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Palcoscenico

Marcela Serli

Le ragazze del ’68

Immagine articolo Fucine Mute1968 è uno spettacolo che in questi mesi sta andando in scena nei teatri italiani, è un testo scritto da Paola Ponti e da Serena Sinigaglia, la regia è di Serena Sinigaglia, una co-produzione di Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca e Torino Spettacoli. Nel cast ci sono quattro giovani attrici, Beatrice Schiros, Sandra Zoccolan e Irene Serini e Marcela Serli che incontriamo per quest’intervista.

Corrado Premuda (CP): Lo spettacolo è andato in scena di recente al Teatro Comunale di Monfalcone all’interno della rassegna “contrAZIONI” dedicata al teatro contemporaneo e alla nuova drammaturgia italiana. Vorrei sapere da voi, per prima cosa, come vi siete avvicinate a questo testo e come siete entrate nei personaggi delle due ragazze del ’68 dal momento che questo periodo non lo avete vissuto e, forse come molte persone delle generazioni successive a quell’anno, lo avete mitizzato.

Marcela Serli (MS): In realtà Serena Sinigaglia ha deciso di studiare questo periodo proprio perché non lo si conosce abbastanza, lo si mitizza forse senza conoscerlo, lei ha deciso di guardarlo con i suoi occhi, quelli di una donna di trentun anni, e con quelli della nostra giovane età…

Irene Serini (IS): In taluni casi giovane età (indicando se stessa, ndr), in altri invece meno (indicando Marcela Serli, ndr)

MS: Be’, siamo tutte sui trent’anni, qualche attrice ne ha un po’ di più… noi due comunque siamo le più giovani(!) A parte questo, il lavoro è iniziato proprio sullo studio dei documenti, dei video, dei libri… è iniziato con la storia vissuta. Noi tutti abbiamo letto libri perché Serena Sinigaglia voleva che collaborassimo intanto con la ricerca del materiale, poi la drammaturgia l’hanno fatta Paola Ponti e Serena Sinigaglia che ha scritto quasi direttamente il lavoro sugli attori, sull’improvvisazione. Prendendo questi documenti abbiamo elaborato il testo anche escludendo alcune cose, perché il 1968 è enorme quanto un anno, ma non solo, quanto un mondo intero. Serena Sinigaglia è riuscita a fare una sintesi, ed è questo ciò che deve essere il teatro, tentando però anche di scegliere in questa sintesi alcuni argomenti, le cose che lei amava particolarmente, che lei voleva raccontare, e anche le cose che sono emerse in tutto il mondo in maniera dirompente e che hanno cambiato veramente qualcosa, escludendo alcuni argomenti, come succede sempre quando si fa una scelta, con un duro lavoro, per una ragione di tematiche soprattutto.

IS: C’è da sottolineare infatti, per chi non ha visto lo spettacolo, che noi non affrontiamo dei singoli personaggi dall’inizio alla fine, noi affrontiamo l’argomento ’68 per vari capitoli, quindi in realtà il discorso è un po’ diverso, nel senso che noi non avendo dovuto affrontare il singolo personaggio abbiamo dovuto concentrarci davvero su argomentazioni all’interno delle quali trovavamo personaggi sempre diversi: è un continuo cambiare dai giovani studenti, ai matti di Basaglia, a don Milani, agli hippy… quindi i nostri personaggi sono talmente tanti che inizialmente non ci siamo neanche preoccupate del singolo personaggio, capitolo per capitolo, ma abbiamo studiato l’argomento. Perché come hai detto tu, noi il ’68 non l’abbiamo fatto, dovevamo scoprirlo.

MS: Serena Sinigaglia dice sempre che questo spettacolo è una serie di quadri emotivi incastrati tutti insieme, quadri emotivi, e non è poco, perché appunto non voleva raccontare seguendo il filone della narrazione a teatro, che si fa molto adesso in Italia, lei ha voluto creare dei quadri che raccontano vita e che fanno rivivere l’entusiasmo e la lotta di questa gente che in quegli anni combatteva per questioni che oggi sono ovvie.

