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Cinema

Alexandru Solomon

La sottile linea tra verità e menzogna

Immagine articolo Fucine MutePresentato in concorso alla sedicesima edizione del Trieste Film Festival, il documentario del regista rumeno, Alexandru Solomon, ricostruisce un passato fatto di cronaca.
Siamo nel 1959 e la Banca nazionale rumena viene rapinata: sei individui, cinque uomini e una donna, portano via in Lei rumeni l’equavalente di un milione di dollari dell’epoca. Per lo Stato è un palese attacco alla sua sicurezza e stabilità. Poco dopo i presunti colpevoli vengono arrestati e costretti a rappresentare se stessi in un film che ricostruiva per l’appunto l’accaduto e che ne filmava gli sviluppi. Davanti agli occhi dell’intera popolazione rumena i sei indiziati firmavano la loro condanna: dichiarandosi colpevoli al processo venivano condannati a morte e tutti giustiziati, salvo la donna.
A quarantacinque anni dall’accaduto, intervistando i compagni di cella degli indiziati, l’operatore che aveva lavorato al film intitolato La ricostruzione, i vicini e gli agenti della Securitate, Solomon ha tentato di ricostruire questo spaccato di storia, focalizzandosi innanzitutto sulle questioni a cui dare una risposta, senza pretendere o illudersi di trovare un’unica verità che forse non esiste neppure.

Sara Visentin (SV): Il suo documentario racconta della rapina alla Banca di Romania nel 1959, delle inchieste condotte e del processo. Ci può raccontare cosa è successo?

Alexandru Solomon (AS): Il soggetto del mio film indaga proprio sul cosa è successo, e non è facile rispondere visto che in quell’epoca non c’erano i media, non c’erano informazioni, diciamo corrette, ma una molteplicità di informazioni ed è per questo che ancora oggi ci sono dei casi in cui ci si chiede cosa è successo e “La grande rapina comunista” è uno di quei casi. Quello che sappiamo è che nell’estate del 1959 ci fu una grande rapina alla Banca centrale, con tutta l’attrezzatura di gangster americani, di persone con la maschera, che si sono impossessati di un taxi e che sono fuggiti con una somma in Leu rumeni, l’equivalente di un milione di dollari dell’epoca. Dopo un mese e mezzo furono arrestate sei persone, che erano non solo dei vecchi dignitari del partito comunista ma anche delle persone che avevano lavorato con la polizia segreta, la famosa secutitate, delle persone che erano comuniste da un lungo periodo durante la guerra in Romania. In più tutti loro erano ebrei. Quelle persone, sono state accusate di aver fatto la rapina, sono state pertanto messe sotto inchiesta, e sono state obbligate a recitare in un film di propaganda che si intitola La ricostruzione. Ognuna di loro ha recitato il proprio ruolo, è stata riprodotta tutta la rapina, le indagini, è stato filmato il processo e al processo il giudice li ha condannati tutti a morte. Tutti sono stati giustiziati tranne la donna che è stata liberata dopo qualche anno e che poi è morta. Quindi quello che sappiamo è che c’è stata una rapina, che ci sono delle persone che sono state accusate e che ne è stato prodotto un film. Ancora oggi ci sono persone che non credono che la rapina abbia avuto luogo, o che i veri colpevoli non siano le persone accusate, o che tutto sia stato una messa in scena del regime sia per fare una pulizia antisemita generale, nel partito e nell’amministrazione, sia per delle altre ragioni sconosciute.

SV: Perché ha deciso di raccontare questa storia? Che cosa desidera trasmettere al suo pubblico?

AS: Ho voluto raccontare questa storia perché pone il problema del documentario e della rappresentazione attraverso il film di un evento reale, perché il mio film non si incentra solamente sulla storia e sul fatto ma anche sulla storia dei vecchi film di propaganda. Poi ho voluto soprattutto fare le domande senza fornire una risposta, perché una sola risposta non esiste, ma soprattutto porre il problema di quanto noi conosciamo della storia recente della Romania e cosa conosciamo dell’epoca.

SV: Ci può spiegare le ragioni che hanno spinto il Governo a fare un film su questa storia? Perché il Governo dell’epoca ha voluto mostrare alla popolazione questa storia  attraverso un film?

AS: Principalmente perché si é trattato di un caso eccezionale, non c’erano state altre rapine all’epoca e non c’era una tradizione di rapine in Romania. In più nel periodo comunista tutto era così controllato che non si poteva sfuggirgli. Inoltre non si poteva fare nulla con quel denaro, quindi improvvisamente il regime ha pensato che dall’inizio si trattasse di una questione politica. Quello che a Chicago sarebbe stato considerato come una semplice rapina a Bucarest fu considerata come un colpo contro il regime, come una mossa politica contro la sicurezza e la stabilità del regime. Quindi il Governo voleva avere una rivincita in rapporto a questo, e la rivincita che il regime di allora ha pensato consisteva nel dimostrare che si trattava, in effetti, di persone corrotte e che il fatto non aveva nulla a che fare con la loro posizione nel partito, o con la loro etnia, il loro essere ebrei. Quindi da questa storia si trae un beneficio, un profilo per la propaganda.

Immagine articolo Fucine Mute

SV: Quanto era conosciuta questa storia nel vostro Paese? Come ha reagito la popolazione di fronte alla sua ricostruzione degli eventi? Soprattutto i giovani, cosa ne pensano?

AS: Non ho avuto una grande esperienza perché il film è stato presentato due volte in un festival in Transilvania, il TIFF e poi ho fatto una produzione a Bucarest. A parte questo non ha avuto una diffusione televisiva o una distribuzione cinematografica. In marzo o aprile ci sarà una distribuzione nelle sale. Per quello che ho potuto vedere durante queste tre o quattro proiezioni la reazione è stata molto buona ma non c’è una conoscenza del fatto nel mio paese, non se ne sa molto. Ho rilasciato qualche intervista, ci sono dei pezzi che sono stati mostrati, ma a parte questo non è un evento molto noto.

SV In questo momento qual è la condizione politica in Romania? Come vivono gli ebrei che sono rimasti nel paese?

AS Per quel che riguarda la situazione politica noi indichiamo questo periodo come “la transizione” dalla dittatura alla democrazia. Sono quindici anni che la dittatura è caduta ma non possiamo ancora dire che la transizione sia finita. Ci sono molte cose da fare sebbene ci siano un sistema democratico, delle elezioni libere, una stampa libera. C’è ancora molto lavoro, soprattutto per quanto riguarda la valutazione del passato molto recente, del passato comunista ed è lì che il documentario può aiutare. Per quanto riguarda gli ebrei ne restano molto pochi, da cinque a dieci mila in tutto il paese, e vivono come gli altri. Non c’è una vita comunitaria ma a parte questo possiamo dire che si sono integrati.

SV Qual è stata la reazione dell’opinione pubblica europea di fronte alla sua pellicola?

AS Il film è stato finanziato da tre importanti televisioni europee: la Bbc, Zdf-Arte e France2. Già al momento di avviare il progetto ero molto felice di avere questo interesse e questo sostegno.
Il film è stato diffuso dalla Bbc e Arte con un buon seguito e in più ho già ricevuto un premio in Francia a Pessac al festival dei film storici, e il film è stato in concorso all’IDFA ad Amsterdam che molto probabilmente è il più importante festival sul documentario. Dunque va molto bene!

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