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Scrittura

Dante Liano

L’uomo di Chimaltenango

Immagine articolo Fucine MuteMichela Cristofoli (MC): Leggendo il suo ultimo romanzo, che è stato tradotto in italiano da Frassinelli con il titolo Il figlio adottivo, è interessante notare come, a differenza del primo libro pubblicato in Italia, L’uomo di Montserrat, sia quasi totalmente assente il paesaggio. Mentre nel primo caso c’era una forte descrizione della città, dei quartieri e della foresta dove il protagonista viene inviato, in questo ultimo romanzo lei cita alcuni luoghi, come Santa Ana o Belleville, ma l’ambiente è distante. Questo per dare risalto ai personaggi oppure perché c’è un allontanamento dall’America Latina e dalla sua patria?

Dante Liano (DL): È abbastanza deliberata questa mancanza di descrizioni sia urbane che rurali, perché la mia intenzione ne Il figlio adottivo era quella di non descrivere un posto preciso. Diciamo che il segno di questo romanzo è l’ambiguità che si estende al luogo dove succedono le cose. Non volevo che fosse identificato con un paese definito, e infatti per alcuni segnali si capisce che l’azione non poteva proprio succedere in America Latina. Alcuni confondono biografia e letteratura e credono che, siccome io sono nato in Guatemala, per forza l’azione deve essere lì. Invece no, i dettagli che sono disseminati lungo il libro dimostrano che non capita così. Dove si svolge allora? Non lo sappiamo, la mia intenzione è quella di non far sapere dove succede questo evento, per dargli un’aria e un ambiente ambigui che riflettano il senso del romanzo. Il rapporto fra bene e male è indefinibile e per questo motivo resta poco chiaro anche tutto il resto.

MC: Nel secondo romanzo invece c’è una forte contrapposizione tra i due personaggi, Benito e Roberto, con il quale tra l’altro sembra che lei si sia identificato, per la condivisione del punto di vista e per alcuni aspetti forse un po’ autobiografici. Il fatto che i due personaggi e quindi le due culture si incontrino alla fine del romanzo, rappresenta una possibilità tutt’ora attuale in Guatemala, oppure è semplicemente legato all’evoluzione della storia raccontata?

DL: Ogni opera è autobiografica. Ma ciò che credo non debba fare un lettore è tentare di indovinare quale parte della biografia dell’autore compare dentro un romanzo, perché anche quando vengono raccontati i fatti piccoli o grandi della propria vita si tende a esagerarli, a diminuirli o comunque a cambiarli e a raccontare una favola della propria storia seguendo dei modelli che si ha imparato da bambini. È importante invece sapere che nel processo della creazione letteraria spessissimo il narratore deve fare una forte identificazione con i personaggi. Ogni volta che descrive o che fa parlare o muovere uno dei protagonisti della vicenda è lui stesso che si sta trasformando. Devo dire che io mi riconosco sia in Roberto che in Benito. Ci sono proiezioni di me su tutti e due, mentre al contrario in certi momenti questi personaggi hanno preso la loro strada e si sono mossi per conto proprio. Alla fine l’incontro tra i due è solamente fisico. Hanno una conversazione, però quando Roberto esce arriva alla conclusione che non capisce nulla dell’altro e della sua cultura. Questa è una constatazione importante, perché smentisce una favola secondo la quale culture diverse messe a contatto si capiscono.

Immagine articolo Fucine MuteMC: Pensando a ciò che diceva sull’identificazione, nel romanzo L’uomo di Montserrat è stato molto forte per il lettore il fatto acquisire il punto d’osservazione di un militare, il tenente Garcìa e di sapere a distanza di molti anni dalla lettura del libro e dalla pubblicazione che i fatti di Xaman, a cui si fa riferimento nella storia, attualmente hanno avuto una risoluzione con la condanna di alcuni dei soldati implicati. Come le sembra il fatto che in seguito alle elezioni politiche di Oscar Berger ci sia questo cambiamento in corso.

