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Arte

Il Bello e le bestie

G. Grosz. Il fantasma della sfinge,  collagesSe il nodo di incontro-scontro tra l’essere umano e l’essere animale non viene facilmente sciolto da una precisa soluzione filosofica, ma resta un magma confuso in vivo conflitto in cui uno dei due estremi può avere terribilmente il sopravvento, almeno il Corpo nella sua schiettezza ha superato la lotta abbracciando equamente entrambi gli organismi nell’esatto innesto corporeo tra uomo e animale, rendendolo una metà di entrambi.
Mezzo uomo e mezzo cavallo, viso di donna e corpo di uccello rapace, busti umani di celebrata bellezza sopra l’argento fresco di esseri marini, seni preziosi portati da implacabili leonesse dal volto di matrona; in altre parole, centauri, arpie, sirene e sfingi dell’eredità classica che attraverso la potenza della mitologia hanno saputo far riflettere sull’antica e attuale incomprensione dell’ origine dell’uomo e della sua natura e ruolo.
Esistenze ibride, pervase di manchevolezze rispetto all’umana natura, ma al tempo stesso di una maggiore completezza, dotate di poteri bizzarri, spesso saggi, spesso invidiati per la libertà di natura che l’essere metamorfico ha il diritto di mantenere.
Mezzo è il corpo ma mezza è anche la verità che viene enunciata, lasciando non del tutto risolto quell’enigma sulle “zampe dell’uomo” che, proprio la Sfinge di Tebe imponeva.

Lungi da risolvere il mistero è fantasiosa mostra Il Bello e le Bestie, sapientemente curata da Lea Vergine e Giorgio Verzotti, fino all’8 maggio, (affrettatevi!), al Mart di Rovereto, che si propone come un’esperienza emotiva ottimamente intensa e coinvolgente, capace di porre dei quesiti non solo estetici ma stupendamente filosofici, su un dilemma talmente intrinseco all’animo umano da essere in qualche modo oscurato dalla coscienza: “L’animale è buono da mangiare ma è buono anche da pensare” dice l’antropologo Lévi-Strauss citato in catalogo.
Non per voler anticipare la fine di un film, ma all’uscita del museo mi sono ritrovato in uno stato d’animo inquieto ma fecondo di considerazioni, meditativo e silenzioso ma pronto a rimettere in discussione il corpo e la mente miei e dei passanti che intravedevo da sotto il cappello particolarmente calcato sulla fronte.
Attenzione, si vedono peli, unghie e denti aguzzi, quelli animali sono uguali ai nostri, analizzati, ingranditi, ironizzati, lanciati dalle immagini video dal sonoro gridato, e applicati alla nostra immagine e somiglianza in un arco di opere che tocca senza frattura alcuna esempi del XV secolo, fusi insieme ai contemporanei tra i più eclettici.
Viene stimolata una curiosità saporosa verso un eccitante senso dell’orrifico, con richiami ad una pànica ebbrezza, gioiosa e musicale, con qualche sciabolata, o “morso”, ai soliti tabù.

Segnalo che se a volte si assiste a sovrapposizioni forzate tra arte antica e contemporanea consone a dei “separati in casa”, qui la fusione si fa ottima non solo per la legittimazione data dal comune tema iconografico ma soprattutto per una calibrata scelta di opere del passato, relativamente poche e distribuite come guizzanti colpi di pennello, qua e là, stupendo per l’inaspettata convivenza tra una anfora attica del VI sec. a.C. e Mimmo Paladino, tra Jacob Jordaens e Matthew Barney.
La consuetudine alla nozione di progresso, sulla falsariga dello sviluppo esclusivamente umano, accentua e inasprisce il dissidio uomo-animale, rendendo la ferita più visibile, sanguinante.

