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Cinema

Mario Monicelli

Sui luoghi della Grande Guerra

Immagine articolo Fucine MuteIl 15 maggio del 2005 Mario Monicelli festeggerà il suo novantesimo compleanno e, per celebrare questa importante data, ha deciso partecipare alle riprese di un documentario che lo ha riportato sui luoghi di un suo celebre film, La grande guerra, girato in Friuli nell’estate del 1959. Prendendo spunto da un libro curato da Livio Jacob e Carlo Gaberscek intitolato Il Friuli e il cinema, la regista Gloria De Antoni ha invitato Monicelli a partire con lei per una breve spedizione lungo la linea ferroviaria Sacile-Gemona per visitare i comuni di Udine e Venzone, rincontrare le comparse del lungometraggio e rievocare i frenetici mesi trascorsi sul set. In occasione della presentazione del documentario, intitolato I sentieri della gloria — In viaggio con Monicelli sui luoghi della grande guerra, anche noi abbiamo potuto parlare con il maestro.

Michela Cristofoli (MC): Un elemento unificante nel suo cinema sembra essere quello del caos generato dalla guerra o da situazioni estreme, come il medioevo, che figliano quella confusione creativa, grottesca, fertile per la comicità. Assieme agli altri grandi registi della commedia all’italiana aveva consapevolezza di essere uno dei padri fondatori di una scuola, di un filone strutturale del cinema nostrano?

Mario Monicelli (MM): Assolutamente no. Eravamo un gruppo composto da cineasti, autori, sceneggiatori e anche qualche attore, e volevamo solo realizzare dei film divertenti. Amavamo il cinema comico, specialmente quello di Buster Keaton e Charlie Chaplin, così cercavamo di fare dei film, con Totò o con uno degli altri istrioni di allora, che per prima cosa risultassero spassosi e che magari avessero anche un piccolo significato. Basta, la cosa finiva lì. Infatti eravamo trattati come spazzatura, la stampa ci maltrattava oppure non ci considerava per niente. Il pubblico invece ci seguiva moltissimo. Noi eravamo abbastanza contenti perché, pur pensando che magari avesse ragione la critica, il fatto che gli spettatori ci dessero soddisfazione ci faceva sperare che ne avremmo avuta sempre di più.

MC: La stampa, invece, l’ha seguita moltissimo proprio durante la lavorazione del film La grande guerra, un’opera molto interessante anche per il suo realismo, come si nota dal documentario che ora la vede protagonista. Sono fedeli sia le ricostruzioni delle trincee, l’utilizzo di stilemi caratteristici del cinema dell’epoca come le cadute di velocità della cinepresa, l’uso di un bianco e nero particolare dato dalla mancanza del processo fotografico della compensazione. Come mai ha attribuito tanta importanza a questo aspetto?

MM: Noi siamo tutti figli del neorealismo. La generazione della commedia all’italiana, ma anche autori come De Sica, Germi, Comencini, Risi, tutti noi siamo nati con Roma città aperta di Rossellini, quindi ci esprimevamo attraverso il neorealismo, anche chi voleva fare dei film comici. Anzi in questo caso l’aspetto realistico era ancor più calcato. Il bianco e nero attribuiva invece autenticità al cinema, che è nato muto e in bianco nero. Tutto quello che è venuto dopo è stato una corruzione del mezzo vero e proprio, almeno questa è la mia opinione. Prima è arrivata la parola che ha fatto entrare il linguaggio teatrale, poi il colore, poi la musica. Spesso quando un regista non riesce a creare un’atmosfera con la fotografia o attraverso il racconto, fa entrare un violino e risolve il problema. Alla fine sono comparsi gli effetti speciali e di quest’arte non è rimasto nulla. Per me, il cinema vero è quello muto e in bianco e nero, dove la storia si evolve solo attraverso le immagini in movimento.

Immagine articolo Fucine Mute

MC: Quindi lei non passerà, come ha fatto Rohmer per La nobildonna e il duca, al digitale o all’uso di effetti speciali?

MM: Si, come no, questo non c’entra nulla. Si possono ottenere delle immagini in movimento con qualsiasi supporto, non c’è bisogno solo della pellicola. Il digitale va benissimo, l’ultimo film che ho fatto è in digitale. Non è questo il punto. Se la tecnologia aiuta a facilitare le riprese che una volta erano faticosissime, tanto meglio. Io voglio sottolineare come, ad un certo punto, nel cinema sono intervenuti alcuni elementi che non c’entrano nulla con il racconto per immagini.