DL: Indubbiamente si sta attuando un avanzamento. Per il Guatemala è molto importante perché finalmente attraverso un processo giudiziario nell’ambito di un progresso democratico sono stati condannati dei militari responsabili di un massacro. Questa però è solo una delle 626 stragi attuate in Guatemala, quindi ne mancano 625 per le quali si deve ancora cominciare a fare delle ricerche giudiziarie. Su esse è calato quasi un velo, non dico di omertà perché sono stati firmati degli accordi di pace che hanno chiuso questo capitolo della storia nazionale. Però sono stati compiuti dei crimini contro l’umanità, quindi secondo me si deve indagare comunque. Xaman apre una speranza perché i responsabili sono stati condannati a pene molto severe ed i militari questo non se lo aspettavano. Credevano di poter restare impuniti per sempre, tanto che ne L’uomo de Montserrat c’è un generale che dice: “A noi non succederà mai quello che è capitato agli argentini che sono stati portati in tribunale. Noi non compariremo mai davanti ad un giudice”. Questa è una convinzione che i membri dell’esercito in Guatemala hanno sempre avuto. Per quanto riguarda la domanda che faceva all’inizio, cioè l’identificazione del pubblico con il protagonista, che è il tenente Carlos Garcìa, devo dire che corrisponde ad una precisa scelta. Raccontare una vicenda come quella, restando dalla parte dei buoni mi avrebbe fatto scrivere in modo molto sentimentale e melodrammatico, mentre avevo bisogno di descrivere le cose com’erano, in modo molto distaccato. L’unica forma che ho trovato è stata quella di proporre un personaggio odioso e che a me non piace. So che questo crea un’identificazione del lettore con il militare, ma credo che questa sia misurata dal senso etico del lettore che ad un certo punto si trova a pensare che nonostante la simpatia che può aver suscitato, il protagonista è un assassino, un uomo da rinchiudere in galera. Nonostante abbia aspetti d’umanità resta un criminale. Era questo che volevo fare, dimostrare che i militari non sono delle persone straordinarie a cui non si possa parlare. Il problema è proprio dato dal fatto che sono estremamente ordinari, come tutti noi, ma davanti al potere e davanti alla scelta etica molto grave che si pone tra lo scegliere di ammazzare o meno quantità immense di individui, hanno semplicemente detto che stavano ubbidendo a degli ordini ed hanno sparato. Questo fatto mi fa tremare perché è la ripetizione di una cosa che abbiamo già visto e già sentito anche in Europa.

MC: A proposito, invece, del fatto di recuperare una cultura così profonda come quella maya, è importante la sua collaborazione con Rigoberta Menchu. È appena uscito l’ultimo libro della trilogia che avete realizzato insieme. Questo progetto corrisponde ad un bisogno di riscoprire le leggende maya e quindi tramandarle, dato che sono legate all’oralità e ad una terra sempre più circoscritta?

DL: In realtà è qualcosa di più leggero. Il rapporto di collaborazione con Rigoberta Menchu nasce da un’amicizia di vecchia data e da una simpatia istintiva tra noi due che unisce la grande capacità che ha Rigoberta di raccontare, il suo immenso senso dell’umorismo, la sua genialità, l’enorme buonumore che porta, la grande umanità che possiede nel suo cuore e la mia pratica di scrivere. Quindi è stato abbastanza naturale. Un giorno lei mi ha proposto di realizzare qualcosa assieme per i bambini. Io non ho mai fatto nulla in questo ambito e certo non mi vedevo adatto, dato che i miei romanzi sono sempre molto forti ma lo stesso ho pensato di provare. Ho scritto quello che mi aveva raccontato però a lei non è piaciuto, così ho dovuto convincerla perché accettasse di pubblicare il primo libro, La bambina di Chimel. Alla fine era soddisfatta e mi ha subito proposto una seconda opera, Il vaso di miele. In questo caso ero io a voler smettere, poi mi sono convinto ed alla fine è arrivata anche L’eredità segreta. È una specie di gioco che facciamo e devo dire, cosa molto importante, che ci divertiamo parecchio. Spero che questa leggerezza che noi proviamo nel raccontare le cose si veda nel libro. È vero, però, anche l’altro aspetto perché queste storie vengono dalla profonda cultura maya e in particolare dalla tradizione popolare. Alcuni racconti sono presenti anche in altre tradizioni, soprattutto in quest’ultimo libro ce ne sono alcuni che si possono trovare nell’ambito orientale, e in Guatemala sono come delle barzellette, per cui c’è un riscatto della cultura popolare sia nel senso ampio sia nel senso autentico di questa parola, cioè sono note a tutto il popolo, girano tra la gente, sono semplici e sempre molto divertenti.

Immagine articolo Fucine Mute

MC: Lei ha iniziato scrivendo delle novelle, però in Italia è conosciuto solo attraverso i suoi romanzi. È una questione legata al mercato oppure pubblicherà anche i racconti o ne scriverà altri?

DL: È senza dubbio una questione legata al mercato. Mi sono fatto conoscere come autore di piccole novelle, e mano a mano che ho proseguito il mio rapporto con la scrittura ho diminuito le dimensioni del racconto fino a scrivere brevi testi di non più di mezza cartella. Il problema è dato dal fatto che le case editrici dicono sempre che non pubblicano narrazioni brevi perché queste non si vendono. Siccome l’evoluzione naturale di uno scrittore lo porta a passare al romanzo, ne ho scritti anch’io, e questi sono stati pubblicati. Però i  racconti sono anteriori. Forse l’anno prossimo, devo andare a parlare in questi giorni con il mio editore, verranno stampate le novelle. Dopo tre romanzi probabilmente un lettore sarà interessato a vedere come sono questi famosi racconti. Non è una scelta stilistica, ma una necessità legata a ciò che vogliono leggere gli acquirenti di libri. Il fatto di scrivere, comunque, è venuto da certe situazioni della vita che in quel momento esigevano di realizzare esattamente quel romanzo oppure un altro. Lo scriverlo è stata proprio una necessità, nessun editore mi ha detto di fare L’uomo di Montserrat, sono tutti antecedenti all’editore. Solo dopo averlo terminato sono andato col manoscritto sotto al braccio alla ricerca di qualcuno che lo desse alle stampe.

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