denunce, però devi sapere che sei a rischio. L’altro problema delle stampa che è dato dal fatto che i giornali costano molto rispetto al reddito, quindi se tu lavori per un settimanale che si vende a 10.000 pesos, cioè più o meno come una giornata di stipendio di un lavoratore, tu sai benissimo che questo non avrà accesso alla notizia. Quindi chi scrive lo fa per un circolo ristretto.

Immagine articolo Fucine Mute

MC: Parlava prima di Bogotà che ora ha un nuovo sindaco che sta cercando di intervenire, stimolando la coesione sociale, per migliorare le condizioni della città. Pensa che il suo modello possa essere applicato a tutto il resto dello Stato.

GP: Questo nuovo sindaco Luis Garzon rappresenta la speranza. Qui in Colombia abbiamo uno stato ed una guerriglia forti. In mezzo ci sono le forze di dissenso politico legale che sono state finora tutte bloccate. Questo sindaco ha raggiunto il secondo posto di maggior potere del paese, dopo quello di Presidente della Repubblica. Il suo lavoro è molto difficile, so che ha diversi problemi e paure. Molti dicono che la sua elezione dimostra la possibilità di fare politica alla luce del sole. Però è ancora presto per essere sicuri di questo, bisogna vedere le prossime elezioni presidenziali. Se il candidato dell’opposizione, dopo aver dimostrato possibilità di vittoria, arriverà vivo al voto, allora si potrà dire che la Colombia è una democrazia. Fin’ora la storia è stata terribile, tutti coloro che sono arrivati vicini al potere effettivo sono stati uccisi, nel secolo scorso è successo ai generali populisti, ai leader liberali come Jorge Eliécer Gaitàn dal cui giorno della morte che era il 9 aprile del 1948 si fa risalire questa guerra continua, fino ai candidati della sinistra o del liberalismo democratico. Coloro i quali avevano delle possibilità di vittoria sono stati fatti fuori. Comunque una guerra fatta così non può portare nessun risultato, né alla guerriglia che non prenderà mai il potere in questo modo, né allo stato che non riuscirà mai a sedarla con nessun mezzo. Questa contesa può solo causare l’abbruttimento di questo paese. L’esperienza di Garzon e di qualche altro esponente progressista apre qualche spiraglio di speranza. Finiamo questo quadro così terribile con questa fiducia. Però è più un ottimismo della volontà che della ragione perché questa porterebbe ad essere pessimisti.

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