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Omnia

Sul Trieste Film Festival 2005

Arrivata alla sua sedicesima edizione Alpe Adria Cinema sposta l’ordine di definizione privilegiando la dicitura Trieste Film Festival soprattutto in prospettiva di un allargamento dei propri orizzonti culturali finora molto indirizzati verso l’est europeo. Ma anche in questo gelido inverno triestino, che ha fatto da cornice alla manifestazione, i Paesi dell’ex blocco comunista, con poche eccezioni, l’hanno fatta da padrone. Già il titolo scelto per l’apertura è sintomatico della costante attenzione verso i Balcani.

La vita è un miracolo, 2005

Un’apertura in grande stile con l’evento speciale dell’anteprima italiana di La vita è un miracolo di Emir Kusturica che aveva avuto la  sua premiére assoluta al Festival di Cannes. Un’apertura contraddistinta da un tutto esaurito che ha costretto molti spettatori a rinunciare alla proiezione. Si sa che il cinquantenne bosniaco Kusturica è uno dei registi contemporanei più apprezzati e la proiezione triestina è stata concomitante alla notizia che il regista presiederà la prossima edizione del più celebre festival francese. Lui non era presente a Trieste, ma a raccontare qualcosa del film ci ha pensato l’interprete principale, quel Slavko Stimac che con Kusturica aveva già recitato in Ti ricordi di Dolly Bell? (1981), ricordate era l’adolescente sonnambulo, e Underground (1995). Stimac, croato del 1960, ha incominciato a recitare a soli dodici anni, lavorando prevalentemente nell’ex Jugoslavia, ma partecipando anche ad un paio di produzioni americane tra cui Oxygen (1999). Ovviamente la sua fama è legata ai film di Kusturica che affettuosamente lo considera la “versione balcanica di Anthony Perkins”. L’attore ha raccontato del grande rigore del regista bosniaco, esigente su ogni aspetto del film, dalle tonalità fotografiche alla resa interpretativa. Anche per questo perfezionismo e per le non sempre propizie condizioni atmosferiche, la lavorazione si è protratta per dieci mesi.

Quanto al significato dell’opera, che racconta  una vicenda legata allo scoppio del conflitto jugoslavo nel 1992, Stimac dichiara che si tratta di un atto d’accusa della stupidità della guerra e delle sue tragiche conseguenze. In questo senso il suo personaggio, un romantico ingegnere serbo impegnato nella costruzione di una ferrovia che s’innamora di una prigioniera musulmana, rappresenta lo spirito conciliatorio che cerca di opporsi ai fanatici della guerra di ogni etnia. Se il croato Stimac ha monopolizzato l’attenzione dei primi giorni, è toccato al serbo Lazar Ristovski calamitare l’attenzione nei giorni conclusivi. Sono state infatti ben due le pellicole, viste a Trieste, interpretate dal cinquantaduenne Ristovski, noto al pubblico internazionale per la sua interpretazione del partigiano furfante Blacky nel capolavoro di Kusturica Underground. Il primo, Il re dei ladri, dello slovacco Ivan Fila è una storia drammaticamente attuale. Vi si narra la tragica odissea di un ragazzino ucraino che viene venduto dal padre al crudele proprietario di un circo che lo introduce clandestinamente in Germania per avviarlo sulla strada del crimine. Un film, i cui nobili intenti di denuncia sociale, non sempre sono sorretti da una fluida narrazione, e dove Ristovski tende ad un’eccessiva caratterizzazione del suo ambiguo personaggio. Decisamente preferibile l’altro film dell’attore serbo diretto dal connazionale Goran Paskaljevic, Sogno di una notte di mezzo inverno, in cui interpreta un uomo che, dopo una lunga detenzione, ritorna nella sua modesta abitazione ma la trova occupata da una donna bosniaca e dalla figlioletta autistica. L’incontro con la nuova inquilina ridà fiducia e speranza all’uomo che però ricade presto nello sconforto e nella disperazione che lo porta al suicidio. Opera fortemente emblematica del travagliato dopoguerra dell’ex Jugoslavia trova in Ristovski un grande protagonista la cui resa interpretativa ha convinto i giurati della manifestazione triestina ad assegnargli una menzione speciale.