Max Klinger, Centauro inseguito, 1881, acquaforte

La mitologia allora si rigenera come il patrimonio più ricco di considerazioni e spunti figurativi, confinando alla fiaba folclorico-religiosa la convalida di un conflitto che oggi si svolge invece nella civilizzazione fortemente laica, in cui spetta alla scienza, oltrepassata ormai la conferma della nostra discendenza animale, di intromettere nella poco fiabesca manipolazione genetica i caratteri delle due nature prima esclusivo terreno del mito.
All’esterno dei laboratori, la letteratura, la pittura e scultura hanno ritratto nei secoli, con gusto e impegno, questo reame parallelo, (non l’architettura, scienza che da sempre si è voluta distaccare dall’egemonia della natura per essere propriamente e solo a “misura d’uomo”).
L’intenso viaggio esplorativo è condotto attraverso il confronto artistico ed emotivo con i due possibili poli, in realtà sinonimici, dell’Alterità, cioè divergenza tra i due “essere” e della Prossimità, come comunanza, comprendendo per ogni sala l’approfondimento di temi quali La violenza, La sessualità, La mutazione, la critica sociale.
È escluso ogni rapporto benevolo con la Natura nella pacatezza del suo manifestarsi minerale o vegetale, Natura che diventa necessariamente l’habitat, il proscenio, in cui si svolge lo scontro; al pari però di un altro terreno di combattimento forse più complicato dell’ ambiente naturale, che è quell’”ES” che Freud ha voluto popolare di una seconda genesi zoo-antropomorfa.
L’uomo, forte delle menzogne a se stesso, non dimenticherà mai di essere un animale, ed il suo raziocinante distanziarsi si rivela traballante e lacunoso ogni qual volta la quotidianità gli rinfaccia una fisiologia beffardamente immune da qualsiasi concetto di civiltà perfettibile.
È esattamente nelle necessità del corpo, tra cui la sessualità è quella più fitta di implicazioni psicologiche latenti, che l’istintività irrimediabilmente affiora allo stesso modo con cui affiora l’ES per la psicanalisi; nella concezione freudiana la sessualità tratteggia il legame principale con il nostro trascorso di animali, allo stesso modo l’organismo dell’esposizione mi è parso sprigionasse come un costante eco alla carnalità.

I grandi simbolisti A. Bocklin e F. Von Stuck ci accolgono condividendo il tema della Lotta dei centauri, creature speciali dotate di razionalità e di una “pietàs” tipicamente umana, fino a diventare in Chirone, il precettore di eroe come Achille.
La lotta tra due satiri rosa in un impersonale interno azzurro chiaro, è la proposta moderna dello stesso tema nelle fotografie in sequenza filmica di Matthew Barney.
Luigi Ontani, dopo aver mostrato un bizzarro centauro-napoleone-transessuale, pastiche barocco, di pop art e improbabile neoclassico, riprende il quadro del maestro tedesco. Fauno che porta una sirena nell’acqua, in una fotografia ritoccata parte del Trittico da Von Stuck, 1943, dove un giovane fauno con piccoli corni rossi da diavolo, porta sulle spalle un adolescente di colore con ali d’ angelo dal morbido piumaggio; gli sguardi incantati in direzione opposta indicano la divergenza tra demonio e angelo, pur nella possibile complementarietà di essere comunque “altro” dall’uomo.
Dei cavalieri nudi ma col caschetto da fantino, inseguono armati di lance un terrorizzato centauro in fuga nell’acquaforte a dir poco stupenda di Max Klinger, Centauro inseguito, 1881: chi è l’animale feroce tra questi due soggetti?
Indugio ancora un attimo su Von Stuck per una tela del 1909, Scherzo, titolo sardonico per mascherare il classico stupro di un satiro ai danni di una ninfa assolutamente divertita dalla sua irruenza e mal difesa, se non aiutata, nel coito da una compagna.
Derisione sagace nell’ottima pittura di Jacek Malczewski, La nota nascosta, dove il vecchio compositore, terminate ormai tutte le idee del decadente intelletto occidentale, viene aiutato dalla nota pura e semplice di un satiro cretivo, per ritrovare nell’essenzialità incorrotta, quel bel suono “naturale” dimenticato o forse mai considerato: qui è Marsia che vince!
Una Sfinge di Gustav Moureau resta impressa per una resa piacevolmente materica, a supplenza della consueta ampollosità, in cui la figura del muliebre mostro al centro è poco più di un’ombra.
Frutto dell’impietoso Dada germanico è il più che grottesco collages di G. Grosz, Fantasma della Sfinge, un incubo sbilenco composto vivisezionando il muso della sfinge di Giza, più strabici occhi azzurri, pare umani, sotto i quali un nodoso addome di arterie dal baricentro di bistecca, agita ai lati delle suine zampe di gallina con qualche dito umano.
Il gallinaceo di un macello alieno cammina sul crinale di un metafisico paesaggio lunare su sfondo nero, (sconveniente incrociarlo per strada).
Raffinato Vettor Pisani nel saper unire la citazione, al contemporaneo concettualismo del monocromo, sposando in Edipo e la Sfinge, 1980-81, la famosa allegoria di Fernand Khnopff, al margine di un grande rettangolo di un blu totale, cioè quel blu che riesce ad essere profondo e aereo al tempo stesso.

