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Cinema

Massimo Cappelli

Una risata contro la droga

Immagine articolo Fucine MuteÈ stato già autore di Toilette, Il Sinfamolle, Ampio, luminoso, vicino metro e del recente Per Agnese. Ora è la volta di Tutto brilla, il cortometraggio made in FVG, che il regista ascolano Massimo Cappelli ha diretto riflettendo sullo sfondo drammatico di una storia di tossicodipendenza. La pellicola di Cappelli, ricordiamo, è scaturita da un percorso didattico inaugurato un anno fa al Punto Giovani di Gorizia e rivolto a tutti gli studenti, dai quattordici ai venti anni, frequentanti le scuole superiori della provincia. A loro è stata offerta la possibilità di realizzare un corto che, prodotto dall’Associazione Itinerari Arti Visive in collaborazione con Nuvola Film Srl, ha ottenuto il contributo della Regione-Assessorato alle politiche giovanili, della Provincia di Gorizia, del Comune di Monfalcone, di Galaxia Digital Video, e di Transmedia S.p.A. Tutti questi fondi hanno reso possibile che il progetto approdasse nelle mani di validi esperti — in primis Cappelli —, che le riprese fossero effettuate a Roma (presso il quartiere di Casalpalocco) e che quei giovani da cui tutto era partito, divenissero parte attiva nella realizzazione filmica. Del soggetto si è invece occupata una professionista giovane ma già affermata nella cinematografia nazionale: Federica Pontremoli, la regista di Quore e l’autrice del nuovo film di Nanni Moretti. A lei si sono aggiunti Maurizio Argentieri, il fonico del celebre film di Mel Gibson, The Passion of the Christ, Raoul Gelsini Torresi per la fotografia, Valentina Taviani per i costumi e un cast di attori di assoluto rilievo: Paola Tiziana Cruciani (Caterina va in città di Paolo Virzì), Carla Signoris (Quore di Federica Pontremoli) e, direttamente dalla fortunata serie Rai di Un medico in famiglia, Lunetta Savino, Edoardo Leo e Sabrina Paravicini. In ultimo — certamente non per importanza, bensì per la recentissima adesione — Pasquale Panella, l’autore delle ultime quaranta canzoni di Lucio Battisti e del Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante, che ha deciso di offrire un inedito contributo lirico al corto.

Il regista Massimo Cappelli ha svelato per Fucine il dietro le quinte di Tutto brilla, anticipando il nuovo lungometraggio in cantiere:

Tiziana Carpinelli (TC): Dopo Per Agnese, la pellicola girata la scorsa primavera a Trieste con Richy Tognazzi e Ariella Reggio, un nuovo cortometraggio realizzato nella nostra Regione: Tutto brilla. Com’è stata la tua esperienza qui e che risorse credi abbia il Friuli Venezia Giulia?

Massimo Cappelli (MC): Mi pare che dal punto di vista cinematografico, questa Regione si stia dando parecchio da fare, e in particolare la città di Trieste, che è stata sede di numerosi set, almeno negli ultimi tempi. Per ciò, credo di non trovarmi più di fronte ad una terra “vergine”: le produzioni sono sempre più numerose e molti validi artisti si trovano a transitare in queste zone. C’è da sottolineare una cosa, però: rispetto ad una grande città come Roma o Milano, dove è routine vedere le troupe cinematografiche che girano, qui sicuramente c’è un approccio diverso. Si respira emozione e la si sente parlando con le persone che si fermano sul set,  magari solo per scambiare qualche banalità  o per osservare lo sviluppo delle riprese. C’è la sensazione tangibile di fare una cosa “straordinaria” e il tutto risulta filtrato da un’elettricità che coinvolge pure noi, contagiandoci nello svolgimento del nostro lavoro.

Immagine articolo Fucine MuteTC: Di droga si parla ad intermittenza, spesso sull’onda di qualche pubblicità progresso, e talvolta in maniera non troppo efficace, spingendo i giovani a sottovalutare il messaggio trasmesso. Tu invece affronti il problema della tossicodipendenza adottando una comicità paradossale: cosa t’ha spinto su questo terreno?

MC: Prima di tutto, mi ha mosso la mia naturale predisposizione a tentare di vedere il lato comico delle cose o comunque a sdrammatizzarle per cercare di riportarle su un piano più affrontabile: questo è anche il mio personale modo di risolvere i problemi. Infatti, se tiri giù dal piedistallo gli eventi drammatici, li puoi fronteggiare in maniera più lucida e consapevole.
In secondo luogo, ho fatto questo tipo di scelta perché si trattava di un’esperienza partita e dedicata ai giovani. M’è parso che fosse più efficace parlare di droga in una maniera “diversa”, per evitare l’errore di salire in cattedra e dire: “Questo è giusto e questo è sbagliato”, provando invece a imprimere al progetto una propria idea originale e meno battuta da altri autori. Se vuoi dare un messaggio, non lo devi circoscrivere al solo momento della visione: devi fare in modo che gli spettatori se lo portino dietro, a casa, a scuola, con gli amici, in famiglia. Solo così il tema può essere razionalizzato, discusso e “digerito”. Secondo quest’ottica la commedia diventa allora uno strumento di riflessione indispensabile per affrontare qualsiasi  tipo di problema e, in particolare, questo che si radica su un terreno così infido e scivoloso qual è appunto quello del rapporto tra i ragazzi e la tossicodipendenza.

