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Palcoscenico

Imprigionate gli artisti

Solo per il diritto ad esistere

Immagine articolo Fucine MuteA Camille proiezione video e performance dedicato alla scultrice francese Camille Claudel della poliedrica artista Gioia Danielis, pittrice, attrice, danzatrice ed esperta di computer art. Questo lavoro è un omaggio particolare alla sensibilità profonda e al coraggio di Camille Claudel, al suo talento.
A dodici anni, nel 1876, incoraggiata dal padre Camille intraprende la strada della scultura. Proveniente da una famiglia di buona estrazione sociale, ha sempre rifiutato la ritualità borghese e il ruolo confezionato per signore e signorine dell’epoca.
Come artista ha saputo coniugare espressionismo e realismo. La sua avventura comincia nel 1883 incontrando per la prima volta lo sculture Auguste Rodin, uomo più anziano di lei e legato a un’altra donna — quindici anni di passioni e delusioni rappresentano il bilancio della relazione con Rodin, finita poco prima della morte di quest’ultimo, il 1917.
Contraria, per via del suo carattere, alla mondanità, partecipa comunque agli incontri letterari di Mallarmé e del “Gruppo dei Venti” — però rimane affascinata dal musicista Debussy con il quale, durante un periodo di pausa con Rodin (1894-95), ha una relazione; in questi incontri con gli intellettuali, stimolo per Camille è la presenza di Verlaine, scoperto assieme alla visionarietà di Rimbaud, in giovinezza.

Per ciò che concerne la sua scultura, è dotata di un’energia plastica fortissima, in stretta relazione alle analisi compiute dall’artista per approfondirsi l’emotività umana, con particolare attenzione alla sensualità e alla passionalità, a tratti violenta e dolce.
Nel 1906 Camille Claudel, rimasta isolata, in un raptus distrugge le sue sculture; nel 1913 viene ricoverata prima nel manicomio di Ville-Evrad, e alla morte del padre definitivamente a Montdevergues; nel 1943 muore, lasciando in eredità trenta anni di fitta corrispondenza con il fratello Paul.

Alla base dello spettacolo di Gioia Danielis, oltre i testi e le lettere tratti da “Una donna chiamata Camille Claudel” di Anne Delbée e “Camille Claudel, il prezzo della creatività” di Brigida Di Leo, è la presenza del tema della “malattia psichica” come prodotto di scarto di quella società borghese che non accetta l’artista-donna. La “malattia” nello spettacolo è rappresentata da elementi quali, ad esempio, il lenzuolo — su un appendiabiti — per mezzo del quale si intravede l’ombra di un corpo (il lenzuolo poi sarà steso a terra e andrà a rappresentare la bianca scena di un dramma universale, di un crimine sull’umanità); quindi la lampadina (del manicomiosecondola mia ricostruzione) fatta volteggiare da Daniela Zorzini, attrice-lettrici dei testi, sopra il corpo della danzatrice (Gioia Danielis alias Camille Claudel) che ne insegue i movimenti da terra quasi fosse un ragno schiacciato, e in camicia di forza; infine la terra su cui la danzatrice nel finale si inginocchia, quasi chiedendo di essere liberata nella morte, come ultimo gesto di libertà.

Immagine articolo Fucine MuteLasciando la scena e le azioni esercitate a partire dal minimalismo di elementi astratti dalla storia dell’artista francese, nel finale la performer Gioia Danielis si siede a terra, tra il pubblico, esplodendo tutta l’immobilità e la solitudine del contesto che ha abitato precedentemente con la danza; a partire è un video di lei: la visione è l’angosciante e oscillante movenza di una Claudel in camicia di forza, silente, rinchiusa tra pareti bianche, all’interno dunque della camera del manicomio.

Teatro e non — recital di e con il piano Fabbro Luca e il flauto Gigli Alessandro, non è la parodia di un concerto classico, diciamo ottocentesco, e non è nemmeno semplice cabaret. Trattasi di una vera e propria esibizione concertistica millimetricamente concepita, congeniata, compressa in uno spazio indefinito e nel tempo di una mezzora della tarda nostra epoca contemporanea, generalmente folle e geniale in molti suoi tratti, anche se i media solitamente comunicano quella parte di mezzo, che si può definire mediocre.

