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Fumetto

Otto Gabos

Nuove prospettive per il fumetto italiano d’autore

Immagine articolo Fucine Mute”Mi piace raccontare delle cose che faccio. Mi piace che dietro a un’opera ci sia sempre una storia. È chiaro e perfino ovvio: amo il mio lavoro e mi ostino a ritenerlo il migliore del mondo.
Non so se sia davvero così ma molto spesso quello che faccio coincide anche con quello che sono. Una questione di amor proprio, di autoconservazione. Così mi diventa davvero difficile staccare la spina o mettere i paletti tra vita quotidiana e professione, anche perché lavoro prevalentemente a casa e quindi non ho nemmeno l’alibi di uscire con completo, cravatta e cartella. Ed è proprio questa sovrapposizione, questa unione indissolubile che caratterizza l’essere artista. Confesso di avere pudore a definirmi artista, a volte mi sembra un atto di spocchia, imporsi un tono, un atteggiamento snob che confina nel naif, però mi rendo conto che non ci sono definizioni altrettanto precise. Sono un artista che ama raccontare storie e per raccontarle uso qualsiasi mezzo espressivo: dalla parola, al disegno, la fotografia. Il medium che forse mi fa sentire più a mio agio è il fumetto e non è un caso che sono conosciuto principalmente proprio come autore di fumetti. Per continuare con la spocchia vi dico anche che faccio fumetto d’autore. O almeno questo è la dimensione in cui spesso vengo inserito. Per farla breve. Sono Otto Gabos, artista e narratore che fa fumetto d’autore. Dal 1985.”

Così si presenta nell’home page del suo sito personale Otto Gabos (alias Mario Rivelli), un autore poliedrico, che ha scelto il fumetto come medium privilegiato, ma che non disdegna i campi dell’illustrazione, della televisione e della didattica. Dopo aver esordito su Tempi Supplementari e aver collaborato con Frigidaire e Dolce Vita, fonda, in collaborazione con altri autori, la rivista Fuego, dove inizia a pubblicare una delle sue serie più importanti: Apartments. Per Granata Press c’è la collaborazione con Pino Canucci e Gloria Corica per il romanzo a fumetti Tobacco, mentre realizza vari lavori per le due edizioni di Cyborg. Per conto della Phoenix conclude Apartments e scrive il romanzo a fumetti Coldgraze e la miniserie San Pietro. Nel 1996 scrive a quattro mani una storia di Conan il barbaro e inizia a collaborare con Mondo Naif per cui realizza, tra le altre cose, I camminatori e Loving the alien e scrive la serie Ladri di Lunarie su disegni di Menotti. All’inizio del 1999 dà vita, insieme con Omar Martini, al progetto Frontiera, di cui sarà co-editor, sceneggiatore e disegnatore. Per la Lang edizioni realizza una versione a fumetti del romanzo un sac de billes di Joseph Joffo. Di recente la Black Velvet ha pubblicato in un unico volume le storie di Apartments. Attualmente, mentre continua la sua attività di illustratore, sta lavorando a due nuovi romanzi.

Valentino Sergi (VS): Penso che tu, a differenza di molti, e come tanti autori, hai un messaggio da trasmettere. Attraverso quest’intervista, partendo dall’analisi del tuo stile di disegno e di scrittura, vorrei arrivare a capire qual è la filosofia che permea i tuoi fumetti e, in particolare, Apartments; leggendolo non ho potuto fare a meno di notare alcune scelte grafiche (se non addirittura legate alla caratterizzazione dei personaggi) molto vicine a Frank Miller (Sin City, Batman) e al Kevin O’ Neil di Marshall Law. Quanto ha influito questo tipo di fumetto americano sul tuo lavoro?

