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Cinema

Francesco Fei

Le onde del cinema

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Immagine articolo Fucine MuteSerena Smeragliuolo (SS): Siamo qui con Francesco Fei  autore di Onde, un film sulla diversità, che racconta la storia di una ragazza con una voglia sul viso e di un ragazzo cieco. Questo è il tuo primo film, come mai hai scelto proprio questa storia?

Francesco Fei (FF): Fondamentalmente perché il mio percorso professionale mi ha portato spesso a lavorare in un contesto commerciale, che è quello dei video musicali e siccome poi in realtà la mia più grande passione è il cinema, nel momento in cui ho deciso di fare un film, proprio in virtù del mio percorso precedente, ho voluto raccontare la storia di due personaggi che con i loro handicap fisici si confrontano con la realtà attuale nella quale l’aspetto fisico è più importante di tutto il resto. Ecco quindi, due personaggi che per la loro situazione si confrontano con la realtà in maniera diversa e per forza alterata. Tra loro non c’è quel confronto estetico che invece la maggior parte di noi cerca continuamente.

SS: Infatti, nel tuo film spesso inquadri delle pubblicità che raffigurano volti belli e privi di difetti, e che hanno un’influenza molto negativa sulla protagonista. Paradossalmente lui invece vive meglio il suo “difetto”, seppur più grave, anche e soprattutto perché grazie ad esso sembra immune ai canoni che i media ci impongono… A dire tutto questo sei proprio tu che, come dicevi, vieni da un contesto commerciale, dalla pubblicità…

FF: Sì, ho sentito molto questo tema perché chiaramente mi sento, nel mio piccolo, anch’ io responsabile di avere inflazionato il mercato delle immagini con della paccottiglia o con della roba alla ricerca del solo valore estetico. Quindi quando ho deciso di girare un film volevo raccontare la mia esperienza, ma raffigurandola in un contesto narrativo diverso dal mio, proprio per descrivere quanto nella società attuale siamo condizionati dal giudizio estetico. Questo è stato solo il punto di partenza del film ma poi chiaramente è diventato anche una riflessione su quanto, bene o male, tutti noi siamo condizionati dal nostro modo di pensare. Il film più che essere una denuncia su quanto la società discrimini un personaggio come Francesca, che è condizionata dalla voglia sul viso, è diventato una riflessione sui limiti che lei stessa si pone nei confronti del mondo perché non riesce a superare il suo difetto.
Infatti la differenza fondamentale tra Francesca e Luca è che lui nonostante abbia un handicap come la cecità lo supera, o quanto meno ci vive, cercando di andare oltre, mentre per lei che potrebbe per certi versi essere più facile superare questo limite, ne rimane completamente prigioniera.
Sono partito da una riflessione fondamentale ovvero che tutti noi siamo limitati nel nostro modo di pensare, io stesso se non ho ottenuto delle cose dalla vita è probabilmente proprio perché ho seguito dei percorsi mentali che mi hanno auto limitato. Nel personaggio di Francesca ho posto l’accento sul suo sentire, sui suoi pensieri, evitando invece di fare attraverso di lei solo ed esclusivamente una denuncia su quanto il mondo condizioni la sua realtà. Avrei potuto riempire il film di visi che la guardavano, di volti che la giudicavano, e invece poi è rimasta più che altro una riflessione su quanto gli esseri umani si limitino proprio a causa dei loro stessi pensieri.

SS: Mi è piaciuta molto la figura di Francesca e credo tu l’abbia resa molto bene… la sua sofferenza, la difficoltà a relazionarsi con gli altri. Erano particolarmente belle le riprese di quando lei era bambina con gli occhi sempre all’insù…

FF: In realtà le immagini della bambina non erano previste in sceneggiatura, ho deciso di girarle a film iniziato organizzando al volo un piccolo set perché ho sentito l’esigenza di concedere allo spettatore un appiglio per comprendere i sentimenti di Francesca anche perché avevo deciso di non concentrarmi nel racconto di episodi che testimoniassero i suoi problemi psicologici (ho tagliato per esempio una lunga parte del film nella quale si vedeva la madre che non accettava il difetto della figlia).
Inoltre, il personaggio di Francesca è abbastanza antipatico e non ha nemmeno (cosa che avviene spesso al cinema) una sorta di redenzione che lo renda positivo. No, Francesca subisce il suo modo di essere e lo fa fino in fondo, perché il finale è sì liberatorio, ma lo è solo a livello mentale e non reale: lei sta pensando a come avrebbe potuto vivere se fosse stata diversa.
Avevo bisogno di qualcosa che creasse un appiglio fra il personaggio di Francesca e il pubblico e allora ho pensato di mostrarla bambina. Non ho voluto pensare alla scena della bambina in maniera banale per accattivarmi in modo facile lo spettatore (ho evitato ciò che poteva essere ruffiano). Così ho trovato la raffigurazione visiva di una bambina che cerca, inevitabilmente verso l’alto, una via di fuga nei vicoli di Genova verso un cielo che s’intravede soltanto.