Per rendersene conto non serve leggere gli articoli firmati da Als Ob, fantomatico svedese del giornalismo italiano, sull’inserto culturale de Il Sole-24 ore di domenica tre ottobre; questi giovani folgorati musicisti non potrebbero in alcun modo essere catapultati sull’ultima spiaggia della nostra televisione, pur meritando una vacanza tropicale: allo stesso orario in cui si svolge lo spettacolo va in onda anche lo “show reale” dei Merola Valerio, Elia Antonella, Francesco Dj, Merz Alessia, Kabir Bedi, show che si propone di sfidare come Sandokan l’intelligenza del bel paese italico, ignorando le parole del neodirettore di Raidue Ferrario Massimo il quale ha l’unico neo di aver sentenziato “Meno share a tutti i costi, più sobrietà”.

In nessuna isola caraibica, ma nemmeno in qualche isola di ignoti famosi con altre persone impegnate a fare cultura che non saranno mai prese in considerazione, si può trovare questo cabaret musicale direi verde, fresco di due artisti abilissimi; per simpatia, ironia e sane risate associate a capacità musicali, sarebbe comunque da noleggiare.
Il messaggio concreto di questi divi irretiti dalla musica (vi basti pensare che hanno partecipato agli “Internationale Ferienkurse für neue Musik” di Darmstadt, al “Laboratorio di musica contemporanea” di Fiesole e ad altre manifestazioni nazionali ed internazionali volte a diffondere la ricerca musicale dei nostri giorni) è nel viverla questa vita e nel viverla non chiusi in una casa, in un concetto di arte, in una categoria dell’essere. Piuttosto un teatro che risuoni di risate — sarebbe auspicabile, ma pure lì oramai ci sono le solite cose, le ri-ri-ri-edizioni di commedie noiose, di operette strasentite — e basta con quella troppo ritrattata simbolica natura baudelairiana distillata con modi chic da grandi pilastri “poepatetici”, “teatrostabili”, “televenduti”: vi basti la musica e la sua felicità!

Per ciò che concerne lo spettacolo nella realtà, dal vivo — non che i programmi di mammarai siano finzioni meno reali o comiche -, il primo fatto analizzabile a partire dalla sinfonia è che la musica deriva da un pianoforte suonato da sacchetti di sabbia e mattoni (la giornalista Clelia Del Ponte afferma, sul Gazzettino di domenica tre ottobre, che siamo in presenza di aspetti ispirati ad alcune sperimentazioni di John Cage); dunque, per il peso e per i gravi a cui è sottoposto, per la mancanza degli uragani James, Jimmy e Tommy, questo strumento manovrato da corde e da mani invisibili al pubblico non va alla deriva, sebbene le sue note musicali saltino volentieri in aria…

Immagine articolo Fucine Mute

E, senza scomodare l’esatta programmazione delle reti e delle maglie usate per la performance, la melodia uscente dal pianoforte a coda non ricorda Beethoven Ludwig van e nemmeno Rachmaninov Sergej Vasil’evič, semmai qualche pezzo di Satie Eric Alfred Leslie, suonato da pollici sproporzionati (7-10 cm di diametro) o con la testa (anche se la mattonella è più dura) con un’incoscienza di sé a tratti minore, a tratti maggiore.

Il pubblico rumoreggia divertito, ma anche questo sottofondo fa parte della partitura, e non a caso quando da dietro le quinte compare Fabbro Luca vestito da concertista l’applauso non è scontato.
Il resto è non commentabile: un attimo per ridisegnare la scena e la partitura musicale con martelli, caffè e tazzine, ciotola piena d’acqua e talco per darsi la ripulitina al viso, vestirsi di abiti da scena più comodi quali pigiama, e spegnere le luci in sala e ripartire con altra musica diretta dal flauto di Gigli Alessandro. E mentre Fabbro Luca dorme sul pianoforte…
“Sveglia! È mezzogiorno!”
E il divertimento ricomincia. 

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