Sogno di una notte di mezzo inverno, 2004

E per restare nell’ambito dei premi, a testimonianza della vitalità del cinema serbo, un’altra menzione speciale è stata attribuita alla sceneggiatura di Un camion grigio colorato di rosso, scritto e diretto da  Srdjan Koljevic. Mentre il primo premio nella categoria lungometraggi ha incoronato Il tempo del miracolo della regista russa Marina Razbezkina. In sessantasette minuti viene raccontata la grama esistenza di un piccolo kolchoz nel 1950 dove una contadina, con un marito tornato dalla guerra con le gambe amputate, deve lavorare duramente per sfamare i suoi figli. Per quanto riguarda, invece, i cortometraggi, un’altra opera russa La porta di Vladimir Kott si è aggiudicata il primo premio. Con esemplare sintesi bastano diciassette minuti, in uno splendido bianco e nero e senza dialoghi, al regista per proporci piccoli frammenti di vita. Le due menzioni speciali sono state attribuite a Addio dell’armena Maria Saakjan e a Cade la pioggia del tedesco Holger Ernst.  Infine nella categoria dei documentari è risultato vincitore Il nuovo Eldorado dell’ungherese Tibor Kocsis che analizza le possibili ricadute, su una povera comunità rumena, derivanti dallo sfruttamento di una miniera ricca d’oro e d’argento. Mentre le due menzioni speciali sono state assegnate a Germania, Germania terra di nessuno del tedesco Boris Breckoff e a Mamma del russo Anatolij Baluev.

Da ricordare infine i tradizionali omaggi che il Festival propone ogni anno. La retrospettiva, con relativa monografia a cura di Paolo Vecchi, ha esplorato i territori fantastici dello slovacco Jurai Jakubisko. Ma altrettanto significativi sono risultate le personali del documentarista russo Viktor   Kosakosvskij, del cineasta elvetico Villi Hermann e del filmaker Mauro Santini.

Se l’anno scorso l’attenzione del Festival triestino si era incentrata su Jan Nemec, quest’anno si è voluto proseguire nello scandagliare quell’importante fenomeno cinematografico sviluppatosi agli inizi degli anni ’60 in Cecoslovacchia e passato alla storia come “Nova Vlna” attraverso le opere di Juraj Jakubisko. Nato a Kajsov, nella Slovacchia orientale, il 30 aprile del 1938, Jakubisko ha conseguito il diploma alla scuola di Arti applicate di Bratislava specializzandosi in fotografia. Più tardi si iscrive alla celebre scuola di cinema di Praga, il FAMU, nel corso di regia tenuto da Vaclav Wasserman. Il debutto dietro la macchina da presa avviene con L’ultimo raid aereo (1960) e, negli anni in cui segue le lezioni, ha modo di entrare in contatto con autori già affermati come Jaromil Jires, Edvald  Schorm e Vera Chytilova. Lega soprattutto con il primo dei tre condividendo l’interesse per le tecnologie innovative come una macchina da presa molto leggera ed un inconsueto utilizzo dei filtri. Con Jires collabora ad un corto ed ha la possibilità di entrare in contatto con il teatro Laterna Magika, specializzato in opere sperimentali. L’apprendistato termina nel 1965, anno in cui Jurai realizza il suo corto di diploma Aspettando Godot che due anni dopo riceve riconoscimenti ai festival di Oberhausen e Mannheim. In quello stesso 1967 debutta nel lungometraggio con Gli anni di Cristo, anch’esso premiato in varie manifestazioni. La storia ha per protagonista un artista molto sensibile che s’interroga sul senso della propria vita. Spiega il regista: “Il mio primo lungometraggio parla degli anni in cui il mondo smette di girare intorno a noi, delle illusioni crocifisse che, con la maturità, perdono il loro soffio”. E si arriva così al fatale 1968, quando il 21 agosto i carri armati sovietici invadono la Cecoslovacchia. Jakubisko ha da poco compiuto trent’anni e sta girando quello che, a tutt’oggi, è considerato il suo capolavoro, Il disertore e i nomadi, prodotto anche con i capitali italiani della Stella cinematografica di Moris Ergas. Presentato  fuori concorso al festival di Cannes dell’anno seguente è un’opera divisa in tre episodi ambientati in epoche diverse. Nel primo un disertore slovacco della prima guerra mondiale si unisce a degli zingari ma viene rintracciato ed ucciso da un ufficiale degli ussari. Nel secondo, ambientato in Boemia durante il secondo conflitto, uno scontro tra partigiani e nazisti si conclude con una carneficina. Nell’ultimo, nello scenario spettrale conseguente ad una catastrofe nucleare, la Morte, ormai senza lavoro, viene soppressa da aerei telecomandati. Il successivo Uccellini orfani e pazzi (1969), coproduzione franco-cecoslovacca, riflette le forti tensioni connesse alla Primavera di Praga. È la storia di tre orfani che sono costretti a sopravvivere in un mondo di violenza e sopraffazione. La tappa successiva è Arrivederci all’inferno, amici, nuova coproduzione con l’Italia che ha la particolarità di una gestazione record. Iniziata infatti nel 1968, ha potuto vedere la luce, a causa della censura comunista, solo nel 1990. Si tratta di una vicenda bizzarra in cui una comunità di individui, per liberarsi da un regime oppressivo, cerca la salvezza formando una famiglia fittizia. A differenza di altri colleghi che avevano deciso di fuggire all’estero, Jakubisko resta in patria ma viene ridotto al silenzio dalle autorità al governo. Sono anni molto duri. Finalmente nel 1979 riesce a realizzare un lungometraggio Costruisci una casa, pianta un albero, seguito l’anno dopo da Infedeltà alla slovacca. Ma il suo nome riemerge dall’oblio solo nel 1984, alla Mostra di Venezia, con la versione cinematografica de L’ape millenaria, un kolossal fiabesco che vede al centro della narrazione la saga di una famiglia attraverso tre generazioni (1887-1917). Il successivo Frau Holle — La signora della neve, interpretato da Giulietta Masina nel ruolo del titolo, è la trasposizione di una favola dei fratelli Grimm che lascia una favorevole impressione due anni dopo sempre a Venezia. Del 1987 è invece Max il lentigginoso e i fantasmi, ennesima variazione in chiave umoristica del mito di Frankenstein.  Intanto un nuovo clima di libertà permette a Jakubisko di realizzare Sono seduto sul ramo e mi sento bene, una tragicommedia con protagonisti un ladro di polli, un ex soldato e un ex prostituta, ambientata al tempo dello stalinismo e proposta nel 1989 a Venezia. Seguono l’anno dopo la favola musicale Una storia quasi rosa e nel 1992 È meglio essere ricchi e sani che poveri e malati, corrosiva riflessione sul dopo ’89. Il successivo Un messaggio ambiguo sulla fine  del mondo (1997) è una delle consuete incursioni nel mondo fantastico care a Jakubisko. Mentre la sua opera più recente Post coitum (2004) vede protagonista il nostro Franco Nero, nel ruolo di un fotografo incapace di amare come del resto gli altri uomini e le donne coinvolti nella storia. Per quest’ultimo, discusso film, il regista ha largamente sperimentato le possibilità della cinepresa digitale.