Immagine articolo Fucine MuteOtto Gabos (OG): Le tue prime considerazioni mi hanno fatto riflettere parecchio. Specialmente quella riguardo al “messaggio”. Parto dalla seconda riguardo alle influenze di Kevin  O’Neil e Frank Miller: è vero mi piacciono e quando pensavo Apartments, oltre a piacermi, li sentivo molto vicini. Frank Miller forse è stato l’ultimo grande autore che ho incontrato durante il mio percorso formativo. Parlo, ovviamente, da un punto di vista professionale.
Mi spiego meglio: i soliti maestri che cito (Pratt, Magnus, Segar, Kirby, Jacovitti) li ho incontrati da piccolo o quand’ero alla ricerca di uno stile che andasse oltre la sintassi; Miller invece l’ho scoperto quando avevo le idee più chiare. Se il lungo periodo della sua gestione di Devil mi aveva colpito per montaggio e temi trattati (Devil che ha un sensei, fa arti marziali e usa la pistola…) è stato The dark knight’s return a sconvolgermi. Là c’era tutto. In parallelo a The Watchmen, il vero punto di svolta della narrativa a fumetti anni Ottanta americana. Poi è arrivato Maus di Spiegelman e tutto è cambiato di nuovo. La seconda metà degli anni Ottanta è stata per me un riavvicinamento al fumetto americano. C’era un modo nuovo di raccontare i supereroi, e poi c’erano i fratelli Hernandez. Per le storie raccontate mi piaceva di più Beto, Jaime invece mi colpiva per l’ambiente musicale, tema che mi è sempre stato caro perché sono stato immerso in atmosfere assai simili per parecchio tempo. E poi avevo scoperto due bei fumetti inglesi: Tank Girl e Marshall Law. Ho trovato subito una grande affinità con il fumetto britannico. Forse il suo spirito acuto, la morale più rarefatta, l’assenza di patriottismo o di altri valori retorici e nello stile grafico di O’Neil e Hewlett ho riconosciuto tanti riferimenti alla musica che ascoltavo. Il progetto Gorillaz era ancora molto lontano da venire.

A pensarci bene certi di questi autori erano tutti presenti nel primo progetto di Fuego, che nei nostri sogni doveva essere una rivista internazionale ad alto budget. Poi è diventata esattamente l’opposto ma non nello spirito. Fuego rimane una rivista che, almeno nel linguaggio, era in perfetta sintonia con quanto succedeva nel mondo. Quando ho iniziato a disegnare Apartments leggevo i fumetti di cui ho appena accennato. Li sentivo vicini e mi sentivo vicino. Ragionavo allo stesso modo ed era bello. Non mi succedeva già da un po’, ossia dai primi anni Ottanta quando c’era Frigidaire. Mentre scrivevo Apartments mi rendevo conto di lavorare su un progetto con cui mi sentivo perfettamente a mio agio. Le idee affioravano fluide e numerosissime, tant’è che possiedo parecchi appunti che mi permetterebbero di fare una serie lunghissima. Apartments è una stagione felice del mio percorso che, a distanza di anni, ho deciso di frequentare di nuovo in occasione della pubblicazione in volume della miniserie Phoenix, che è poi la seconda stesura del progetto.

VS: Parlaci un po’ della tua stagione di formazione su riviste come Cyborg. Come vedevi il fumetto all’epoca e come lo vedi adesso? Com’è cambiato il tuo modo di concepire il fumetto?

OG: Lo vedo più o meno allo stesso modo: narrazione. Nel frattempo sono cambiati i veicoli. Ai tempi di Cyborg c’erano ancora le riviste, adesso, se si esclude Mondo Naïf e l’esperimento di Orme, la forma veicolare più usata sta diventando il volume. Per il mio modo di lavorare il volume è il fine ultimo della storia. Le mie storie nascono per diventare libri, romanzi. Viaggiano su ampi spazi narrativi che la rivista a volte blocca in quanto frammentaria. Il problema semmai è di produzione. Il passaggio su rivista ti consente una visibilità periodica che il libro non ti consente e poi c’è anche il versante economico. Chi ti produce direttamente un libro non ti paga mai a tavola. Quindi fai una botta di conti e non ti sarà difficile capire quanto sia complicato mettersi a fare un libro.
Io sono a questo bivio. Voglio fare un libro lungo che mi prenderà parecchio tempo. ono quindi alla ricerca di una copertura economica non necessariamente legata al libro che mi consenta di lavorare e vivere. Non c’è niente di male a volere soldi per vivere e sarebbe ancora più bello ricevere soldi per quello che fai con i fumetti. È difficile visto che i lettori quasi non esistono. Quelli che comprano a migliaia i libri di Repubblica non vanno poi di certo in fumetteria a comprarsi un altro libro dello stesso autore. Il mercato del fumetto è un mondo di contraddizioni. Le convention sono sempre affollate eppure non si legge, non si compra abbastanza. Mi fermo con questo discorso altrimenti entriamo nella solita lagna e non m’interessa lagnarmi. Riguardo ai tempi di Cyborg mi sento più forte nell’affrontare certi temi. Ho fatto un passo in avanti con l’esperienza di Mondo Naïf quando avevamo deciso di parlare del quotidiano. Nel mio caso poi si trattava di quotidiano fantastico, ma era pur sempre quotidiano: I camminatori era ambientato a Bologna, città dove abitualmente passo gran parte dei mesi dell’anno. Si trattava di ridefinire uno spazio abituale e metterlo sotto un’altra luce. Mi si è aperto uno scenario assolutamente nuovo che da allora frequento con entusiasmo.