MC: A proposito di ciò che accennava sulla fatica delle riprese, il set di La grande guerra qui in Friuli è stato particolarmente arduo, per il fatto che lei ha ricreato in estate episodi e battaglie che hanno avuto luogo in inverno, sotto la neve. Come c’è riuscito?

MM: Si, era molto faticoso, però costituiva il mestiere del cinema di allora. Bisognava preparare i carrelli perché non c’era lo zoom, non esistevano le gru e nemmeno tutti i mezzi tecnici di cui si può disporre adesso. Dovevamo montare delle rotaie, c’erano dei macchinisti che spingevano la macchina da presa, la neve che si spargeva per terra era artificiale. Abbiamo girato delle scene in piena estate con gli attori e le comparse coperti di un panno verde pesantissimo che fingevano di avere freddo. Tutto questo faceva parte della costruzione di un film, del cinema, non era una cosa così drammatica. Adesso pare incredibile, allora il mestiere consisteva in quello. Anzi, più la cosa era artefatta o ricostruita e più dava piacere realizzarla e rivederla. Era quella la felicità di dar vita a un film.

MC: I carrelli di cui parlava sono serviti in questo lungometraggio per realizzare dei lunghi piani sequenza che definiscono degli effetti di profondità di campo molto significativi. La coesistenza tra gli eventi in primo piano e l’azione in secondo piano porta a vedere La grande guerra come se fosse un calderone di figure dal quale spuntano i personaggi interpretati da Vittorio Gassman e Albero Sordi. È un modo per evidenziare come le sorti della massa anonima possono essere state simili a quella toccata ai due protagonisti, cioè di morire senza riconoscimenti e senza che nessuno lo sappia?

MM: Il nostro intento in fase di sceneggiatura (scritta da Age, Scarpelli, Luciano Vincenzoni e lo stesso Monicelli, ndr), del direttore della fotografia (Giuseppe Rotunno, ndr), di chi ha realizzato i costumi e di tutti gli altri, era proprio quello. Volevamo ritrarre una massa uguale, informe, da cui spiccavano alcuni personaggi che non rappresentavano niente di speciale. Erano ovviamente dei bravissimi attori, ma interpretavano dei semplici soldati che facevano di tutto per salvare la pelle. A nessuno importava di vincere delle battaglie per diventare eroi e conquistare Trieste, anche perché non avevano idea di cosa fosse questa città. Nel 1915 il settanta per cento degli italiani erano analfabeti, non sapevano niente né di geografia né di storia. Provenivano magari dalla Sicilia ed erano stati costretti ad andare sulle montagne per quattro anni infossati in trincee scavate alla meno peggio sotto il sole, sotto la neve; erano esposti al freddo, malnutriti, malguidati, ma sono rimasti lì. Volevamo mostrare questo, cioè quale grande truffa sia stata la guerra e quale imbroglio facesse il fascismo creandone il mito attraverso l’apologia della vittoria mutilata e del milite ignoto.

MC: Mi ha colpito molto nel film, proprio pensando alla questione dell’analfabetismo, il fatto che per ben tre volte Giuseppe Busacca, il personaggio interpretato da Vittorio Gassman faccia dei riferimenti un po’colti, citando il nome di Bakunin, che tra l’altro vengono fraintesi da Costantina (Silvana Mangano, ndr) che pensa si tratti di un romanziere. Sembra inconcepibile che quest’uomo possa conoscere Bakunin, è un modo per dire che invece è lei che appoggia il pensiero di questo filosofo, il suo pacifismo anarchico?

MM: All’epoca per gli ignoranti Bakunin era straordinario, perché era un anarchico che invitava alla rivolta e alla sollevazione dei poveri, i proletari sapevano queste cose perché le avevano orecchiate. I soldati erano in gran parte dei poveracci, tra l’altro Busacca stava di galera, era un poco di buono, aveva ottenuto l’amnistia per andare a combattere. Bakunin era molto noto, soprattutto tra le classi misere che avevano sentito descrivere questo personaggio misterioso e leggendario che lottava per il loro riscatto. Tutti lo conoscevano e veneravano anche senza aver compreso nulla del suo pensiero. È per questo che l’abbiamo citato.