TC: La sceneggiatura è stata, in questo senso, cruciale: su casa avete lavorato tu e Federica Pontremoli?

MC: Abbiamo voluto ribaltare il problema, cioè non considerare il classico caso di genitori alle prese con i figli che si drogano, bensì provare a vedere cosa accade quando sono gli adulti ad avere un approccio, per quanto drammaticamente comico, con la droga. Questo ribaltamento dei punti di vista, secondo me, offre lo spunto per affrontare in un’ottica inedita situazioni un po’ logore, un po’abusate, qual è, ahimè, anche quella della tossicodipendenza. Questa è stata, all’inizio, una difficoltà: cercare l’approccio giusto o corretto alla tematica. In questo mi è stata molto d’aiuto Federica che, oltre ad essere una bravissima sceneggiatrice, è anche una mia vecchia amica; lei ha la sorprendente e non comune capacità di riuscire a ribaltare situazioni consuete trovando sempre nuovi escamotage e originali angolature.

TC: E una novità c’è stata anche in ambito prettamente tecnico: so che avete utilizzato una macchina assolutamente inedita in Italia, la stessa del film Collateral di Michael Mann…

MC: Sì. Questo è il mio quinto cortometraggio: ne ho girati due in pellicola e due in alta definizione; quindi avevo già sperimentato una Vyper Thompson — il top della macchine in alta definizione -, però nel modello antecedente. La macchina utilizzata in Tutto brilla è incredibilmente potente, soprattutto nella resa della definizione, che non ha davvero nulla da invidiare al 35 mm. Il vantaggio che ne consegue è che al regista sono date molte più possibilità inventive, specie nella fase di post-produzione. Può, così, diventare più facile lavorare sul filmato e non soltanto da un punto cromatico, per creare (entro certi limiti) una luce diversa rispetto a quella con la quale hai girato la prima volta, ma anche dal punto di vista della manipolazione creativa, ad esempio togliendo un attore da una certa inquadratura oppure rimettendocelo.

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È chiaro che non bisogna abusarne, però, a conti fatti, se ti accorgi dopo aver concluso le riprese di un’idea realizzabile attraverso il digitale, ora puoi attuarla, mentre prima ciò ti era precluso. Dovevi girare tutto da capo oppure accontentarti dei giochi fatti. Girare in alta definizione e in digitale ti dà, in genere, quest’enorme facoltà: di mettere mano creativamente al lavoro. E poi, considera che quando sei dietro la macchina da presa hai mille pressioni, quindi può capitare, a volte, che ti sfugga la possibilità di aggiungere qualcosa o che non hai la lucidità necessaria per stabilire quale sia in quel momento la battuta migliore. Invece, nel chiuso della tua stanza, al montaggio o nella fase successiva di correzione del colore, queste idee ti vengono: prima ti erano precluse (ti mordevi le mani e basta), adesso ci puoi tornare sopra e cercare di realizzare.

TC: A che punto è la produzione del corto?

MC: Chiudiamo il montaggio domani, poi ci sarà la fase di color correction, il montaggio del suono, il missaggio e, tra un mesetto circa, Tutto brilla sarà pronto per la distribuzione. Ci sarà una prima a Gorizia e poi una a Roma, quindi si avvierà il normale giro di festival e rassegne cinematografiche. Naturalmente spero entri anche nel circolo televisivo, così potrà raggiungere un più grande numero di spettatori.

TC: È stato reso noto che il grande autore Pasquale Panella ha aderito al progetto di Tutto Brilla: com’è nato il sodalizio e che contributo ha dato?

MC: La sua partecipazione si deve alle sorelle Perrucci, che sono un po’ l’anima pensante del lavoro, nel senso che il progetto è scaturito da una loro idea: gli hanno fatto leggere la sceneggiatura e lui ne è rimasto talmente colpito, che ha composto una lirica ad hoc. Lui è riuscito ha fotografare alla perfezione e con parole ricche di significato quello che volevamo dire nella scrittura del cortometraggio.

TC: In primavera cominceranno le riprese de Il giorno + bello (20 buone ragioni per non sposarsi), il tuo primo lungometraggio: cosa ci puoi raccontare di questo progetto e cosa rappresenta spiccare questo salto?

