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Palcoscenico

Gianna Danielis

Shakespeare interattivo

Immagine articolo Fucine MuteLo spettacolo Romeo & Juliet plays ha chiuso il Festival del Teatro Indipendente: è stato un ottimo banco di sperimentazione per attori giovanissimi, ma anche per quelli che meriterebbero certamente un’altra considerazione viste le doti espressive e l’esperienza. La regia — Shakespeare ne sorriderebbe compiaciuto — è di quelle che non si dimenticano. La rappresentazione è consigliabile seguirla da “interattivi”, cioè partecipando alla sensualità e sessualità evocata dai gesti degli attori, un dono agli spettatori: in questo fare teatro non c’è nulla di impudico o di sbagliato, poiché colui che “prova” questo spettacolo o emoziona sfiorato dal tocco diviene a sua volta atto del dono, come colui che totalmente dona o si dona per primo, l’attore. Merito va dato a Gianna Danielis di aver diretto tanta complessità con passione e forza, indovinando da strega di Macbeth, alcuni sottili riferimenti del testo shakespeariano.

Christian Sinicco (CS): Fucine Mute intervista Gianna Danielis, regista di Romeo & Juliet plays e direttrice, con Federica Guerra, del Festival Del Teatro Indipendente organizzato da Ortoteatro e Laboratorio Teatrale 10002.
Innanzitutto complimenti per questo spettacolo, la cui bellezza risiede nella precisione dei movimenti complessivi nella scena: sedici attori, molti dei quali alla prima esperienza, erano un “tutto” in grado di coinvolgere.
Quale la difficoltà incontrata nel lavorare con attori esordienti? Quali le soddisfazioni?

Gianna Danielis (GD): La soddisfazione sta nella consapevolezza di aver fatto un investimento che possa aver contribuito ad un aumento del capitale intellettuale e artistico sia per chi ha realizzato la messa in scena sia per gli spettatori.
La prima difficoltà che si incontra nel fare è quella tentazione di mediare e di scendere a compromessi per aggirare la difficoltà. In ogni caso siamo sempre tutti esordienti nel fare perché mai nulla si ripropone — anche nella ripetizione dello spettacolo si cambia, e questa condizione la si vive sempre in termini di debutto. Certo, un attore con una data esperienza e maggiori acquisizioni tecniche, che i debuttanti non hanno, appare come una garanzia, ma in realtà il rischio non si può togliere da alcuna impresa degna di nome.

CS: Come dice Wilma Baggio, l’attrice che lavora da anni con te e la cui presenza scenica è fortissima, l’amore non ha una sola faccia. Nello spettacolo infatti ci sono tre Romeo e tre Giulietta: cubismo trasportato nel teatro o piacevole pazzo pensiero schizofrenico della regia?

GD: Il cubismo mi seduce per questa capacità rara di dire qualcosa sul transfert e sulla insituabilità e identificazione dell’oggetto che ne è causa; mi seduce anche per quel movimento dello sguardo, sempre parziale, sempre alla rincorsa di un punto che permane in fuga.

CS: Quali le relazioni tra tipo psicologico e lavoro attoriale?

GD: Per me nessuna psiche è riconducibile a un tipo, dato che ciascuno è un “essendo” che non è costatabile né assimilabile ad un fondamento.
Il mio lavoro con l’attore perciò, anche se tiene conto della tradizione e delle varie esperienze (come i grandi teorici del teatro moderno), si propone in maniera dissidente e crea teoria come provocazione, reagendo ad ulteriori ricerche: le cose accadono in questa maniera perché essa stessa si reiventa secondo una irrinunciabile occorrenza di qualità.

CS: L’interattività: il pubblico diviene parte integrante dello spettacolo, in modo sensuale, in contrasto con l’epilogo drammatico della vicenda. La morte si valica con l’amore?

GD: Il pensiero essendo insostanziale non è soggetto alla morte, quindi l’amore è eterno.

Immagine articolo Fucine Mute

CS: Il finale di questo spettacolo fa emergere lo strato cristiano del sacrificio rielaborato da Shakespeare: i tre Romeo incarnano Cristo nel bere il calice avvelenato dagli eventi mentre le tre Giuliette si fanno Dio nel ri-accogliere questo in una realtà come grembo materno. Le tue impressioni in merito?

GD: I Romeo come Cristo — come pure le Giulietta — sono uccisi da società di prìncipi e di princìpi, società in cui tutto si deve ricondurre ad una unità che toglie differenza. Una società fondamentalistica e alla fine omosessuale (o tutti Capuleti o tutti Montecchi, tolto l’Altro), intendendo per omosessuale tutto ciò che si fonda sulla fantasia che ci sia un fare ed un essere assimilabili a quello di un altro, tolta la differenza, stessa sessualità.

CS: I prossimi lavori del Laboratorio 10002 e dell’Ortoteatro?

GD: Sto lavorando sulla sintesi di un testo di Molière “La scuola delle mogli” con un protagonista che esalta l’amore naturale e il possibile assoggettamento della donna e quindi anche dell’altro alla sua morale, che vede la verginità come un effetto di un purismo sostanziale, di una eliminazione dell’inconscio come luogo e causa della perdizione.
Per quanto riguarda Ortoteatro il 31 ottobre inizierà la IV edizione della rassegna di Teatro per bambini e famiglie dal titolo “A teatro anch’io!”. È una rassegna con sette appuntamenti a Pordenone (all’Auditorium Don Bosco) e che toccherà anche i comuni di Brugnera, Prata, Pasiano, Fontanafredda, Caneva, Fanna, San Quirino. Gli spettacoli, tutti la domenica pomeriggio, sono delle migliori compagnie nazionali di teatro per ragazzi e di figura. È una rassegna nata con l’intento di divertire e di formare i giovani e giovanissimi, e le loro famiglie, al teatro.

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