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Cinema

Luca Lucini

L’uomo perfetto

Immagine articolo Fucine MuteAveva iniziato con una pubblicità in cui c’erano tre ragazze in barca a vela che giravano l’Italia. Anzi, prima ancora aveva iniziato, quasi per gioco, in un capannone girando video heavy metal a bassissimo costo. Adesso Luca Lucini è arrivato al suo secondo lungometraggio per il cinema, L’uomo perfetto, che ha seguito il successo di Tre metri sopra il cielo. Luca è un ragazzo di 37 anni che ne dimostra di meno, e parla con toni pacati ma appassionati del suo lavoro, che ama, e si vede. Insieme ad altri autori, come Marco Ponti, che ha scritto proprio il suo ultimo film, sta portando una ventata di novità nel cinema italiano.

Maurizio Ermisino (ME): Nel passaggio dal suo primo al suo secondo film sembra esserci un passaggio dal mondo adolescenziale a quello dei trentenni. Anche il film sembra avere un linguaggio più adulto…

Luca Lucini (LL): È un film in cui per l’ottanta per cento del tempo vediamo due persone che parlano intorno a un tavolo. È chiaro che è diverso il tipo di impatto visivo: in Tre metri sopra il cielo c’erano scazzottate, gare in moto, feste in discoteca. C’era tutto il mondo degli adolescenti, e tutto era più veloce, più scioccante a livello di immagini. L’uomo perfetto ha una regia più neutra, ho cercato un garbo, un’estetica che supportasse i quattro personaggi, che lasciasse la recitazione in primo piano. Ho puntato sul dialogo e ho studiato bene dove collocare i personaggi, per descrivere come sono, l’ambiente che frequentano.

ME: C’è stato quindi anche un grosso lavoro sulla scenografia: il luogo dove lavori dice molto di te…

LL: Certo. Ad esempio Maria ha un atelier di arredamento, tipicamente milanese, che dice molto sulla sua personalità. Volevo che sia i vestiti che i luoghi dove accadevano le vicende dicessero sempre qualcosa nella direzione della storia. Non siamo andati a girare in certi posti perché sono belli, ma perché i personaggi, a quell’età e in quel contesto sociale, frequentano quei luoghi.

ME: Lucia invece è molto caratterizzata dal punto di vista dei costumi: è sempre vestita un po’ da maschiaccio. È perché rinuncia alla sua femminilità, a vivere la sua vita?

LL: La sua è sempre stata una difesa rispetto alla sua migliore amica, più appariscente e più sexy, come si vede nel Super 8 iniziale: questo suo mascherarsi è un modo per essere più severa, sia sul lavoro sia a livello personale, per dimostrare di non essere in competizione con la sua amica e per giustificare che non ha un uomo. Anche il suo abbigliamento ha un senso nell’economia della storia.

ME: Il passaggio dal suo primo al suo secondo film ha voluto dire anche passaggio da Roma a Milano: anche Milano, come il film che ci hai girato, è più adulta e razionale rispetto a Roma, più adolescenziale, perché vive le cose in maniera più viscerale?

LL: Per certi versi sì, anche se generalizzare è un po’ rischioso. Quello che a me piaceva di Milano e che era giusto per questa storia è che questa città rendeva tutto più credibile. La psicologia dei personaggi, un po’ egoisti, determinati, aggressivi, un po’ più contemporanei, a Milano era perfetta. A Roma certi aspetti sarebbero risultati un po’ forzati, per il modo di essere e per il carattere dei romani, per la loro giovialità. Roma ha un “problema”: è una città talmente eccezionale che non appena ambienti qualcosa a Roma questa diventa la protagonista. Milano in questo caso è stata al servizio della storia, mentre a Roma è difficile togliere la romanità dal film.

Immagine articolo Fucine Mute

ME: All’inizio de L’uomo perfetto, quando si vede il filmato in Super 8, c’è una canzone di Charles Trenet tratta da Baci rubati: c’è anche Truffaut tra i suoi modelli?

LL: La canzone non è stata scelta per citare Truffaut, ma perché aveva un senso nell’iniziare a raccontare questa storia, faceva capire che stavamo per vedere una storia d’amore, un amore di cui poi sarebbe restato un ricordo. Se facessi riferimento a Truffaut mi sembrerebbe di offenderlo. Truffaut mi piace, anche se non è tra i miei preferiti in assoluto.

ME: L’uomo perfetto ha comunque un respiro internazionale: è stato visto come il tentativo di fare anche in Italia una commedia sentimentale di tipo internazionale, rara in Italia. Pensa che ci sia spazio per questo tipo di film?

LL: Il fatto che il film sia andato molto bene significa che alla fine questo spazio esiste e vale la pena di coprirlo, perché si vedono tante commedie di scarso livello, e si può fare di meglio. Parlare d’amore e di sentimenti in questo periodo, caratterizzato da questa confusione nei rapporti uomo-donna, funziona dal punto di vista della storia e ha anche un senso dal punto di vista sociologico. Trovare il modo di parlarne facendo in modo che lo spettatore si immedesimi un po’ di più con i protagonisti, come accade ad esempio nelle fiction, è un’opportunità da sfruttare. Secondo me il pubblico c’è, alzare un po’ il livello può essere interessante, sia per i produttori, sia per la formazione dei registi e degli attori. In Italia manca tutta la struttura, scrittori, produttori, registi e attori. Bisogna ripartire da zero: per fortuna adesso qualcuno lo sta facendo, e il pubblico sembra accorgersene.