Immagine articolo Fucine Mute

MC: Lei forse è già sul set di un film ambientato in Africa, intitolato Le rose del deserto. Questa volta parla del secondo conflitto mondiale raccontando la campagna di Libia. Descrive di nuovo dei soldati che fanno di tutto per tornare a casa, l’Italia che si lancia in un conflitto che non è in grado di affrontare, vuole essere quindi una continuazione di La grande guerra?

MM: Sì, ma non è un seguito vero e proprio, perché poi fra l’altro questa era una guerra combattuta in modo assolutamente diverso. Il primo è stato uno scontro di trincea. Dalla Manica all’Italia gli eserciti sono rimasti bloccati per quattro o cinque anni avanzando e retrocedendo su un fronte molto ristretto e restando lì a morire come topi. La seconda, al contrario, è stata una guerra di movimento. I cannoni della Russia sono arrivati alla Polonia e poi fino al Volga. Anche in Africa le truppe andavano avanti e indietro. Alla fine la sostanza resta sempre la stessa: c’erano due eserciti contrapposti tra loro, uno ben guidato e ben fornito, e l’altro, ovviamente quello italiano che disponeva ancora di quegli stessi mezzi usati nella prima guerra mondiale. Dopo venticinque anni le cose erano rimaste immutate, questo vorrei far vedere. Stavolta, però, c’è un elemento in più, perché nella seconda guerra mondiale ero mobilitato anch’io, dato che sono stato arruolato. Mussolini è entrato nel conflitto quando sembrava che i nostri alleati, i tedeschi, lo avessero già vinto. Il nazismo era entrato a Parigi, la Luftvaffe stava per invadere l’Inghilterra, quindi ormai sembrava che tutto stesse per finire. Noi che eravamo appena stati mobilitati pensavamo la stessa cosa, credevamo che avremmo combattuto per qualche mese e che avremmo vissuto un’avventura senza pericoli, chi in Africa, chi in Russia e chi in oriente. Invece è successo quel che è successo. Siamo stati travolti e infangati in una cosa più grande di noi che si è evoluta nel modo in cui tutti sanno. Questo vorrei raccontare, non so se me ne daranno la possibilità.

MC: La sua esperienza nell’esercito è stata particolare. È stato richiamato a Lucca, poi non è più partito, si ricorda di quegli anni?

MM: Certo, me ne ricordo. Sono stato richiamato a Lucca, che era il mio distretto militare, perché io sono di Viareggio, poi da lì ho chiesto di entrare in cavalleria, facendo finta di conoscere il cavallo, anche se non ne avevo mai visto uno in vita mia. Ho avuto questa ispirazione poiché pensavo che, dovendo andare a combattere, almeno avrei appreso qualcosa se avessi imparato a cavalcare. Sapevo come sarebbe statala la guerra, perché bene o male già della prima conoscevo molte cose. Sono nato nel 1915 e mio padre così come i miei zii erano stati al fronte, quindi dai loro racconti avevo capito molto. Vedevo, poi, che anche noi stavamo nelle stesse condizioni, allora mi sono detto, facciamo qualcosa, tentiamo. In realtà non mi aspettavo che sarebbe andata così. Speravo che dopo qualche mese sarei tornato a casa, invece sono rimasto nell’esercito per quattro anni. Sono andato in Jugoslavia, non in Libia, ma anche noi siamo finiti male.

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MC: Tra i nomi degli attori che compongono il cast del lungometraggio c’è quello di Giorgio Pasotti che nel film Dopo mezzanotte di Davide Ferrario interpreta un personaggio che ricorda una macchietta alla Buster Keaton. Lo ha scelto per questo, per l’importanza della marionetta, un po’ com’era Totò?

MM: Totò era una cosa diversa. Pasotti spero che ci sarà ancora, perché è passato un anno ormai da quando l’ho scelto e lui poi è stato molto impegnato. Non so se sarà presente quando farò il film e soprattutto se potrò girarlo. Comunque ho chiamato Pasotti non tanto per i ruoli che ha interpretato ma perché abbiamo conversato insieme ed è perfetto per un certo personaggio che è nella sceneggiatura che ho tratto da un lungo racconto di Mario Tobino che ha raccolto le sue memorie nel libro Il deserto della Libia. Per la figura di un giovane ufficiale che va per la prima volta in guerra e vive una particolare serie di eventi mi andavano bene il modo di recitare e il tono di Pasotti.

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