IS: Noi, nello specifico, facciamo parte di una generazione totalmente disincantata, la generazione successiva al ’68 ha smesso di credere nelle battaglie del ’68, ha smesso di aggregarsi per protestare. Questo inizialmente ci ha creato delle difficoltà nel rapporto con quelli che invece sono stati i giovani combattenti ideologici, perché noi stesse essendo disincantate trovavamo queste battaglie veramente retrò: abbiamo dovuto fare un lavoro su noi stesse per entusiasmarci a nostra volta. Però come si diceva in altri contesti — spesso noi ci incontriamo con le scuole, coi ragazzi, cerchiamo di prendere ispirazione da loro, li invitiamo agli spettacoli — se ha un senso un’operazione del genere a maggior ragione ha senso se a farla siamo noi, ancora giovani, e non certo degli ex sessantottini che risulterebbero malinconici e patetici.

Immagine articolo Fucine Mute

MS: Comunque l’entusiasmo che riscontriamo oggi con 1968, non solo nei giovani, è incredibile. È venuto a vederci Mario Capanna, il leader storico dell’epoca, ed è stato emozionante! Un uomo della sua età con quell’entusiasmo e la sua determinazione… ci ha detto: “Brave! Lo spettacolo ci è piaciuto veramente, bisogna portarlo in giro, nel mondo!” Ci ha colpite l’uomo, siamo state a guardarlo perché abbiamo capito in quel momento come si può portare avanti una lotta anche a prescindere dall’età, come la lotta e la rivoluzione siano sempre giovani, e non appartengono solo ai giovani. E lì abbiamo capito che dovevamo fare qualcosa che appartenesse un po’ a tutti. E appartiene anche a noi, adesso. Studiando capisci e gli studenti, in questo caso, restano estasiati da qualcosa che non conoscono, loro il ’68 lo associano spesso a delle cose che in realtà sono superficiali, invece quando vai in profondità capisci che ci sono state la lotta, la censura, la repressione…

IS: O anche, fatto unico in Italia, la collaborazione, per quanto temporanea, tra studenti e operai, un’esperienza prettamente italiana, ma eccezionale e impensabile ai giorni nostri.

MS: Infatti, ieri una ragazza di Monfalcone, in un incontro pubblico che abbiamo tenuto, ci ha chiesto: “Voi come vi ponete rispetto al fatto di essere in Italia e voler avere uno sguardo verso tutto il mondo?” e in questo Serena ha tentato di prendere due tematiche forti tipicamente italiane, per il resto ha elaborato una drammaturgia che comprende tutta la storia del periodo a livello internazionale.

CP: Non è un caso che la regista di 1968 sia una donna e che le quattro attrici principali siano tutte donne. All’interno dello spettacolo c’è anche la presa di coscienza che il ’68 è stato sì importante, con le sue battaglie affrontate, ma il ruolo della donna tutto sommato è rimasto ancora legato alla tradizione: c’è un momento molto bello, con una serie di cartelli che sfogliate, in cui mostrate delle leggi degli anni Settanta, successive al ’68, che riconoscono e tutelano i diritti delle donne. Secondo me è anche uno spettacolo molto femminile, non femminista ma femminile…

MS: Riguardo a questo mi ha colpito un amico che ha detto: “È la cosa più giusta che potevate fare”, intendendo il fatto che ci sono quattro donne che raccontano questa storia con dietro tre musicisti che suonano. Gli uomini che suonano la musica rock, che ha caratterizzato quegli anni e ha unito tutto il mondo, stanno dietro, in disparte o quasi a fare una corona protettiva o a osservare… questo lo deve interpretare un po’ anche il pubblico. Serena Sinigaglia non ha mai voluto parlare espressamente del fatto che noi fossimo quattro donne…

IS: La cosa demenziale, che ci diverte, è questa: siamo donne ma il ’68 è stato un periodo di “rivolta” non proprio maschile ma dove il ruolo femminile rischiava in certi momenti di non essere in prima linea… le donne erano “gli angeli del ciclostile”…

MS: Donne che facevano le fotocopie o assistevano i ragazzi. All’inizio noi non volevamo inserire il canto delle donne perché nei documenti dell’epoca non comparivano le donne, però lì è nato quel seme che ha fatto scattare nelle donne la necessità di essere riconosciute, politicamente, ideologicamente, e che poi ha dato vita negli anni Settanta a quelle leggi meravigliose che hanno dato finalmente identità e tutela alle donne. Questo canto secondo me è molto bello e delicato perché ancora oggi ci sono interpretazioni diverse su come erano all’epoca le donne… troppo timide… troppo forti… E oggi in fondo permangono ancora alcune discriminazioni.

