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Cinema

Alessandro D'Alatri

Febbre all’italiana

Immagine articolo Fucine MuteA distanza di alcuni mesi dall’uscita nelle sale cinematografiche italiane del suo quinto film intitolato La febbre, Fucine Mute ha potuto incontrare il regista Alessandro D’Alatri durante la Ventiquattresima Edizione del Premio Amidei per la sceneggiatura che si svolge ogni anno nel suggestivo castello di Gorizia. Il lungometraggio, che ha raccolto un autentico successo di pubblico e critica, nella sua rappresentazione agrodolce dei piccoli mali del nostro Paese vissuti attraverso gli occhi del protagonista Mario interpretato dall’ironico Fabio Volo, conferma la volontà dell’agguerrito regista di realizzare un cinema al contempo raffinato e popolare. Alessandro D’Alatri, disponibilissimo, ha risposto alle nostre curiosità.

Domanda (D): Partendo dal film, volevo chiederle se la febbre di cui si parla nel titolo rappresenta l’invidia o anche qualcos’altro.

Alessandro D’Alatri (AD): La febbre è un malessere, uno stato di malattia non grave. Con la febbricola si va lo stesso a lavorare però ci si sente spossati. Noi viviamo in un Paese che vive una debilitazione da febbricola. Non abbiamo una malattia grave ma questo malessere che non ci fa essere operativi al cento per cento. La febbre che ho voluto raccontare consiste nel riconoscimento come talento della mediocrità. Se sei mediocre ce la fai, se invece sei uno in gamba devi stare in campana perché ti aspetta una vita molto dura. Tutto ciò, secondo me, paralizza e mummifica tutto l’apparato economico e sociale dell’Italia, cosa che in questo momento stanno dicendo anche le cariche più alte dello Stato. Il Presidente della Repubblica, il Governo, Confindustria, tutti concordano sul fatto che il Paese sia fermo. Ci si limita, comunque, solo a ribadire questo, nessuno è in grado di spiegarne le cause. Da parte mia credo che lo abbia fermato la penalizzazione dell’iniziativa. Se tu vuoi aprire una tabaccheria, un giornalaio, che rappresentano dei progetti minimi, le gabelle e i codicilli ti impediscono ti fare anche questo lavoro. Figuriamoci cosa accade a chi vuole realizzare un progetto più ambizioso. La febbre è l’invidia dei mediocri nei confronti di coloro che hanno talento. Penso sia parte dell’esperienza di tutti il fatto di essere entrati nel mondo del lavoro con entusiasmo ed energia e di aver ricevuto immediatamente una randellata sui denti che spinge a mantenere un basso profilo. Chi si vuole mettere in luce prende fuoco. Questo è terribile, ma avviene tutti i giorni. Per attuare il mio lavoro, ad esempio, ho dovuto io stesso scontrarmi con una tale quantità di persone incapaci, che fortunatamente non vedrò più per il resto della mia vita, la cui presenza, però determina le sorti del cinema italiano.

Immagine articolo Fucine Mute

D: Come mai ha ambientato il film a Cremona?

AD: Perché sostenere che il lavoro è difficile a Caserta, a Roma o Milano è troppo semplice, ma dire che si soffre anche dove si potrebbe stare benissimo è più forte. Ho girato i provini a Cremona a milletrecento comparse a cui ho chiesto se fossero appagate dal proprio lavoro. Tutti mi hanno risposto di no.

Michela Cristofoli (MC): Quindi lei pensa che il cinema possa ancora rappresentare il mondo contemporaneo con i suoi problemi?

