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Scrittura

Claudio Pozzani

Per una dimensione anche orale della poesia

Immagine articolo Fucine MuteAlcuni anni fa è nata in Francia la manifestazione “Printemps des poètes”, coordinata dall’omonima associazione sotto la direzione artistica del poeta Jean-Pierre Siméon. Per un’intera settimana nel mese di marzo piccole e grandi istituzioni culturali organizzano in tutta la Francia letture, spettacoli e dibattiti ad argomento poetico. Durante una di queste serate, il 12 marzo scorso, alla Biblioteca Nazionale di Francia, c’era anche un poeta italiano, Claudio Pozzani. La particolarità di questo incontro italiano in terra francese non poteva lasciarci indifferenti. Con il poeta e musicista genovese abbiamo parlato della sua esperienza letteraria, ma dato il contesto del reading, della sua dimensione allo stesso tempo orale e spettacolare, non si poteva non porsi anche delle domande sullo statuto della poesia più in generale. A quanti continuano a ripetere che la poesia è morta e non vende, Claudio Pozzani risponde che stando così le cose per continuare a far conoscere i propri versi bisogna cercare altre vie e far uscire la poesia dal supporto-libro. Certo ci sono dei rischi e delle questioni su cui riflettere: quella della contaminazione del testo poetico con mezzi espressivi diversi, si pone forse di conseguenza la questione di un cambiamento della natura stessa del fatto poetico o forse ancora il pericolo di una riduzione della poesia a semplice parentesi di svago e divertimento che il pubblico dimenticherà subito dopo… forse… ma non si può secondo Pozzani rifiutare snobisticamente la sfida.

Ambra Zorat (AZ): È appena uscita qui a Parigi la seconda edizione della tua raccolta Saudade & Spleen un libro bilingue italiano/francese pubblicato per le edizioni Lanore. Per entrare subito nel vivo della questione e cercare di fare una prima incursione nella tua poesia, perché questo titolo Saudade & Spleen?

Claudio Pozzani (CP): È un titolo che deriva da una mia poesia, Genova, Saudade & Spleen. Ho usato questo titolo perché Genova come città ha una caratteristica: quando si è lontani si ha la “saudade”, in portoghese la nostalgia, non si vede l’ora di tornare, quando invece ci si è dentro si ha questa noia esistenziale e non si vede l’ora di partire. Il pendolo tra questi due stati d’animo cigola e questo cigolio è il mugugno, il mugugno genovese.

AZ: Abbiamo parlato di Genova, quali rapporti senti di avere con la tradizione poetica ligure? E penso a Sbarbaro e a Montale, per citare solo due nomi illustri.

CP: Montale… è essenzialmente un fatto ambientale. In Sbarbaro e Montale è molto frequente il ricorso ai paesaggi tipici della riviera e di Genova in particolare. Forse nella mia poesia non si vede tanto ma è un sottofondo, si sente il rumore del mare, questo tipo di ritmo, di atmosfera che si respira a Genova e che non ho mai trovato in nessun altra città del mondo.

Immagine articolo Fucine MuteAZ: La poesia Non so se il mare che apre la raccolta Saudade & Spleen rievoca il paesaggio ligure al quale si accennava. Potresti parlarci di questa poesia?

CP: Sì, questa poesia l’ho scritta tra l’altro a Parigi. Mi piaceva l’idea di una persona che è in riva al mare sotto il sole e con gli occhi chiusi pensa ad un altro mare accompagnato dal rumore delle onde che fa un po’ da metronomo a tutta la sua vita. Sia i granchi che la spiaggia e in generale il paesaggio marino sono tutte metafore di elementi che si trovano nella vita di ognuno di noi.

AZ: Mi viene in mente un poemetto di Amelia Rosselli La libellula (1958). In un passaggio di questo testo, poi ripreso e chiarito anche in un’intervista successiva, la Rosselli riferendosi alla poesia di Montale ironizza sull’uso dell’immagine del mare che è stata utilizzata talmente tanto da risultare ormai banale e stereotipata. Cosa rispondi a questa riflessione?