Vettor Pisani, Edipo e la sfinge, 1980-81

Immaginando di seguire di più l’improvvisa voce di un canto che la sequenzialità del percorso, arrivo alla sala delle Sirene, in cui la tecnica e la fantasia tipicamente nordica di un “capriccio” a bulino del maestro Durer resta una lezione inossidabile pur di fianco all’acciaio del simpatico “soprammobile disneyano” di Jeff Koons, Sirena-Gnomo, 1955.
Pensando che pietrificante sia il fascino e non la sua ferocia, resto per un attimo immobile dinanzi a Testa di Medusa, di Lucio Fontana, grande mosaico tra la gorgone e viso del sole, in oro, bianco, nero e verde; Vettor Pisani vuole citare l’antica Medusa-Rondanini con una recente installazione di “arte povera”, composta di bolle da muratore su un attaccapanni in ottone.
Sicuramente singolare l’opera di Gianfranco Barucchello, Così Parlò, 2000, specie di mappa cosmografica o di albero genealogico, testimonianze calligrafiche del trapasso della materia cellulare tra gli stadi liquidi, vegetali, minerali, le muffe, i funghi, l’animale e l’uomo e l’insieme di tutti questi aspetti come presenza interagente nel cosmo, immersi nello stesso liquido amniotico di un neutro sfondo grigio.

