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Cinema

Irene Rubini

Zone di cinema

Immagine articolo Fucine Mute“Zone di cinema” è la rassegna organizzata dall’associazione Alpe Adria Cinema che accoglie le opere dei filmakers regionali. Prima di entrare nel merito dell’iniziativa, vale la pena soffermarsi su alcune novità che là dove non è già successo, potrebbero toccare il filmaker molto da vicino, se non addirittura indurlo a compiere una scelta nell’immediato futuro.
Oggi qualsiasi filmaker residente nel Friuli Venezia Giulia si trova a dover fare i conti con le numerose trasformazioni in atto nel territorio: da una parte, il neonato Centro per le Arti Visive di Udine sede del nuovo cinema Visionario, frutto della sempre più evidente centralità acquisita dalla città friulana nel panorama cinematografico regionale; ma non se la passa tanto male neanche Gorizia, città ormai ex simbolo del confine, con il suo DAMS fresco di restyling, e naturale polo d’attrazione per molti filmakers provenienti anche da altre regioni: una vera e propria invasione di corpi giovanissimi under 20, superagguerriti e pieni di curiosità per i trucchi della macchina da presa.
Per finire, l’eco di una parola ormai sempre più diffusa attraverso i media e cioè “Euroregione”, potrebbe trovare nell’immediato futuro piena e completa realizzazione, contribuendo ulteriormente a sconvolgere gli equilibri territoriali dalla cui sorte, com’è noto, dipendono rassegne e festival cinematografici.

In questo scenario caratterizzato da una forte ansia di rinnovamento, il Trieste Film Festival rappresenta un faro-guida, un punto di riferimento per tutti coloro che amano il cinema e i suoi derivati, un appuntamento irrinunciabile che anche quest’anno, dal 20 al 27 gennaio, proporrà i lungometraggi, documentari e  cortometraggi più rappresentativi dell’Europa centro orientale.
Da alcuni anni a questa parte, il festival ospita una sezione denominata “Zone di cinema” dedicata ai film girati nel Friuli Venezia Giulia come Lo stadio di Wimbledon di Mathieu Amalric, Nora di Pat Murphy, Occidente di Corso Salani; e per quest’anno c’è grande attesa per il lungometraggio d’esordio di Stefano Pasetto Tartarughe sul dorso con la bella e brava Barbora Bobulova.

“Ma la quantità di cassette che arrivava nel nostro ufficio,” – racconta la direttrice del festival Anna Maria Percavassi — “perlopiù di autori indipendenti e quindi girate con un budget modesto, ci ha convinte della necessità di una rassegna volta a valorizzare quello che è un vero e proprio patrimonio. Così abbiamo organizzato questa anteprima, durante la quale il pubblico ha l’opportunità di giudicare e  votare il film che gli sembra più interessante e meritevole”.
 “Ci piacerebbe anche incentivare la produzione”- informa la direttrice Percavassi. “Infatti, attraverso il lavoro di squadra della neonata Commissione Regionale Cinematografica, ci stiamo impegnando con l’obiettivo di sostenere e promuovere  appunto le opere dei nostri filmaker, in particolare quelle dei più giovani alle prese con il loro esordio dietro alla macchina da presa”.

La rassegna “Zone di cinema” si è svolta nell’arco di due giornate per un totale di 53 opere presentate senza alcun tipo di pre-selezione. I migliori cortometraggi scelti quindi dal pubblico sono: Le formiche sono tristi di Diego Cenetiempo e Daniele Trani, The last cigarette di Marco Devetak, la saga fantasy Il castello degli arcani di Giovanni Molinari e Ultima chiamata di Massimo Mucchiut.
Tra i vincitori, l’unico ad essere ammesso nella sezione competitiva “Cortometraggi” del Trieste Filmfest 2005 è De(s)sert di Varka Kozlovic e Temuujin Dashdejid, docufiction di produzione francese che narra le vicende di una gelataia in un “sum” (le cooperative di pastori mongole, nda) interamente girata nel deserto dei Gobi. 
Molti altri lavori andrebbero citati: lo straniante BR1 di Ivan Bormann già fondatore della Kleine Chaos, la parodia kubrickiana Armida 2004 (odissea nell’ospizio) di Fabio Bressan, Il Mediaev o, estratto della tesi di laurea in scienze della comunicazione di Claudio Maurici, l’appassionante Chi? James Joyce a Trieste di Maja Monico, La casa sul confine di Martina Kafol e One by one di Irene Rubini.
Proprio a quest’ultima, documentarista già vincitrice del Trieste Film Festival, abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa sull’affascinate ma difficile impresa di “raccontare la realtà”.

Sarah Gherbitz (SG): Come nasce il suo interesse nei confronti della regia?

Irene Rubini (IR): Il documentario è per me una passione, uno strumento necessario per esprimere ciò che sento osservando il mondo e la natura umana. Nasce perché mi permette di sperimentare realtà diverse dalla mia e di connettermi emozionalmente con vite, situazioni e temi altrimenti inaccessibili.

SG: Com’è nata l’idea di raccontare la storia di One by one?

IR: Ho scoperto la magia del mosaico nel ’98 e mi ha colpito molto. Negli anni, ho sempre disegnato e scolpito, ma questo era un mezzo espressivo molto speciale che non avevo mai utilizzato prima.
Poco prima di partire per New York, a Udine ho potuto ammirare un mosaico destinato ad una stazione della subway di NYC. L’idea è nata così e con entusiasmo ho pensato, perché non parlarne?

Immagine articolo Fucine Mute

SG: Questo documentario è anche un viaggio attraverso il mondo dell’arte contemporanea: quali sono gli artisti che l’hanno colpita di più e perché?

IR: Mi sarebbe piaciuto conoscere Elisabeth Murray che si esprime in modo decisamente armonioso e coinvolgente. Purtroppo era molto impegnata e non ha potuto partecipare. Mi piace la sua capacità di trasformare le stazioni in luoghi che trasmettono tranquillità.
Non dimentichiamo che stiamo parlando di opere a disposizione del pubblico che usa la metropolitana, quasi tutte le opere d’arte lì sotto danno sollievo perché ricordano la bellezza della vita.

SG: Il suo documentario precedente “Lavori in corso” affrontava il delicato problema della prostituzione: ha incontrato delle difficoltà ad affrontare un argomento così delicato?

IR: è un tema che non ho avuto difficoltà ad affrontare, ho trovato un’ottima guida in Carla Corso.
Ritengo che l’argomento delicato sia costituito più dal pregiudizio nei confronti di certi temi che non dai temi in sé. Ogni volta che affronto un argomento nuovo, mi avvicino con curiosità e massimo rispetto.

SG: Lei ha già partecipato a “Zone di cinema”: come giudica quest’iniziativa?

IR: Si tratta indubbiamente di una buona iniziativa, come tutte le iniziative che promuovono il cinema anche più nascosto dai circuiti ufficiali.

SG: Recentemente Nanni Moretti ha lanciato pesanti strali contro la televisione pubblica accusandola di scarsa attenzione nei confronti del documentario. Le capita di seguire qualche documentario in televisione?

IR: Alla luce del fatto che guardo molto poco la televisione, il mio punto di vista su questo particolare aspetto può risultare non attendibile.

SG: C’è  invece maggior attenzione da parte dei festival nei confronti del  documentario?

IR: Sicuramente i festival danno spazio al documentario, soprattutto all’estero dove il documentario trova più spazio.

SG: Quali sono i suoi progetti futuri?

IR: Ho diversi progetti su cui sto lavorando all’estero.

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