Post coitum , 2004

Dalla Cecoslovacchia di Jakubisko si poteva passare alla Russia di Viktor Kosakovskij. Nato a Leningrado nel 1961 Kosakovskij ha frequentato nel 1986 il prestigioso corso superiore per sceneggiatori e registi allo VGIK di Mosca. In quello stesso anno realizza il suo primo documentario sul filosofo Aleksej Fedorovic Losev, portato a termine solo quattro anni dopo. Tra le sue opere da ricordare la trilogia Tre storie d’amore (1998-2000) e Shhht (2002), ottanta minuti che sintetizzano un anno di riprese effettuate dal suo appartamento prospiciente una tranquilla strada di San Pietroburgo.

Un altro interessante cineasta proposto dal festival è stato lo svizzero Villi Hermann, nato nel 1941 e trasferitosi in gioventù a Londra per studiare cinema ma poi operante in patria. Il suo può definirsi un cinema di frontiera, visto in una duplice prospettiva, come rileva acutamente il critico Domenico Lucchini: “Da una parte la frontiera come utopia di un incontro, dall’altra la frontiera come ostacolo difficile da  superare”. A Trieste si è potuta vedere la produzione più recente. Sei film realizzati dagli anni ’90 in poi.

Ancora un omaggio ha riguardato il marchigiano Mauro Santini, filmaker operante da una quindicina d’anni e già apprezzato in varie manifestazioni europee. Con Da lontano ha vinto il Torino Film Festival del 2002 nella sezione Spazio Italia. In programma c’erano otto opere che hanno testimoniato uno sguardo curioso ed approfondito della realtà.

In chiusura è stato proiettato il film di Stefano Pasetto, girato a Trieste, Tartarughe sul dorso con Barbora Bobulova e Fabrizio Rongione. E come nota finale non si può non ricordare la presenza anche quest’anno nel capoluogo giuliano di Corso Salani con Tre donne in Europa. Un autore schivo e sensibile le cui opere non lasciano mai indifferenti. Ma il ricordo più intenso da consegnare alla memoria di questa sedicesima edizione è legato alle immagini dell’ultimo docufilm di Werner Herzog Il diamante bianco. Un viaggio lungo ottantotto minuti negli spazi immensi e nei cieli luminosissimi della Guyana, attraversati a bordo di un aerostato per imbrigliare nella rete della poesia i voli pindarici di stormi di uccelli.

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