Immagine articolo Fucine MuteVS: Torniamo ad Apartments. Non ho potuto fare a meno di sorridere di fronte al tuo “omaggio” all’Eternauta, mi riferisco a Franky, il barista con tredici dita per mano. Mi sono reso conto che il tuo stile è unico, ma che non sei esente dalle influenze dei maestri. E questo io lo trovo molto bello per un autore di fumetti. Ritengo che ci siano soluzioni (nel disegno o nelle storie) che sfiorano l’eccellenza e attingervi per ricrearle non può che migliorare il lavoro, renderlo più vivo. La drammatica sequenza senza parole in cui Jerry apprende la morte di Hydro a pagina 68 ha una forza d’impatto che ricorda Miller o Mazzuchelli. Il personaggio di Flying Hope sembra uscito direttamente dalle pagine di Marshal Law o di Watchmen portandosi dietro un po’ di quella triste ironia dissacratoria che accompagna queste opere. Che ne pensi di queste considerazioni?

OG: Apartments diventa il punto d’incontro di diverse mie esperienze degli anni passati. Molto di ciò che avevo assimilato fino ai primi anni Novanta in qualche modo si è riversato nelle pagine della storia. Certe cose sono frutto di un controllo, di una scelta ragionata e voluta, altre invece del tutto incontrollate, come riflessi istintivi, gesti innati; quindi non mi stupisce affatto se ogni tanto qualcuno nota riferimenti, rimandi, analogie…

Il periodo in cui è nato Apartments è stato uno dei più intensi almeno riguardo alla produzione americana. Avevo ripreso a leggere Marvel, DC e affini dopo alcuni anni di black out totale in cui invece le cose più interessanti venivano dalla Francia e per certi aspetti anche dalla Spagna. Poi ho scoperto il Batman di Miller. L’ho letto prima in inglese e poi anni dopo nella versione uscita su Corto Maltese. Era stato uno shock scontrarmi con quel Batman. Per me, che ero cresciuto a nutella e supereroi, era stata un’emozione fortissima. Era come se quei fumetti fossero cresciuti con me. Dalle mazzate pirotecniche e coloratissime si era passati a un altro tipo d’introspezione. Poi uno dopo l’altro sono arrivati Batman year one, Marshall Law e Watchmen. C’è poco da dire. La produzione cosiddetta mainstream a cavallo tra i tardi Ottanta e i primi Novanta era di sicuro la produzione migliore del fumetto americano. A questi si affiancavano i fratelli Hernandez. Anche loro hanno avuto un peso per Apartments. I fratelli Hernandez poi hanno contribuito a dare inizio a quella stagione importante autoriale che continua tuttora a mettere in evidenza talenti interessantissimi. Da Chester Brown a Craig Thompson giusto per ricordarne qualcuno che mi è piaciuto in maniera particolare.

Tornando allo specifico che mi hai chiesto, devo dire che Flying Hope quando l’ho disegnato voleva essere la summa dello stereotipo del supereroe, più o meno come se lo poteva immaginare un bambino degli anni Settanta. Come lo sono stato io. Flying Hope viene direttamente dai fumetti che disegnavo da piccolo con qualche variante. Del resto ha la maschera di Occhio di Falco quando era diventato Golia, il mantello di tutti quelli che hanno il mantello, gli stivali di Capitan America, le mutande di Phantom, i guanti di Batman e il torace di Superman se questo avesse avuto il costume rosso. Invece la sequenza di pagina 68 con Jerry Dandruff che piange è stata una sfida. Volevo animare il personaggio in una sequenza ravvicinata in cui fossero evidenziate diverse gamme espressive. C’è da dire che Dandruff non è facile da disegnare, ha volumi difficili che uniscono una concezione molto cartoon in un contesto che diventa e deve risultare realistico. Un po’ come se prendessimo l’orso Bubu e lo mettessimo in una storia drammatica. L’orso Bubu se lo guardi di fronte è una cosa, se lo metti di profilo diventa un altro personaggio. Dandruff ha lo stesso problema, lo stesso margine di rischio. Disegnarlo in quella sequenza diventava un po’ il banco di prova per la scena finale in cui la sua rabbia sale fino a livelli bestiali, ossia verso la sua natura di caimano.