CP: Per divertirmi in un articolo ho fatto un elenco di tutte le frasi che non si dovrebbero utilizzare in poesia come il sorriso di un bambino, lo sciabordio delle onde, i gabbiani al tramonto….Però è altrettanto vero che la musica è formata da sette note e quindi da questo punto di vista anche in musica non si potrebbe far più niente perché è stato tutto scritto. Probabilmente è così, però se si riesce a trovare il metodo per parlare di una cosa di cui tutti parlano in una maniera originale e diversa… ecco è importante dare una chiave di lettura in più a una cosa che è sotto gli occhi di tutti.
Bisogna rifuggire dalla banalità e per far questo bisogna leggere molta poesia. Il difetto di molti poeti o comunque di gente che scrive versi anche a livello dilettantesco è che non leggono poesia, tutti scrivono poesia ma non ne leggono, è molto stupido.

AZ: Nel componimento che abbiamo citato Non so se il mare, ma anche in altre poesie di Saudade & Spleen fai spesso uso del ritornello. È un segno dell’avvicinamento della poesia alla canzone? Oltre che poeta sei anche musicista, qual è il rapporto tra poesia e musica?

CP: Il modo in cui si scrive un testo per la musica è profondamente diverso dal modo in cui si scrive un testo poetico perché nel testo per la musica si ha già una gabbia imposta dalla musica e dagli strumenti. Parlando proprio prima che morisse con Fabrizio De André, gli avevo chiesto cosa pensava del fatto che avessero messo un suo testo La guerra di Piero in un’antologia scolastica. Gli ho chiesto se secondo lui era una poesia, “No, è stata una cazzata” mi rispose lui “io l’ho scritta così perché c’era la musica, se avessi dovuto scrivere una poesia l’avrei scritta diversamente”. È questo un po’ per dare una risposta a tutti quelli che dicono che i cantautori sono i nuovi poeti, secondo me c’è una differenza. Un testo di una canzone può essere bello, può funzionare da solo, però non è stato creato per funzionare da solo. Probabilmente anche gli stessi autori di quel testo, penso a Battiato, a Paolo Conte, allo stesso De André… l’avrebbero scritto diversamente se non ci fosse stata la musica.

AZ: Quando leggi le tue poesie in pubblico cerchi di mettere in scena il testo poetico. È qualcosa che serve per avvicinare la poesia al pubblico?

CP: È qualcosa che serve per avvicinare me alla poesia. Quando scrivo una poesia non penso mai a come poi la metto in scena. La prima volta che la leggo in pubblico viene automaticamente… diciamo che è una seconda creazione, la prima scrittura avviene quando scrivo la poesia, la seconda quando la metto in scena.

AZ: Così come dicevi che il testo creato per la musica è diverso da quello che nasce per la pagina scritta, allo stesso modo il testo creato per essere messo in scena è diverso da quello che nasce come testo scritto. Puoi precisare meglio il rapporto che c’è nel tuo caso tra la poesia, la musica e la presentazione scenica. Ci sono comunque delle influenze reciproche? C’è un rischio di perdita di poeticità nella contaminazione?

CP: È vero e non è vero. In alcuni testi è anche la presenza di refrain e ritornelli che porta ad avere una più facile resa sul palco e ad avvicinare la poesia alla forma canzone. È vero che ho utilizzato alcuni di questi testi come canzoni con il mio gruppo Eczema che fa musica sperimentale. Ma non ho mai usato un testo di canzone come poesia, ho fatto l’inverso, ho utilizzato una poesia come testo per una canzone. Sarebbe falso da parte mia se alla fine della scrittura di una poesia non pensassi anche a immaginare una sua estrinsecazione sul palco, però non scrivo i versi di una poesia pensando alla loro resa scenica. Trovo comunque che le poesie soprattutto se sono fatte anche per essere recitate dal vivo, penso che abbiano bisogno di frasi di immagini che rimangano molto impresse.

Immagine articolo Fucine Mute

AZ: Oltre che poeta, sei anche un organizzatore culturale molto attivo e un grande viaggiatore. Hai partecipato a manifestazioni poetiche in giro per l’Europa e oltre. Da Helsinki a Montreal passando per la piccola Slovenia ed il Portogallo. Hai notato delle differenze nel rapporto tra poesia e pubblico nei diversi paesi che hai attraversato?

