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Cinema

Senilità: da Svevo a Bolognini

Immagine articolo Fucine Mute Panta rei. Tutto scorre. Scorrono gli anni, le stagioni, certi film e certe date. Chi vive alla periferia dell’impero cinematografico (Roma caput mundi) ha, generalmente, poche occasioni di vedere trasformata la propria città in un set cinematografico. Quella che si può considerare a tutt’oggi la più significativa per Trieste risale agli inizi degli anni 60 quando vi fu girato, il secondo romanzo (anno 1898) di un commerciante di vernici, Ettore Schmitz, che quando evadeva dalla sua stimata professione si dilettava a scrivere in italiano, con lo pseudonimo di Italo Svevo, pagine di letteratura.

Come è ovvio e comprensibile l’arrivo in città di un importante produzione cinematografica composta da un cast di attori, all’epoca in auge, era stato salutato da un notevole interesse e considerato una specie di evento. La gente seguiva con curiosità e con una sorta di partecipe trepidazione quel variegato caravanserraglio di artisti e maestranze che si aggiravano per le vie e le piazze cittadine alla ricerca degli squarci più suggestivi. Va inoltre ricordato che l’ambientazione originaria del romanzo era stata spostata dall’ultima decade dell’Ottocento agli anni Venti.

Trieste da poco uscita da una dolorosa e complessa vicenda storica, ci teneva a ritrovare una visibilità e un’attenzione per così dire “artistica”. E quale occasione migliore per riconquistare le luci della ribalta che coniugare il nome del suo scrittore più rinomato e prestigioso con la settima arte che in quegli anni stava vivendo una delle sue stagioni più propizie. Infine, a coronamento di una felice luna dimiele tra la troupe e la città, i produttori avevano deciso che fosse proprio Trieste ad ospitare nel febbraio del 1962 la prima mondiale del film. A questo punto però, è necessario fare un piccolo passo indietro per ricordare che le cose sarebbero potute andare in maniera differente…

Mario Soldati fu il primo a pensare di realizzare per lo schermo “Senilità”, ma il progetto, come tanti, abortì. Il produttore Moris Ergas riuscì, invece, agli inizi del 1960 a mettere insieme una coproduzione italo-francese con l’aggiunta di capitali americani. I finanziatori d’oltreoceano volevano che la vicenda si svolgesse a Venezia, ma la decisa opposizione della figlia di Svevo, Letizia Fonda Savio, scongiurò il pericolo di far perdere l’ambientazione originale del romanzo. Come regista venne designato Mauro Bolognini, particolarmente portatoper le trasposizioni cinematografiche di testi letterari. Per la parte di Angiolina la scelta cadde subito sulla allora ventiduenne, proveniente da Tunisi, Claudia Cardinale che nonostante la giovane età aveva già lavorato con Visconti in “Rocco e i suoi fratelli”e con lo stesso Bolognini nel “Bell’Antonio”, accanto a Marcello Mastroianni, e nella”Viaccia” a fianco di Jean Paul Belmondo. La brava attrice cosìricorda l’esperienza triestina: “fu per me un bellissimo personaggio, per me tutto costruito perché non mi apparteneva per niente. D’accordo con Bolognini ci ispirammo a Louise Brooks per la pettinatura. All’inizio la protagonista era stata descritta da Svevo come bionda. Abbiamo fatto vari tentativi, poi abbiamo rinunciato perché quella chioma chiara non c’entrava niente e optammo per il taglio alla garconne che mi rendeva tutta diversa». Molto più laborioso risultò il compito di dare un volto al personaggio di Emilio Brentani. Il regista aveva pensato, in un primo tempo, a Montgomery Clift, ma l’attore si era già fatto crescere la barba per interpretare Freud nel film di John Huston. Poi Marcello Mastroianni dovette rinunciare per altri impegni. La lista degli altri candidati comprendeva Enrico Maria Salerno, Gabriele Ferzetti, Pierre Vaneck, Cliff Robertson e Tino Buazzelli.

Immagine articolo Fucine Mute

A spuntarla, però fu Anthony Franciosa, trentatreenne attore newyorkese che si era formato all’Actors’ Studio e che aveva già lavorato in Italia assieme ad Ava Gardner nel filmone storico “La maja desnuda” di Henry Koster. Anche il ruolo della sfortunata e patetica Amalia toccò ad un’interprete americana. La prescelta fu Betsy Blair che aveva già recitato una parte simile in “Marty, vita di un timido” di Delbert Mann, accanto ad Ernest Borgine, ed era stata chiamata da Antonioni per “Il grido”. Il quarto dei personaggi principali, vale a dire l’artista spensierato ed allegro Balli, venne assegnato al francese Philippe Leroy, ex paracadutista e ginnasta prima di debuttare al cinema con il capolavoro di Jacques Becker “ll buco”. L’esito commerciale ed artistico del film fu soddisfacente. Al botteghino incassò la non disprezzabile cifra, per quegli anni, di trecentocinquanta milioni e partecipò al festival di Edimburgo, dove ricevette un diploma di merito, e di San Sebastiano, dove Bolognini vinse il premio per la regia. Nel nostro Paese ottenne due nastri d’argento: per la scenografia di Luigi Scaccianoce e per i costumi di Pietro Tosi. Anche Bolognini, scomparso nel 2001, ricordava con soddisfazione questa esperienza: «Sono contento nel modo in cui ho reso Trieste, del personaggio di Betsy Blair, di quello della Cardinale, meno di quello del protagonista, anche se Franciosa fisicamente mi sembrava adattissimo al ruolo, che per me era quello di un uomo fisicamente giovane, forte, con la senilità dentro». Tra le recensioni dell’epocaTullio Kezich così inizia il suo pezzo: “ Se Emilio Brentani fosse stato bello come Anthony Franciosa,Italo Svevo non avrebbe mai scritto Senilità”. Successivamente il celebre critico triestino in un saggio scritto a metà degli anni ottanta, e quindi di in una prospettiva di inquadramento storico, darà questo giudizio: «Malgrado i suoi limiti “Senilità” resta ancora oggi il miglior film tratto dalla letteratura triestina ambientata nei luoghi reali”.

Ora, quarantadue anni dopo, “Senilità” ha avuto un secondo battesimo triestino nell’ambito di una meritoria iniziativa sponsorizzata da un’industria di lavatrici in collaborazione con il cineclub l’Officina che ha deciso di proporre pellicole del passato nelle città dove state girate. Ed in un viaggio in Italia (per usare l’espressione rosselliniana) lungo una ventina di tappe, partito da Roma il 26 luglio e conclusosi nella capitale il 17 settembre, è toccato proprio al capoluogo giuliano, il 3 agosto in uno dei suoi luoghi più affascinanti, piazza Sant’Antonio,far da cornice alla proiezione. Riproponendo così quella gloriosa idea del cinema ambulante che Gianfranco Mingozzi aveva così ben descritto in un film del 1982 dall’emblematico ed allusivo titolo “La vela incantata”.

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Va sottolineato inoltre lo sforzo lodevole di riportare alla luce in copie restaurate pellicole spesso invisibili da troppo tempo. A ciò si aggiunga il piacere di condividere con una nutrita e folta platea l’opera in programma. Anche così si rende un buon servizio al cinema. Per “Senilità” e per le altre opere della manifestazione si potrebbe affermare, parafrasando Hitchcock: “il film che visse due volte”.

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