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Scrittura

Mauro Covacich

Fiction o reality?

Immagine articolo Fucine MuteFiona è un romanzo a orologeria. Un lungo conto alla rovescia, come lo definisce lo stesso autore, in cui gli elementi dell’esistenza di Sandro, il protagonista, sembrano richiamarlo a una presa di coscienza con il ritmo vorticoso e ineluttabile di una calamita. Tra la vita reale e quella risucchiata e artificiale degli schermi televisivi, si staglia per Sandro lo sguardo muto, inquietante e disarmante di Fiona, la bambina haitiana che lui e la moglie Lena hanno adottato dopo che la piccola era stata rifiutata da un’altra famiglia, vicenda narrata nel precedente romanzo di Covacich A perdifiato.

Corrado Premuda (CP): Fiona è il titolo del nuovo romanzo di Mauro Covacich appena pubblicato da Einaudi. Fiona è il nome di una delle protagoniste del libro ma è anche il nome di un personaggio che abbiamo già conosciuto nel romanzo precedente di Covacich, A perdifato. I due romanzi sono piuttosto diversi, però il fatto che ci sia il personaggio di questa bambina che appare in entrambe le storie vuole legare le vicende che si svolgono in una società che appartiene alla nostra attualità?

Mauro Covacich (MC): Direi di no: più che per ragioni sociali, epocali o antropologiche, questo personaggio mi girava per la testa e continuava a farlo anche dopo A perdifiato. Lì mi pareva di averlo trattato un po’ troppo male e trovavo che questa bambina meritasse una seconda chance. Quindi a partire da ciò Fiona è diventata il connettore dei due romanzi, che comunque sono diversi per ambientazioni e situazioni però hanno un mood comune, uno stato emotivo comune, che dovrebbe essere quello anche di una terza parte, di un terzo romanzo, perché nella mia testa questa dovrebbe essere un’opera in tre parti ispirata alla trilogia di Kieslowski — Film Blu, Film Rosso e Film Bianco —, se mai riuscirò a scrivere l’ultima parte. Sono storie assolutamente indipendenti che si possono  leggere separatamente ma che dialogano tra loro e Fiona è proprio la stessa bambina che viene maltrattata in A perdifiato e che ritorna e ha una seconda vita, continua il suo cammino: nel romanzo precedente aveva un anno e mezzo, in Fiona ne ha tre e mezzo.

CP: L’idea del romanzo Fiona ti è venuta mentre facevi il corrispondente per il Grande Fratello oppure hai deciso di fare il corrispondente per il Grande Fratello perché stavi già pensando di scrivere un romanzo sui reality show e quindi volevi vivere da vicino questa nuova realtà televisiva e sociale?

MC: No, mai avrei pensato che avrei scritto qualcosa con dentro un reality show. Dico così perché questo secondo me non è un romanzo sui reality show. Io mi sono occupato della prima edizione del Grande Fratello perché mi pareva che fosse una cosa assolutamente interessante per me, perché è una delle situazioni che risponde alla domanda: “Che cosa ci sta succedendo?” e a me interessa sapere cosa ci sta succedendo, e quindi me ne sono occupato con la curiosità abbastanza naif, ingenua che ho di solito per le cose, non in modo premeditato. Dopodiché questa cosa è tornata nel romanzo che scrivevo in un modo abbastanza spurio, nel senso che la storia non è sul Grande Fratello ma su come la finzione è scesa tra di noi, è venuta tra di noi, è entrata nella realtà, sul fatto che ogni momento della nostra giornata può passare su uno schermo televisivo, involontariamente, su come le televisioni, quasi come extraterrestri, sono entrate nella nostra vita e si sono autopropagate; perché il bancomat, il videocitofono, la webcam, il telefonino, i monitor di sicurezza dei circuiti interni dei centri commerciali, delle banche raccolgono una quantità immensa di immagini che mi riprendono anche quando io non lo so e non voglio al punto che questo mi spinge a pensarmi spesso come qualcuno che non è se stesso ma che fa la parte di se stesso. Questo discorso è la ragione movente della scrittura di questo romanzo. Poi mi sono complicato la vita perché mi andava e mi divertiva facendo entrare questa riflessione in un protagonista che poi producesse TV, facesse TV, infatti il protagonista è un autore televisivo, in una vertigine di senso che mi divertiva e che poi è stata la ragione della scrittura… Alla fine io scrivo romanzi perché mi piace, non divento né più ricco né nessuno prova astinenza dei miei romanzi, io scrivo solo perché mi piace.

CP: Dicevi che Sandro, il protagonista del romanzo Fiona, è inquietato solo da un unico personaggio, cioè dalla bambina, dallo sguardo di Fiona. Tu invece da cosa sei inquietato? Chi è la tua Fiona? Chi è che ti pone le domande a cui non sai rispondere?

MC: Io mi sento più fortunato del protagonista, nel senso che riesco a vivere di scrittura e ho inevitabilmente una minor compromissione, nel senso che se Sandro è davvero compromesso nel sistema, è uno dei tanti che vive l’ambivalenza del carrierismo, della professione rampante, e dall’altra parte della consapevolezza di ciò che è stato, di quella che è stata la sua storia. Io, con un pizzico di presunzione, non credo di aver bisogno di una Fiona in cui rispecchiarmi. Tutto il mondo che circonda Sandro è in qualche modo suo complice perché sul lavoro è molto stimato, in famiglia si chiude un occhio benché la moglie la pensi ideologicamente e moralmente in modo molto diverso da lui, l’unica che gli getta in faccia la sua reale identità è questa bambina che non parla ma graffia. Io non credo di aver bisogno di una Fiona nel senso che nella mia scrittura è evidente una forma di carica militante, si può dire tutto della mia scrittura, ad esempio che è brutta, ma è difficile non vederne la carica militante. Io mi ritengo un combattente, un resistente, i miei romanzi sono una forma di lotta.