IS: Il pezzo che recita Marcela Serli all’interno dello spettacolo è l’intervento di una giovane studentessa che partecipa a un’assemblea e dice chiaramente di essere appena la seconda donna a intervenire… Immaginate questa ragazza, in un’assemblea interminabile, dove c’è stata un’unica altra donna prima di lei che è intervenuta, quanto poteva essere intimidita… però poi tira fuori parole di fuoco! Comunque sì, è un argomento delicato che rende però la situazione paradossale di avere quattro attrici per interpretare il ’68 un po’ più vivace e interessante. Alla fine ci ritroviamo a recitare e a narrare molte parti maschili e siamo donne.

Immagine articolo Fucine Mute

CP: Nello spettacolo ci sono diversi duetti fra voi due: il pezzo di Don Chisciotte, il pezzo dei matti di Basaglia… Voi avete già lavorato insieme in passato, vi conoscete bene e siete cresciute artisticamente in modo parallelo. Questo vi aiuta nel momento di preparare uno spettacolo o ci sono dei limiti a conoscersi troppo bene?

IS: Io non conosco questa persona (indicando Marcela Serli, ndr), quel che è passato è passato… Ah, ah… In realtà la conosco ed è sempre stata una calda passionale!

MS: Noi siamo anche amiche non solo colleghe, cosa non sempre scontata. Per Don Chisciotte e Sancho Panza ci è servito molto conoscerci bene. Io naturalmente faccio Don Chisciotte per la mia altezza… In realtà forse avremmo potuto fare noi due uno spettacolo a sé stante su Don Chisciotte e Sancho Panza, Serena Sinigaglia lo dice sempre e chissà che non venga fuori qualcosa un giorno… Perché ci conosciamo molto, perché la nostra diversità è fisica ma non solo, è una diversità caratteriale in scena, io sono più a terra anche per la mia voce, lei è più aerea con una voce più squillante…

IS: Un sopranino leggero…

MS: Un po’ metallico! Comunque ci siamo trovate benissimo. Poi c’è la scena delle matte di Basaglia, che è ripresa da un’intervista vera ad una matta, Margherita, che racconta cosa è stata la conquista della prima libertà con l’apertura dei manicomi. Abbiamo diviso in tre l’intervento per rendere ancora più corale lo spettacolo: lì distribuendoci la parte sono venuti fuori tre caratteri bellissimi di tre matte emotive e strazianti e anche ironiche, con una comicità inconscia ma intelligente che hanno a volte le persone che soffrono di problemi psichici.

IS: A proposito della nostra amicizia vorrei aggiungere che abbiamo avuto molte esperienze comuni. Io sono triestina e Marcela vive a Trieste da tanti anni pur essendo argentina. Noi a Trieste abbiamo militato lungamente nel mondo teatrale prima di far parte di questo spettacolo. Però una cosa che pensavo già ai tempi triestini, e che continuo a pensare, è che uno spettacolo può andare bene o male, nel corso di una serata ci possono essere mille imprevisti però io so che qualunque cosa succeda, una mancanza di memoria, il ritmo dello spettacolo che va male, il pubblico che non risponde, guardo Marcela e non mi sento più sola.

MS: C’è stato un momento emozionante ieri sera, a Monfalcone, che vuol dire come essere a casa, con molti amici tra il pubblico, sapendo che il pezzo di Basaglia può risultare forte perché è il pezzo che appartiene a questa regione (il Friuli Venezia Giulia, ndr), Margherita tra l’altro è triestina e il personaggio noi l’abbiamo scomposto in varie sfaccettature del Friuli Venezia Giulia per non darle un’identificazione precisa o un’identità linguistica unica. E ci sono stati molti momenti in cui ci siamo guardate come a dirci: “Ecco, siamo qua noi due dopo tanti anni, davanti ai nostri amici”. E alla fine, quando cantiamo tutte insieme la canzone, ci abbracciamo e lì volevamo solo abbracciarci senza più cantare!