ME: A proposito degli attori, la scelta per L’uomo perfetto è stata particolare, non sono i soliti volti…

LL: Riccardo Scamarcio lo conoscevo bene perché aveva lavorato con me in Tre metri sopra il cielo. Francesca Inaudi la conoscevo personalmente da prima di Dopo mezzanotte e l’avevo suggerita per questo ruolo. È sempre difficile far accettare alla produzione attori poco conosciuti: dopo il successo di Dopo mezzanotte invece è stato facile averla, e si è rivelata perfetta per il ruolo. Gabriella Pession mi è stata suggerita dai produttori, e inizialmente non pensavo fosse giusta, ma appena ha fatto il provino ho capito che Anna era lei, non c’erano più dubbi. Giampaolo Morelli, che aveva il ruolo più difficile, è riuscito a renderlo personale, e anche contemporaneo: è il ruolo dell’uomo oggi, un po’ confuso, e gli ha dato molte sfumature interessanti.

ME: Un altro punto forte del film è la scrittura di Marco Ponti, l’autore di Santa Maradona. Come si è trovato a lavorare con lui?

Immagine articolo Fucine MuteLL: Molto bene, e voglio ricordare anche Lucia Moisio, che ha avuto una parte importante nella stesura della sceneggiatura. Marco Ponti è uno scrittore che è anche regista, e quindi sa le esigenze di chi poi deve girare. Avere uno scrittore “solido” è una cosa che aiuta: in Italia i registi vogliono fare tutto, soggetto, sceneggiatura, a volte anche gli attori, e spesso è un limite. Lo scrittore è un ruolo fondamentale, in Italia c’è stata una tradizione tale che dovrebbe farci capire quanto sia importante. Anche quello del regista è un ruolo importante, e vedere attori che dopo due film si mettono già dietro la macchina da presa mi fa sempre un po’ paura, e invece è una cosa molto in voga in Italia. Io e Marco comunque siamo diventati amici e ci sentiamo spesso. Ciò che mi piace di lui come regista è che i suoi film hanno un’atmosfera ben precisa, come ce l’hanno Ozpetek e Muccino: è la cosa che fa la differenza tra un autore e un regista.

ME: Quali sono gli altri autori italiani che le piacciono?

LL: Mi è piaciuto moltissimo l’ultimo film di Sorrentino, Le conseguenze dell’amore, che ho trovato molto originale, ben fatto e allo stesso tempo godibile. Ho apprezzato molto Respiro di Crialese, ammiro Muccino per la sua capacità di raccontare le storie, e mi piace molto anche Virzì.

ME: C’è qualche attore con cui le piacerebbe lavorare?

LL: Inizio con degli attori stranieri: Vincent Cassel, un volto straordinario, Javier Bardem, un grandissimo attore; tra gli italiani ci sono due attori molto particolari, Claudio Santamaria e Corrado Fortuna; ma mi piacciono Lo Cascio, la Mezzogiorno e la Bobulova.

ME: Cosa ne pensa della critica cinematografica italiana?

LL: Quello che non funziona nell’attuale critica italiana è che spesso viene esaltata l’autorialità estrema, il che va benissimo, mentre tendono a non considerare i film commerciali, dimenticando che non sono tutti come Vacanze di Natale. Ad esempio, perché si deve massacrare un film come Manuale d’amore, che ha fatto tredici milioni d’incasso ed è comunque un film ben confezionato? È un atteggiamento sbagliato, perché crea anche nei registi una certa tendenza: sentir parlare dei propri film con una certa sufficienza può essere frustrante, e quindi magari si punta a fare film introspettivi, cupi, difficili, che poi non va a vedere nessuno. Si crea insomma sempre di più una forbice: da un lato Pieraccioni e i Vacanze di Natale, dall’altro film che vedono in pochi. Manca invece quella che era la base del cinema italiano: i vari Monicelli, Comencini, Risi facevano cinema di qualità, ma vicini anche ai gusti del pubblico. Per fortuna il mio ultimo film ha avuto anche delle ottime critiche: è stata apprezzata la non presuntuosità del film. Ma all’interno di quel genere abbiamo fatto un lavoro faticosissimo di scrittura con Marco Ponti, di lavoro con gli attori, di scenografia. Mi sembra sbagliato l’atteggiamento di chi conosce la commedia di Billy Wilder, la commedia all’italiana, e poi tratta il film come se dovesse essere un trattato sociologico…

ME: Parlando sempre del suo ultimo film, c’è stato qualche accorgimento particolare che hai usato per le inquadrature?

LL: Ho usato spesso inquadrature dal basso, ispirate ai quadri di un artista che si chiama Petrus, quasi a cercare di escludere il caos intorno ai personaggi, a volersi allontanare dalla città che sta intorno a loro. Ma dalla città non ci si può allontanare, si può solo guardare in alto.

Ci piaceva chiudere con questa immagine, augurando anche a Luca di guardare in alto, verso storie sempre più belle e verso un successo che si merita.

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  1. […] No, così sembra quasi che questo film della Cattleya di Lucini sia stato un film per sopravvivere. Assolutamente no. Sono stata fortunata a fare un film bello, ma […]

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