Immagine articolo Fucine Mute

SS: Avete scelto una Genova inconsueta, industriale, molto chimica e, con le onde (del titolo) elettromagnetiche, i ripetitori… Come mai questa scelta?

FF: Ho deciso di non raccontare i passaggi psicologici dei due personaggi attraverso i dialoghi e così ho voluto che l’ambiente divenisse un elemento narrativo vero e proprio offrendo quello che in sceneggiatura non c’era. Poi, io amo un certo tipo di cinema, quello delle cose non dette, ma raccontate attraverso altri mezzi, come la fotografia, la musica e soprattutto con l’ambiente. Per me è molto importante il contesto in cui inserisco i personaggi perché credo che l’ambiente sia un elemento narrativo fondamentale (pratica non molto comune in Italia) e quindi la scelta della città è stata sostanziale: in Genova ho trovato le valenze che cercavo… credo fosse l’unica città che raccontasse quell’atmosfera post industriale che volevo nel mio film. Genova ha raccontato bene il personaggio di Luca che da una parte fa una musica estremamente moderna, elettronica, dall’altra parte, essendo cieco, è un personaggio antico che vive in modo molto semplice… mi piaceva l’accostamento di una città dove c’è l’aspetto industriale e al tempo stesso la sua antichità, che non si esprime nei monumenti ma nel vissuto dei vicoli… Genova era perfetta per questo e ho pensato ad essa fin da subito: per esempio la scena della funicolare era in sceneggiatura proprio perché sapevo che a Genova esisteva una funicolare. La città è, insieme ad Ignazio Oliva e Anita Caprioli, la terza protagonista del film.

SS: Ho letto sul catalogo di Maremetraggio che credi che il cinema abbia notevoli potenzialità inespresse perché spesso non si tiene conto del punto di vista dello spettatore, ce ne parli?

FF: Credo che il cinema sia ancora fermo a ottant’anni fa, nel senso che è costruito con una struttura teatrale, con uno svolgimento narrativo cronologico, con un inizio e una fine. Invece, il vecchio cinema muto, il cinema d’avanguardia, e i grandi registi che hanno provato a scardinare questa consuetudine narrativa, ci mostrano le potenzialità di quando il cinema lavora con le suggestioni del  sogno… in altre parole, quando si sogna l’elemento cronologico è spesso alterato, però quando al mattino ci si risveglia e ci si ripensa, si riesce a trovarci un senso.
Secondo me il cinema è l’arte che si avvicina di più al sogno e di conseguenza, dovrebbe e potrebbe lavorare su delle suggestioni che non siano solo cronologicamente narrative ma che abbiano dei passaggi temporali anche diversi. E non a caso il film si chiama ”Onde”, ma non soltanto per le onde del mare, ma anche perché è costruito come due onde mentali tra il ricordo e il presente di lei e per questo ci sono passaggi narrativi non proprio chiarissimi… Ho provato a lavorarci su: il cinema ha a disposizione degli strumenti narrativi, come l’uso dell’ audio, della fotografia, o l’uso degli ambienti che spesso sono sotto stimati e poco sfruttati perché vi si preferisce un approccio di stampo quasi teatrale, cioè quello del dialogo… Secondo me le potenzialità del cinema di norma sono sfruttate al 20%. Io non so se ci sono riuscito, ma posso dire che nel momento in cui ho voluto fare un film ho seguito questa direzione…

SS: Mentre ci racconti tutto questo ti immaginavo fare lo stesso davanti ai tuoi studenti, perché se non sbaglio insegni? Dove lo fai?

FF: Allo Ied a Milano, come operatore del design, e alla Nuct (Nuova Università  del Cinema e della Televisione). Purtroppo ho insegnato solo nel campo dei video musicali perché la mia reputazione è in quel contesto. Infatti, dal ‘97 al Duemila, forse sono stato il regista che MTV teneva più in considerazione rispetto a dei progetti che fossero un po’ alternativi, perciò ho avuto veramente la fortuna di lavorare con tantissimi musicisti italiani in maniera molto libera… E chiaramente mi chiamano proprio per trasmettere questa esperienza, ma la mia ambizione in realtà,  – che poi è quello che faccio quando parlo agli studenti — è di cercare di ampliare il più possibile il loro campo di visione trasmettendo loro, ad esempio, tutta la ricerca che si può fare a livello di immagini e di installazioni. Esistono dei registi grandiosi che lavorano in contesti narrativi non tipici, come quello delle installazioni dove si può spaziare in maniera molto libera… Io, nel mio piccolo, cerco di aprir loro la mente il più possibile rispetto a tutto quello che li circonda e che chiaramente non è così accessibile anche perché quello che passa il più delle volte in televisione è di uno standard medio abbastanza inquietante.