CP: Vorrei fare ancora una domanda a Irene Serini: tu, come dicevi, hai avuto le tue prime esperienze teatrali a Trieste e poi sei andata a Milano dove hai studiato alla scuola del Piccolo Teatro, quindi hai conosciuto una realtà importante, la fucina teatrale forse più importante in Italia oggi. A Trieste si ricorda spesso che la gente ama il teatro, che c’è una maggior percentuale di abbonati rispetto alla media italiana, la città è vista come “molto teatrale”. Però è anche vero che è un teatro tradizionale. Quali differenze noti tra la realtà triestina, sia per quanto riguarda il pubblico e sia per la gente che fa teatro, e la situazione a Milano e nel resto d’Italia?

IS: Quando per la prima volta ho preso il treno per Milano e sono entrata in un teatro, che era il Teatro Strehler, ho guardato il pubblico presente allo spettacolo — spettacolo che a Trieste non sarebbe mai potuto approdare, uno spettacolo di Luca Ronconi che per enormità scenografica era totalmente intrasportabile — che io immaginavo essere un pubblico metropolitano, conoscitore di realtà teatrali variegate, e non mi è sembrato poi molto diverso dal pubblico triestino. Poi Milano è una città ricca di teatri e quindi ricca di pubblico, e quindi il pubblico che trovi al Teatro Strehler è molto diverso dal pubblico che puoi trovare al Teatro dell’Elfo o ai teatrini off più piccoli, il Teatro Verdi ad esempio che ci ha ospitato con 1968 ha un pubblico totalmente diverso dal Teatro Strehler. Trieste non la conosco ultimamente perché non l’ho più frequentata, in passato posso dire di essere stata un’abbonata per anni e appassionata agli spettacoli proposti, il primo spettacolo che ho visto era un Riccardo III di Gabriele Lavia, uno spettacolo tradizionale ma apprezzabilissimo: guardandolo ho scelto di fare teatro! Grandi differenze forse non ce ne sono… per esempio quello spettacolo veniva distribuito in tutta Italia. Il problema lo si ha con gli spettacoli enormi “alla Ronconi” che sono intrasportabili e quindi necessitano che il triestino vada a Milano per vederlo, o con gli spettacoli “off” come il nostro che in una realtà istituzionale come quella triestina è difficile che arrivino. Noi stessi con 1968 non arriviamo a Trieste, il nostro confine è a Monfalcone. Allora, in questo contesto, al pubblico triestino non è concessa tutta una fetta di proposte teatrali… ma il pubblico triestino sarebbe disponibile proprio come lo sono stati i monfalconesi.

Infinities, di Luca Ronconi

CP: A Marcela Serli vorrei chiedere invece: da presidente del CUT, il Centro Universitario Teatrale di Trieste che ha festeggiato dieci anni di attività proprio in questi giorni, com’è per te, attrice, coordinare le attività di questo centro con i giovani che si avvicinano al teatro, che magari non lo scelgono per professione ma che lo amano?

MS: Il Centro Universitario Teatrale è nato con l’idea non di formare degli attori ma di formare degli spettatori. E qui si ritorna un po’ alla domanda che hai fatto a Irene Serini poco fa. È meraviglioso l’approccio dei ragazzi al teatro, portano l’entusiasmo, e la cosa terribile che succede in alcune accademie e in alcune forme di teatro è la disillusione, cioè la perdita di questo incanto che hanno i ragazzi per natura. Con i Centri Universitari Teatrali, un po’ in tutta Italia, si tenta di mantenere alto questo entusiasmo mostrando ai ragazzi tutte le possibili forme di teatro. E questo lo si fa organizzando rassegne anche piccole, portando qualche esempio di teatro sempre a seconda delle possibilità, noi abbiamo il contributo dell’ERDISU ma siamo un’associazione senza tante risorse, portando maestri e insegnanti anche dall’estero che con la loro esperienza coinvolgono i ragazzi in laboratori… se poi da questi laboratori nascono degli attori, come succede, infatti al CUT sono nati diversi attori di Trieste, allora ancora meglio! Però noi non vogliamo formare degli attori ma degli attenti spettatori. Poi, come ha detto Irene, qui a Trieste non arriva tutto, non arrivano tante belle cose… forse un teatro che avrebbe potuto farlo sarebbe stato il Teatro Miela ma in questi giorni purtroppo il teatro è a rischio: proprio il luogo nel quale potrebbero andare le proposte off e il teatro contemporaneo! Il contemporaneo è importante perché altrimenti siamo sempre figli dei nostri padri: tutta la vita figli, finché non hai cinquant’anni. Infatti, non a caso, in Italia si usa chiamare “un giovane attore” un uomo di cinquant’anni che interpreta Romeo… mi sembra ridicolo. Per me organizzare le attività del CUT è faticoso ma mi ha permesso di conoscere un altro ambito, che è quello dell’organizzazione, della regia, di altre cose che amo fare. Ovviamente preferisco fare l’attrice perché preferisco imparare e restare giovane mantenendo questo entusiasmo, di cui si parlava, dentro di me.