La fotografia, presente con Hiromitaki e Daniel Lee, gioca tramite le moderne tecnologie digitali a far combaciare con naturalezza un viso animale, spesso felino, con il corpo umano, ricreando un essere destabilizzante ma verosimilmente attraente nei tratti somatici, attraente come Io + Gatto, stampa fotografica del 1932, autoritratto in primo piano di Wanda Wulz, seducente combinazione quasi simmetrica tra la finezza del gatto e una bella donna.
Giuseppe Arcimboldi, con L’Uccellatore, resta esempio insuperato della commistione corporea tra i generi, tanto che nonostante i secoli, il suo lavoro si propone qui come una lezione capace di essere attuale senza sforzo, ricollegandosi al barocchismo giocoso di Vettor Pisani.
Attraversata la sala dedicata al Sogno con Hannah Hoch e gli imprescindibili Max Ernst e un Magritte, Le meraviglie della natura, particolarmente inquietante, si giunge a ciò che è stato concepito come il nucleo sostanziale della mostra: tre quadri del genio Francis Bacon, tra cui, degno di un moderno pellegrinaggio, è il superlativo Scimpanzé, 1955, primordiale grido munchiano dell’animale più simile all’uomo e perciò della sua stessa ferocia implacabile, posto su un trespolo da volatile, nel tipico interno di Bacon, perfettamente astratto nella forma, perfettamente metafisico nell’abbandono.
Juul Kraijer crea con l’evanescenza del carboncino un’apparizione sulla carta, il fantasma delicato di una dama “antica”, trattenuta alle spalle da un essere invisibile di cui si vedono le sole mani, come a fermarla sull’orlo di un baratro; lo stupore è constatare che l’elegante vestito rinascimentale è composto da una miriade di stormi di uccelli raffinatamente condotti “sur le motif”.
Di un certo valore catartico è Azione Morte Controllo, 1974-1975, video della performance oppressiva di Gina Pane, inquadrata in primo piano sotto il sole con il viso ricoperto di vermi e larve, prefigurazione del destino decompositivo del corpo umano, che da essere animale, tramite l’animale, tornerà alla terra.
Lo sciamano Joseph Beyus fa da contatto tra la natura e il genere umano tramite l’iperbole della performance artistica, che lo vede convivere per più giorni chiuso in una sala della newyorkese “René Block Gallery”, in compagnia di un coyote selvatico.
Unica emblematica concessione alla civiltà è la quotidiana consegna all’artista del “Wall Street Journal”: I like America and America likes Me, 1974, quando l’America può essere la patria incontaminata del coyote o il fulcro ben più compromesso della moderna economia di mercato.
Maurizio Cattelan è sempre ben stretto a quella che è una delle colonne portanti dell’arte contemporanea, cioè l’Ironia, (meglio se amara), proponendo un environment in miniatura, in cui uno scoiattolo tassidermizzato riverso sul tavolo si è appena suicidato con un colpo alla tempia sparato dalla piccola pistola caduta sul pavimento.
Oltre all’antropomorfismo nell’attribuire all’animale angosce, tristezze, problemi e soprattutto soluzioni di problemi come il suicidio, esclusivamente umani, che quasi fa empatizzare una certa pietà comprensiva per lo scoiattolo indifeso, evidentemente affranto e stressato dalla vita contemporanea lontana dai boschi, lui, con le sue piccole dita in grado di premere un grilletto, mi ha attirato l’ “arredamento” della piccola stanza, una cucina o un garage, dello stesso realistico squallore degli interni di Bacon, proprio squallidi perché maledettamente reali, perfetti per un suicidio.
Un lavello con qualche piatto sporco dentro, non più di quelli necessari ad una vita solitaria, la parete spoglia “decorata” da una caldaia probabilmente sempre fredda, un ultimo bicchiere di qualcosa sul tavolo di plastica giallo limone e niente altro se non la voglia di morire.

Francis Bacon, Scimpanzè, 1955Il complesso dell’esposizione non si presenta come giustapposizione di cose dal sapore di wunderkammer, con oggetti meravigliosi sospettosamente mistificati, con feticci artificiosi da collezionare e mostrare, anzi, al contrario da “nascondere” nello stesso nascondiglio in cui segreghiamo la nostra natura animale pur tenendo le chiavi pronte in tasca; tra queste, le chiavi della letteratura e dell’arte, sono riuscite a concretizzare figurativamente questo conflitto, rendendolo perciò culturalmente appetibile di convivenza con la natura dell’uomo, attraverso la genesi di un pantheon zoo-antropomorfo serissimo e divertente insieme.
In realtà, d’accordo con la massima di Nietzsche, “l’uomo è la migliore belva”, (migliore come la più positiva o la più feroce?), l’accento della mostra può essere posto sulla peculiare “bestialità dell’uomo”, quello che mentre era allo “stato di natura” doveva difendersi dall’animale, ora che è allo “stato di cultura” sente come dovere morale di difendere l’animale da se stesso.

Il Bello e le bestie.
Metamorfosi, artifici e ibridi, dal mito all’immaginario scientifico.


Umano, animale, ibrido. La mostra del Mart nel 2005 affronta un tema inquietante, eppure familiare: il rapporto tra la nostra umanità e l’istinto animale. L’abbiamo perduto, o basta guardarsi dentro per ritrovarlo?


Al Mart di Rovereto fino al 08/05/2005.
Info: http://www.ilbelloelebestie.it 

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