E poi c’è l’ironia. Mi piace cercare di inserire contesti narrativi in cui l’ironia fa da controcanto a situazioni estreme. In Apartments poi diventava assolutamente necessario. Si tratta di una storia corale, quindi con diversi punti di vista e cercare toni differenti aiuta a cambiare ritmo e poi era importante anche stemperare i toni. Lo scenario è cupo, la fisicità dei personaggi pure. Rischiavo di scrivere una storia pesantissima, davvero ostica. Così quelli che se la sono sentita e sono andati avanti nella lettura avranno scoperto anche questa chiave di approccio che spero abbiano gradito. Tuttavia l’ironia non l’ho usata solo in Apartments, ma c’è quasi sempre. Amo l’ironia, è la cifra distintiva. A volte è l’unica arma che abbiamo per affrontare certi problemi. Ci sono situazioni drammatiche che hanno comunque un risvolto ironico, a volte addirittura grottesco, ma qui entriamo su un piano molto delicato.

VS: Qual è il senso delle tue scelte? Come e su cosa hai costruito il tuo tratto? Quanto le tue scelte stilistiche sono state influenzate dalle storie che hai letto, e quanto (queste scelte) hanno influito sulle storie che hai scritto?

Immagine articolo Fucine MuteOG: Parliamo di tratto. È una domanda difficilissima a cui vorrei dare una risposta semplice ed esaustiva. Invece non ci riesco. Fare un’autoanalisi di come disegni, credimi è davvero complicato. Se in qualche modo riuscissi a sdoppiarmi veramente e non soltanto usando pseudonimi vari forse sarebbe molto più facile. Per esempio, perché a volte uso il pennino altre il pennarello e in certi altri lavori invece il pennello? Potrei dirti per necessità stilistico-espressive, ma non è solo per quello. Di sicuro c’entra anche la noia legata all’uso continuo dello stesso strumento o la sfida di fare cose che non avevi mai fatto o magari ancora usare quello strumento in un modo che non avevi mai usato. Di recente ho ripreso a studiare il pennello. Ho sviluppato però un segno diverso che rende la pennellata, quindi la traccia d’inchiostro, tremolante o frastagliata, come la chiamo io. Diventa un segno umorale, con segnali che diventano intermittenti. È un segno che mi risulta fresco da leggere. Per “segno da leggere” intendo quei segni sporchi che di solito trovi con maggior frequenza negli schizzi, nei bozzetti, piuttosto che nei definitivi. Insomma, l’antitesi del bel segno pulito che piace sempre a tutti. Il segno sporco o impreciso, invece, il non finito, non piace a tutti, anzi a volte spaventa lettori ed editori. In effetti è più difficile da digerire. A me piace perché ti puoi soffermare su segmenti, su costruzioni parziali e analizzarli, guardarli come se usassi un microscopio e allora scopri quella tensione, quella forza che a volte un bel disegno finito e fatto a modo non ti dà. È un po’ come leggere le nervature del legno, le increspature del mare, la mucca sezionata di Damien Hirst. Si leggono i tessuti, gli organi, il sangue.

Poi c’è la penna biro, anzi, la bic crystal. È uno strumento semplice con enormi qualità espressive. È morbido come solo la matita può essere; è davvero il segno più vicino alla scrittura che esista, perché puoi scrivere facilmente usando parole e disegni senza cambiare strumento. Con la biro ho realizzato una delle sequenze che preferisco ne I camminatori, quelle del racconto della tartaruga e i lemmings che il calzolaio narra ad Alessandro. La biro è eccezionale per raccontare certe storie. Ecco, potrei dire che ogni strumento ha un suo racconto. Anche lo strumento che si usa contribuisce alla costruzione di un racconto. Non m’interessa essere identificato con un unico segno, un unico strumento. Sai quando dicono “il mago del pennello”, “con lui il pennino vola, graffia” o cose del genere? Ecco ciò non m’interessa affatto. Quando faccio lezione nei corsi di fumetto, dico subito e sempre di usare quello che sanno usare e come lo vogliono usare. Sono contrario a qualsiasi forma di ortodossia riguardo agli strumenti tecnici. Anche perché non esiste un’ortodossia.