1968, note di regia:


“…Il millennio sembra essersi concluso con la fine del mito della rivoluzione, con la fine di quei grandi progetti di cambiare il mondo che hanno caratterizzato il secolo scorso e gran parte del nostro…Le utopie rivoluzionarie sono un lievito che da solo non basta a fare il pane ma senza il quale non si può fare un buon pane…Dietro le cose così come sono c’è anche una promessa. L’esigenza di come  dovrebbero essere. C’è la potenzialità di un’altra realtà che preme per venire alla luce, come la farfalla nella crisalide…La fine e l’inizio del millennio hanno bisogno di utopia e disincanto insieme, nel qui e ora di ogni attimo…”


da “ Microcosmi”, di Claudio Magris 


“1968”


Era da tempo che volevo conoscerti meglio.
Non so perché ma per come ti ho ereditato io tu mi sembri quasi un tabù. Hai presente? Quel genere di argomenti che è meglio non toccare se si vuole evitare di imbarazzare, imbarazzarsi, litigare con qualcuno, fare figuracce d’ignorante o, ancora peggio, di utopista, idealista, moralista e vai con tutti gli –ista del mondo!
Eppure quando ho visto il muro di Berlino cadere pezzo per pezzo e sono andata là, tra i primi, ai piedi della porta di Brandeburgo e ho visto gente vendere ai turisti quei pezzi, contrattando sui marchi, qualcosa dentro di me si è mosso. Il disincanto era troppo grande.
Dovevo tentare di riappropriarmi del passato.
Dovevo incontrare te, che, per molti versi, sei stato il più grande stravolgimento su scala internazionale che il ‘900 abbia avuto, guerre mondiali a parte.
Dovevo confrontarmi con te, che mi sei padre.
Dovevo cercare l’incanto, ora che ero sprofondata nel disincanto.
Mi sono messa all’opera. Il tempo, come sai, è sempre troppo poco. Ma bisogna pur cominciare.
Per prima cosa mi incuriosiva il tuo carattere sovra nazionale, il tuo esserti inverato in tanti paesi diversi tra loro per cultura, storia e tradizione.
Poi mi piaceva il tuo eclettismo: dallo studio alla fabbrica, dai manicomi al ripensamento dei codici religiosi, dal rifiuto della guerra alla condizione dei neri, dalla primavera di Praga  alla liberazione sessuale.
E poi la tua musica, i tuoi suoni, il sound, diremmo oggi. Eccezionale! Beattles, Rolling Stone, Handrix, Dylan, Cohen, Doors…Non ci sono parole!
Sono andata in cerca di documenti originali: volantini, discorsi pubblici, libri, testimonianze… Solo documenti originali, che ho tentato di montare tra loro in maniera analogica. Insomma volevo che fossi tu a parlare attraverso le voci di quanti ti hanno vissuto, di quanti ti hanno cantato.
E così a poco a poco è emerso un coro di voci, suoni, colori che sono andati a comporre liberamente la mia tela. Un quadro pieno di colori che non si picca di essere esaustivo né tanto meno di essere filologico. Non ne sarei stata capace, faccio teatro, non storia contemporanea. E certo il cammino per conoscerti sarebbe lungo, probabilmente infinito, certo, il pericolo della semplificazione e della superficialità c’è, il pericolo di essere retorici o ancora più infido il pericolo di inserirsi nelle sterili polemiche del ’68 sì, ’68 no, esiste e fa paura.
Chi sa se riuscirò ad evitare tutti questi pericoli, posso assicurarti che ci ho provato.
E tutto sommato, ne sarà valsa la pena comunque.


Serena Sinigaglia

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