CP: Dunque… grandi differenze si vedono in Sud America, sono stato ad esempio invitato al festival di Medellìn in Colombia che è il più grande nel mondo non come qualità di poeti invitati ma per il pubblico. Mi ricordo una serata, eravamo dieci poeti un po’ da tutto il mondo e c’erano 7.500 persone sotto la pioggia e stavano lì e non si sentiva volare una mosca. Penso che il rapporto paradossalmente sia più forte nei paesi dove c’è un problema di libertà di parola e di espressione è lì che la poesia e i poeti hanno un ruolo fondamentale. Nell’Occidente questo ruolo dei poeti ormai è nullo, perché gli stessi poeti non scrivono e non vivono da poeti. La maggior parte sono professori universitari, avvocati e vivono la poesia come un hobby, in modo un po’ borghese. Gli intellettuali non prendono mai posizioni per paura di perdere il posto all’università o sul giornale… altrove i poeti sono impiccati o mandati in prigione. Fa ridere quando oggi si parla degli intellettuali italiani o occidentali sono un po’ imborghesiti, hanno lo snobismo di rifiutare certi mezzi di comunicazione della loro poesia, dicono spesso ad esempio “Io in televisione non ci vado”, però allo stesso tempo patiscono quando il pubblico gli volta le spalle. In altri momenti storici e oggi in altri paesi il poeta ha ancora un ruolo di porta-parola del popolo. Credo che sia molto importante sottolineare questo quando si dice che la poesia è morta, la poesia è probabilmente morta in alcuni posti, ma non in altri.

AZ: Oggi siamo qui a Parigi alla manifestazione “Printemps des poètes”. La Francia e la cultura francese come hanno influenzato la tua esperienza poetica?

CP: I miei scrittori e poeti preferiti sono francesi. Il mio poeta preferito è Baudelaire. Ero attratto da Parigi come città immaginaria, poi vent’anni fa ci sono venuto e sono rimasto innamorato di Parigi e di alcune persone che stavano qui. C’è un’atmosfera che trovo ancora tutto sommato aderente alla sua leggenda. Per quanto concerne la poesia, in Francia come in Italia e in tutto l’Occidente la gente scrive molto, ma legge poco. Qui in Francia tra l’altro c’è un’aggravante e una cosa positiva insieme, ossia c’è “le Centre Nationale du Livre” che dà finanziamenti per le riviste di poesia e per le pubblicazioni di libri. Questo ha portato una produzione maggiore di libri ma senza un aumento di vendita dei libri. Quindi c’è forse una priorità della poesia orale su quella scritta. Vedi, anche oggi ci sono molte persone che assistono a questo reading però sono convinto che neanche la metà avrà comprato un libro di poesia negli ultimi venti giorni o un mese, forse neanche negli ultimi sei mesi….

AZ: Nel 1995 hai creato il Festival Internazionale di Poesia di Genova di cui sei attualmente ancora il direttore. Puoi parlarci di questa esperienza e darci qualche anticipazione sull’edizione di quest’anno?

CP: L’ho creato nel 1995, ma facevo cose di questo tipo da tempo anche se più in piccolo. Era un periodo difficile per la poesia perché dopo i grandi festival degli anni settanta a Roma a Milano e a Venezia, c’era stato proprio un buco. I giornali non parlavano più di poesia era difficile fare dei reading e quindi è stata proprio una scommessa e piano piano, dopo lo scetticismo iniziale, la qualità dei poeti che ho portato, la lunghezza del festival che dura sempre quindici giorni consecutivi, tutto ciò ha fatto sì che il festival diventasse il più importante d’Italia. L’ultimo anno è venuto il premio Nobel Wole Soyinka, è venuto Lou Reed, faccio venire anche altri tipi di artisti ai quali però chiedo delle cose relative alla poesia, Lou Reed infatti non è venuto a fare un concerto, ma è venuto a leggere un suo libro di poesia ispirato da Edgar Allan Poe. Quest’anno faremo una giornata su Raymond Carver poeta con grandi jazzisti come Enrico Rava. Verrà anche Giuseppe Cederna che è un attore importante. E poi ci sarà Peter Hammill che era il cantante leader dei Van der Graaf Generator, uno dei più grandi gruppi di rock progressivo degli anni Settanta, anche lui verrà a dire le proprie poesie. Dedicheremo una parte importante del festival alle scuole perché penso che la poesia nelle scuole sia fatta male. L’unica cosa che insegnano è odiare la poesia.