SS: Si è parlato a lungo nell’incontro con la stampa delle difficoltà in produzione. La tua scelta è stata quella dell’autofinanziamento e hai creato l’Apnea Film. Come è stato questo percorso e cosa ci vuoi dire a riguardo?

Immagine articolo Fucine MuteFF: Io ho fatto una ricerca di autoproduzione anche perché tutto sommato pensavo di potermela permettere, non economicamente — ci tengo a precisare che chiaramente il film non è finanziato tutto da me, ma anche da altri partner, anche se per finanziarlo mi sono indebitato — però, pensavo di avere le capacità  produttive dal momento che avevo una lunga formazione di lavoro sul set… di conseguenza avevo le idee abbastanza chiare su come volevo fare il film e sulle possibilità tecniche come per esempio il lavorare in pellicola o in digitale. Siccome l’unica preoccupazione dei produttori  è quella di risparmiare e basta (io sono d’accordo sul risparmio ma secondo me si possono seguire anche delle strade creative), ho deciso di auto produrre il mio film a Milano.
Questa è però una strada che non so se mi sento di consigliare agli altri… va bene ai giovani per il  cortometraggio, ma per un lungometraggio che richiede tante più risorse ci si ritrova a fare tutto il lavoro sporco confrontandosi con il Ministero, con i finanziamenti, che poi è quello che sto facendo io. Così si rischia veramente di dover fare un lavoro immenso e poi credo sia anche giusto avere un produttore alle spalle, non tanto per fargli cercare i soldi, ma per avere dei consigli, per riceve lo stimolo a riscrivere più volte la sceneggiatura, scavando il più possibile a livello psicologico.
Non credo sia un percorso consigliabile affrontare un film da soli, sia perché è davvero un lavoro immenso e sia perché bisogna avere alle spalle una preparazione culturale, materiale e produttiva che un ragazzo giovane probabilmente non ha. Lo consiglio solo per i corti, quello sì, assolutamente.

SS: Prima hai fatto una considerazione che è stata apprezzata da tutti, ovvero che un regista deve saper rischiare, anche economicamente.

FF: Certamente e soprattutto per un regista che vuol farsi un nome d’autore. Io sono stufo di sentire tutte queste continue lamentale dei registi che stanno a lagnarsi sul film che non è distribuito o non è prodotto, però non sono mai disposti a rischiare neanche un dito.
Io credo invece che un regista che vuole fare un film d’autore debba entrare in campo anche dal punto di vista produttivo. Altrimenti si è sempre passivamente in attesa dello Stato-mamma che ti dà i soldi…
Se io fossi pagato per fare il regista al cinema, credo esaurirei il mio stipendio durante la produzione perché tutte le volte che vedrei che manca qualcosa la metterei di tasca mia. Questa è una cosa che ho sempre fatto nei clip: io non ho mai guadagnato una lira perché pur di farli bene arrivavo a metterci i soldi miei. Questo non è giusto, anche perché come regista devi essere qualificato sì ma anche retribuito per il tuo lavoro. Perciò, se poi si rinuncia a lavorare per i soldi perché li si mette tutti nel film (nonostante sia una cosa molto apprezzabile) si rischia di appesantire la situazione, con implicazioni negative sia a livello fisico che morale, e poi questo lo si paga anche sul set.
Almeno che non si abbia una grande esperienza sulle spalle e che aiuta a sostenere la situazione. Comunque alla fine credo che un regista deve sicuramente investire del suo…

SS: Quando vedremo il tuo film in sala?

FF: Mah, con tutti i festival a cui abbiamo partecipato e con quelli che ci ospiteranno prossimamente credo che se il Ministero ci negherà il riconoscimento culturale farà veramente una cosa sporca. È chiaro che le cose sporche le fanno quasi tutti i giorni, perciò ci può stare…
Se ci daranno questo riconoscimento culturale avremo un piccolo budget a disposizione per uscire. Ad ogni modo l’uscita è prevista per il febbraio 2006 dopo un anno dall’uscita al festival di Rotterdam… però va bene lo stesso. Speriamo si possa uscire per febbraio, i presupposti ci sono.

Onde


regia francesco fei
soggetto
francesco fei, pierre nosari
sceneggiatura
francesco fei, pierre nosari
fotografia
matteo de martini
montaggio
claudio bonafede
scene
alessio baskakis, luigi maresca
costumi
guya mugnai, valentina poggi
cast
anita caprioli, ignazio oliva, marina remi, filippo timi
formato originale
35 mm – color
durata
92’
paese di produzione
italia
produzione
francesco fei per apnea film


Sinossi


La storia d’amore tra una ragazza segnata da una voglia violacea sul volto ed un musicista cieco. Un alternarsi di sogni, ricordi e realtà.

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