Immagine articolo Fucine MuteCP: Dal punto di vista stilistico in questo romanzo hai fatto un lavoro sul linguaggio?

MC: No, credo che il mio stile, come molti critici sottolineano, sia in una evoluzione abbastanza omogenea e costante, gli ultimi tre romanzi sono molto simili tra di loro, sia per come sono montati e costruiti, sia per la lingua. In questo caso la frenesia, la velocità di A perdifiato è aumentata ancora di più ma semplicemente per assecondare il movimento stesso dell’azione interna al romanzo che, detta metaforicamente, è la storia di un uomo che precipita, lo vediamo dalla prima pagina che sembra già staccarsi da un trampolino, da un davanzale e cominciare a cadere, e il tempo e il ritmo della mia scrittura devono assecondare il tempo brevissimo di questa caduta che però è una caduta che dura duecentoquaranta pagine. Quindi dal momento in cui cade al momento in cui — chissà — si sfracellerà o meno, perché poi il lettore ha questo movimento di incredulità vedendo che dall’inizio sembra scontato che si sfracellerà al suolo comincia a dire: “Ma no, non è possibile. Chi lo salverà?”, tutto questo crea un’amplificazione esponenziale della velocità della scrittura che caratterizza questo romanzo, ma che è in linea con quelli precedenti.

CP: Sul tuo sito internet c’è una pagina che s’intitola “Libri che avrei voluto scrivere”. Ci sono autori come Philip Roth, Puig, McEwan… Non c’è nessuno scrittore italiano…

MC: Di scrittori contemporanei italiani ne stimo moltissimi e alcuni li considero molto bravi, parlando di autori che non rientrano già tra i classici manualizzati. Sandro Veronesi secondo me è un grandissimo scrittore, Tiziano Scarpa, Marco Lodoli che pure ha una poetica che io non condivido ma che è un grande scrittore, Dario Voltolini, Daniele Del Giudice. Qui la questione è un’altra: non è amare o provare stima per l’autore, per me spesso un libro ha la sua fortuna particolare. Ad esempio in quella pagina c’è un libro, Territori londinesi, di un autore che poi io non amo tanto, Martin Amis, un autore molto bravo, alle volte forse troppo furbo, che però ha azzeccato l’opera… ecco in quel senso sono i libri che avrei voluto scrivere, spesso non coincidono con un autore. Ad esempio di Goffredo Parise, lo scrittore del Novecento che io amo di più, non c’è un libro che avrei voluto scrivere… forse il Reportage sull’Indocina. Ma ad esempio Il prete bello non è un libro del tutto riuscito per me, Il ragazzo morto e le comete è ambizioso… non so se si capisce il discorso. Non identificherei l’ammirazione per un libro con la stima per l’autore.

CP: Gli scrittori triestini, che vengono da Trieste, hanno un’etichetta a livello nazionale e internazionale di scrittori più interessanti di altri. Di recente su RaiFutura è andato in onda un documentario girato dal regista romano Nino Bizzarri sui cinquant’anni del ritorno di Trieste all’Italia con le testimonianze di persone di cultura e scrittori di Trieste, c’era anche un tuo intervento dove parlavi di Trieste. È effettivamente così, cioè Trieste dà una spinta in più a chi scrive oppure è diventato un luogo comune quello di ritenere interessanti gli autori triestini?

MC: Secondo me Trieste non dà una spinta a scrivere ma sottrae potenza a chi scrive. Io per riuscire a scrivere ho dovuto scappare da Trieste. Adesso che non ho più i timori dei primi passi mi sto innamorando di nuovo della città. Tra l’altro approfitto per dire che il mio prossimo lavoro sarà una guida su Trieste perché Laterza ha una collana di guide d’autore sui generis sulle città,Emanuele Trevi ne ha fatta una su Roma, Aldo Nove una su Milano e io ne farò una su Trieste. Questo per dire che io sono tornato in città dopo un periodo in cui proprio questa presenza forte della storia, dei grandi nomi della letteratura, aveva su di me un effetto castrante non motivante. Io credo che in una città in cui c’erano Saba, Joyce, Svevo e compagnia bella, scrivere sia come per un architetto tentare di costruire a Venezia: cosa fai? Adesso che non ho più di queste paure, mi sto riappropriando della città, ma non per i suoi significati culturali che sono evidenti, in una forma molto amorosa: mi piace il mare, mi piace andare in giro, stare con le persone che conosco… in una forma extra intellettuale.

Immagine articolo Fucine Mute

CP: Un’ultima domanda: abbiamo iniziato l’intervista e hai parlato di Kieslowski, hai già pensato di scrivere una sceneggiatura per il cinema o per la televisione o di passare alla regia?

MC: Il cinema mi affascina ma non ne sento l’urgenza. Di A perdifiato dovevano fare un film ma sono ancora lì che cercano i finanziamenti e il produttore mi aveva chiesto se volevo collaborare alla sceneggiatura, io gli ho detto che preferivo non farlo perché in quel caso si trattava di riscrivere e rivedere con altri occhi e in altre situazioni una storia che per me poteva essere solo quella. Forse scrivere sceneggiature nuove di storie non mie potrebbe essere interessante ma la vedrei come un’attività di supporto alla mia scrittura, non mi ci identificherei, non mi vedo come sceneggiatore. Io vivo di scrittura, quella potrebbe essere una forma di sopravvivenza.

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