VS: Tu come ti sei rapportato (o come ti rapporti, se ce l’hai ancora adesso) con il senso di sconforto con cui, almeno nei primi tempi, si confronta un autore di fumetti?

OG: Riflettendoci, la questione riguardo alle difficoltà, alle motivazioni che incontra un autore è molto delicata e molto profonda, nel senso che devo trovare il modo per raccontare esperienze intime a volte dolorose che comprendono un lato narcisistico, un lato dell’orgoglio… insomma, che vanno a toccare quei famosi nervi scoperti che fanno male.
Credo che tutte le carriere artistiche siano costellate di vittorie e sconfitte. Vorrei parlare di me e cercare di motivare chi si avvicina al fumetto senza raccontare balle della serie che a far fumetti si guadagna una barca di soldi, si lavora poco, o che è sempre divertente. Non mi interessa dare un’immagine patinata e ostinatamente simpatica. Fare fumetti è importante e lo è ancora di più essere autori.

VS: Penso che il problema sia molto legato alla difficoltà di pubblicare i propri lavori, o di vivere di fumetto che, almeno nel nostro paese, è molto difficile, rispetto, ad esempio, alla Francia…

OG: È molto difficile vivere di solo fumetto e sono in pochi a riuscirci; penso a quelli che pubblicano per una serie regolare da edicola o a qualcun altro che, magari, si è consolidato in Francia o negli Stati Uniti. Il resto degli autori fa anche altro. Si cerca di rimanere in un ambito contiguo, magari scrivendo o disegnando per il settore educational, la pubblicità, ma anche insegnando. Altri ancora fanno un mestiere completamente differente e distantissimo dal fumetto. Tuttavia non è un fenomeno circoscritto solo al fumetto, ma piuttosto esteso più o meno a tutte le discipline artistiche. Certo, non è una consolazione, ma è pur sempre la realtà con cui si convive. L’aspetto fastidioso in tutto ciò è il rapporto con il tempo. A volte si ha poco tempo e, credimi, è veramente fastidioso dover interrompere il flusso creativo, perché devi far altro di altrettanto urgente. A volte i cosiddetti “lavori collaterali” diventano centrali e ti assorbono per settimane. Non ci sono risposte particolari a questo stato delle cose. Se si è in queste condizioni, è perché i fumetti vendono poco, vengono letti abbastanza poco e se ne parla spesso con un approccio superficiale e riduttivo. Di conseguenza diventa davvero difficile non solo viverci dignitosamente, ma anche pubblicare. Gli spazi si restringono e i pochi editori che producono si stanno concentrando soprattutto per autori che possono avere delle chance anche all’estero. Detto questo è inutile piangersi addosso. Sento teorie catastrofiche da quando ho iniziato a fare fumetti una ventina d’anni fa. Ci sono abituato e allora vado avanti per la mia strada resistendo alle sconfitte e gustandomi le vittorie. Non mi perdo d’animo e continuo a fare progetti. Ho ancora tanta passione e finché ne avrò abbastanza non mi fermerò. Lo testimonia anche la mia storia professionale. Ho pubblicato davvero con tanti editori. Non sempre è stato facile, non sempre è stato un bene, ma era l’unica soluzione per barcamenarsi in un mercato davvero fluido; dove fluido significa instabile, precario, effimero. È chiaro che mi piacerebbe se ci fosse ancora la Granata Press, ma sono ancora convinto che, alla fine, se vali, emergi comunque, magari tardi, ma alla fine ce la fai. Adesso, per esempio, ho un bel rapporto con la Black Velvet. Abbiamo diversi progetti che speriamo di riuscire ad iniziare a concretizzare a partire dal prossimo autunno. Lo stesso vale per BD/Alta Fedeltà. Anche con loro ci sono dei progetti in corso. Entrambe sono delle interessantissime e valide realtà editoriali impensabili e inesistenti solo fino a qualche anno fa. La ruota gira. Però è sempre meglio farla girare.

VS: Che ne diresti di parlarci un po’ delle fasi del tuo lavoro?