MC: Passare dal corto al lungo è un po’ il sogno di tutti, anche se poi molti cortisti si trincerano dietro il pensiero élitario: “No, io preferisco fare cortometraggi”. In realtà, tutti vogliono fare i lunghi, anche perché chi fa questo mestiere non lo fa per se stesso, ma per condividere con gli altri la propria sensibilità o il proprio valore. E in ciò, i lungometraggi hanno un bacino di spettatori enormemente più vasto rispetto a quello dei corti. Quindi, direi che sono due forme d’arte abbastanza diverse: certo, l’una non esclude l’altra e senz’altro chi fa il corto aspira a cimentarsi anche con qualcosa d’altro. Il problema è che in Italia gli esordi sono diventati, data la drammatica situazione del cinema nazionale, sempre più problematici: il tuo film lo puoi anche fare ma o non lo vede nessuno o non arrivi al secondo.  Io ho cercato di muovermi con molta attenzione, nonostante le offerte, già a partire dai primi corti che avevo fatto, fossero arrivate in una certa quantità; però non avevo mai trovato qualcosa che mi convincesse pienamente sia dal punto di vista della storia che della produzione. Così ho preferito portare avanti una mia idea, che è appunto quella de Il Giorno + bello, con una produzione che mi ha accompagnato in tutti quanti i cortometraggi fatti, la Nuvola film, una società piccola ma molto determinata a tirare fuori il meglio dal budget a disposizione. Quindi ci dovrebbero essere le premesse migliori per fare un buon lavoro: a questo punto le scusanti non ci sono più, almeno dal mio punto di vista.
La storia  è quella di un matrimonio, quindi ci troviamo di fronte ad un altro tra i temi più sfruttati in assoluto a livello cinematografico. Anche in questo caso ho utilizzato l’ottica dei ribaltamenti cui ti accennavo prima, per trarne qualcosa di nuovo. Il protagonista è un uomo molto sicuro di sé, determinato e convinto di essere padrone della propria vita, almeno finché non riceve dalla sua fidanzata la proposta di sposarsi. Lì per lì rimane scioccato perché non aveva mai previsto una cosa del genere, poi però la prende come una sfida: per lui diventa la possibilità di sposarsi in maniera diversa da come fanno gli altri. Suo malgrado, si troverà risucchiato nel vortice del matrimonio, con tutto ciò che comporta la giornata delle nozze: entrano in gioco una serie di processi sociali talmente forti che lo stritolano, letteralmente risucchiandolo in un meccanismo che è molto più grande di lui. L’idea è nata — forse sarà capitato anche a te — proprio partecipando ad uno degli innumerevoli matrimoni di amici o conoscenti, cui m’è capitato di assistere: vedi le solite bomboniere, i canti, i cori, il karaoke e dentro di te dici ogni volta “Ma come si fa a imbastire una cosa del genere? Io non lo farò mai!”. E invece, poi, ti rendi conto che se fai il primo passo sei già spacciato: tutto parte!

Immagine articolo Fucine Mute

TC. La protagonista — è stato reso noto — sarà Anita Caprioli, l’attrice di Vajont, Denti e Cime tempestose, che Fucine ha già incontrato la scorsa estate…

MC: Sì, lei sarà proprio la fidanzata, o meglio, la promessa sposa. C’eravamo conosciuti anni fa, abbiamo collaborato ad un film insieme e ci siamo trovati reciprocamente simpatici, con la promessa di lavorare nuovamente insieme.

TC: Lei è particolarmente nota per i ruoli drammatici… Come mai l’hai scelta?

MC: Sì, è vero, però ha fatto anche Santa Maradona e si presta a situazioni più leggere e meno tragiche. L’ho scelta proprio per questo motivo: preferivo far riferimento ad attori meno visti nei ruoli comici, per provare a giocare sul fatto che la storia può risultare più credibile se ad essere investiti da questi eventi molto comici (ma contemporaneamente drammatici), sono due attori che normalmente vediamo in parti drammatiche. Ciò poteva dare, dal punto di vista umano, un valore aggiunto al progetto, e per me questo è un aspetto fondamentale.

TC: Tornerai a girare qui?

MC: A Trieste mi trovo molto bene, perché è una città che mi piace davvero, al punto che sarebbe una mio grande desiderio girarvi anche Il giorno + bello. Trieste è all’apparenza una città molto severa, seria, e invece io la vedo con un’immagine più sbarazzina e adatta ad una commedia. Recentemente però tende ad emergere soltanto il primo aspetto: qui si sono girati solitamente film molto duri o fiction drammatiche. Io vorrei provare a farci una commedia e Il giorno + bello sarebbe perfetto, in questo senso. Quindi sì, mi auguro di tornarci presto per girare!

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