Immagine articolo Fucine MuteAZ: Per concludere cosa suggeriresti ad un giovane poeta?

CP: Leggere tanta poesia, trovarsi una propria cifra stilistica senza avere paura di essere influenzato dai grandi, perché più influenze hai, più sei originale. Consiglio di assistere a molti reading, vedere gli altri che recitano poesie e mettersi davanti allo specchio per dire a voce alta le proprie poesie. Molto spesso soprattutto i poeti italiani non sanno recitare le proprie poesie quindi anche dei bei testi non hanno quel quid in più che il testo recitato dal vivo acquista… e sarebbe meglio che dessero il libro senza andare in scena. Tuttavia se oggi un poeta vuol far conoscere la propria poesia è importante che vada a leggerla sulla scena, altrimenti i libri pubblicati restano in un cassetto.

Due poesie da “Saudade & Spleen” di Claudio Pozzani:


Genova, Saudade & Spleen

Genova nemica degli ombrelli
la pioggia ed il vento cateti
di un improbabile scaleno
Genova pianta carnivora
con le scalinate-fauci
golose di mamme con la spesa
Genova dalle spore di mare
Abbiamo salsedine
anche nel cuore
Abbiamo salite e discese
anche nelle strade dei nostri sogni
Genova samba di onde
col mare tenuto lontano
coi gomiti di diga
o attirato da camicie rocciose
Genova coi pendoli in cucina
che battono ore
di velluto a coste larghe
Genova ronzio di mosche
che sfuggono ai pugni sulla tovaglia
ai cerchi di vino e alle briciole stanche
Genova saudade & spleen…
Guardo la torre
che nessuno visita e conosce
fra una lacrima e l’altra
della mia finestra salata.

****


tratto dalla poesia “Non so se il mare”:

Non so se il mare
fabbrichi le onde
oppure le subisca
Non so se
io sia
il pensatore
o un pensiero a caso
E in questi gironi
d’abbagliante noia estiva
c’è sempre un grido lontano
che rimbalza
di scoglio in scoglio
morendo accanto a un granchio
e le mie ventose dorsali
si staccano sempre più raramente
e lentamente
dal mio asciugamano salato.
Da questa prospettiva
ombrelloni e persone
sono lance conficcate
nelle pareti sassose intorno a me
Hanno le punte avvelenate
nei piedi
e non so ancora
chi me li abbia scagliati addosso
e perché abbia sbagliato bersaglio.
Non so se il mare
fabbrichi le onde
oppure le subisca
se sentire abbia un senso
e se cinque sensi facciano un sentimento.
Quante volte
mi hai fatto rientrare deluso
dentro il mio corpo
Rientravo pesante e goffo
come un camion con le ruote forate
e non sentivo neanche
la porta dei miei occhi
chiudersi dentro di me.
Quante volte per te
avrei danzato di gioia
insieme alle mosche
sotto il lampadario
come nelle mattine
in cui non andavo a scuola
per l’influenza…
Adesso quella danza
mi è rimasta dentro
e fa tremare tutto:
la penna, il pentolino del latte
i libri che leggevo
i libri che scrivo
A cosa vuoi che stia pensando
se non a tutte le notti
che ho perso di giorno
e a questo sole
che non sa neppure cosa sia una notte
tantomeno una di quelle
veramente buie
passate in un albergo
perso fra nebbia e neve
cercando di abituare gli occhi
a scorgere il tuo profilo
senza l’aiuto del tuo respiro
del tuo profilo
o del ticchettio del tuo orologio.

[…]

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