Immagine articolo Fucine MuteOG: Sostanzialmente sono tre. Gestazione, scrittura e disegno. Poi ci sono dei sottoinsiemi meno netti che si snodano attraverso a tutti i momenti. La fase di gestazione è forse quella che mi affascina di più. Si parte da un’idea o da una serie di idee che metto in relazione cercando di creare almeno una suggestione narrativa. Spesso poi queste idee non portano a nulla e vengono accantonate. Almeno per il momento. Poi da questo primo nucleo, quasi un embrione, comincio a sviluppare qualcosa di più robusto. Di solito penso a dei personaggi e dei luoghi. Poi a quello che fanno. Ultimamente sono attratto anche da un’ambientazione che tiene conto anche di un preciso periodo storico. Mi metto al lavoro con ricerche su libri, riviste, internet, sul campo, quando mi è possibile. Raccolgo di tutto, immagini comprese. Ci vuole abbastanza tempo per fare questo lavoro e nel frattempo se non sto facendo altri lavori, inizio a fare degli studi sui personaggi, a scrivere qualche pagina campione per entrare in confidenza.
Poi viene la scrittura vera e propria. Faccio un plot molto dettagliato, un vero e proprio trattamento, quasi un racconto che contiene delle parti di dialogo. È una fase in cui mi voglio sentire molto libero. Combatto limiti e paletti. I tagli e i lavori di asciugamento vengono più avanti. In questa fase mi devo sentire libero di scrivere quello mi sento di scrivere. È di sicuro uno dei momenti di massima apertura, quasi di sfogo. Per la sceneggiatura alterno momenti di storyboard ad altri di full script, a seconda della sequenza da raccontare, del montaggio che ho in mente. Ci saranno diverse stesure con infiniti ripensamenti, test di lettura con focus group (amici fidati, mia moglie, qualche collega).
E poi si disegna. Prima a matita e poi a china. Uso una micromina caricata con mina B o 2B e inchiostro con gli strumenti più adatti alla storia che sto facendo. Non ho una classifica di preferenze. Ogni strumento ha delle peculiarità espressive e mi sembra sciocco ancorarsi su un unico standard. Tanto il segno si riconosce comunque. Mi piace interpretare una storia, mi piace differenziarla dalle precedenti. Vorrei che fosse sempre una novità. Non so se è un bene per la riconoscibilità dell’autore, lo è sicuramente per la sua salute mentale. La noia è malattia. Ogni tanto penso a certi autori che hanno scritto e disegnato sempre alla stessa maniera. A me l’idea terrorizza, e invece magari è ciò che apprezza maggiormente un certo tipo di pubblico. Tendenzialmente mi piace fare tutto da solo, mi sento molto autocentrato nel mio universo narrativo. Però non è la regola. Tobacco l’hanno scritto Pino Cacucci e Gloria Corica e ora sto lavorando a Vita di Nedo Hermill (di cui è uscito un episodio su Orme n. 3) che è sceneggiato da Bepi Vigna. Diciamo che ultimamente sono interessato a queste forme di collaborazioni. Confrontarsi con uno scrittore dà di sicuro stimoli nuovi. Tuttavia mi sento e continuerò a essere autore a tutto tondo.

VS: Hai mai pensato di rivolgerti al mercato estero?

OG: Sì però con un progetto forte e che mi identifichi senza snaturarmi. Non voglio proporre qualcosa che soddisfi un referente editoriale ma che mi lascia indifferente. Non so se sarei molto interessato a disegnare una storia solo perché mi dà lavoro. A me non piace disegnare per il gusto di farlo o perché attraverso questo mi faccio lo stipendio a fine mese. Ho sempre privilegiato la necessità di avere qualcosa da dire, la necessità di raccontare qualcosa che ne valesse la pena. Cerco di far conciliare il lavoro con la passione e con la necessità espressiva. Non è facile, ma combatto in questa direzione. È una questione di onestà con me in quanto autore e con il pubblico in quanto lettori che scelgono di leggere le mie storie. È un patto implicito ma sottoscritto. Piuttosto a volte ho il rammarico di non essere più prolifico. Penso che la dimensione ottimale sarebbe di un titolo all’anno. Riuscire a mantenere la presenza sul mercato e nella memoria dei lettori, un po’ come fanno i musicisti che creano un rapporto di affetto e quasi di complicità con il proprio pubblico. Questo 2005 si è aperto alla grande. Prima la ristampa di Tobacco, poi Apartments finalmente in volume. E siamo appena a maggio!

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