AD: Penso che l’arte in generale, tutto ciò che è cultura, descriva il mondo contemporaneo, anche se questa è la parola peggiore che si possa usare. Se mi si dice che sono contemporaneo mi offendo a morte perché per me questo termine non ha senso. Al giorno d’oggi se non hai un rapporto con la storia, con le tue origini, se non sai da dove vieni, non puoi nemmeno sapere dove stai andando. Secondo me, negli ultimi anni, abbiamo distrutto meccanicamente il nostro passato. Non abbiamo più memoria nemmeno di ciò che è successo una settimana fa, figuriamoci delle nostre radici. Viviamo in un presente senza tempo, dove esiste solo l’adesso. Come si può andare avanti così? Fino a pochi anni fa c’era una figura molto importante nell’industria che era l’imprenditore. Quando apriva un’attività, l’imprenditore la pensava anche per i suoi figli e per i suoi nipoti. C’era, insomma, una lungimiranza nelle sue scelte rispetto al futuro che metteva in gioco tutta la sua esperienza del passato. Oggi l’Italia è stata consegnata nelle mani dei manager dove l’unica previsione sul dopo è quella di raggiungere il trentuno di dicembre lo zero virgola uno per cento in più dell’anno prima per salvare la poltrona. Ciò che fa male è il fatto di non avere più un senso della sfida, del mettere alla prova il proprio talento e le proprie capacità. Dobbiamo restituire la dignità alle persone. Ecco perché il film dava così fastidio e non me lo volevano lasciar realizzare.

D: La storia è completamente inventata o s’ispira a qualche avvenimento reale?

AD: L’abbiamo scritta interamente io e Gennaro Nunziante, con una collaborazione di Domenico Starnone nella fase iniziale. I dialoghi e le scene li abbiamo sviluppati io e Gennaro, che vi ricorderete essere il Don Livio di Casomai. Lui non è un attore, è uno sceneggiatore (ha lavorato anche in Liberate i pesci di Cristina Comencini, ndr), o meglio un poeta che coinvolsi nella parte del prete e con cui adesso sto già rifacendo la punta alle matite per affrontare un nuovo progetto. Ci tengo molto a sottolineare che tutte le competenze tecniche ed artistiche che hanno partecipato al film rispondono ad un unico principio: il cast, di cui sono molto orgoglioso, è composto da professionisti non conosciuti. Ciò dimostra che i nuovi talenti esistono e che spesso manca il coraggio di utilizzarli rinunciando alle solite quattro facce che i produttori richiedono perché già noti al pubblico.

Immagine articolo Fucine Mute

Quando io ho presentato questo cast mi hanno dimezzato il budget perché non avevo scelto volti famosi. Ho creduto che si dovesse proseguire sulla decisione iniziale. Vittorio Franceschi è uno dei più bravi attori della scena italiana, con la sua partecipazione a La Febbre è appena al suo terzo lungometraggio e ha sessantasette anni. Le musiche dei Negramaro, che erano state pesantemente messe in discussione dalla distribuzione, sono state un successo incredibile. Per ribadire quanto dicevo prima voglio sottolineare che quando i Negramaro hanno partecipato a Sanremo ricevendo gli onori della critica, sono stati i primi ad essere cacciati via dal Festival. Appena uscito il film sono schizzati al terzo posto nelle vendite.

MC: Lo sa che anche il libro Mappa del Nuovo mondo del poeta Derek Walcott ha ricominciato a vendere dopo l’uscita del film? Nemmeno il Nobel era riuscito a spingerlo tanto.

AD: Derek Walcott è alla settima ristampa in Italia. Nessuno lo acquistava prima. Mi hanno chiamato dall’Adelphi per dirmi che sono impazziti dalla gioia, perché tra l’atro i libri di poesia sono i meno venduti in assoluto. Adesso nel web ci sono un sacco di chat dove i ragazzini si scambiano la poesia di Walcott letta da Fabio Volo. Alla fin fine, se lo si lancia il seme germoglia! Se oltre a me lo facessero anche altri artisti sarebbe una bella cosa. La febbre non lo volevano far uscire proprio perché critica la situazione stagnante in cui ci troviamo. Peppino Campanella e Simone Bellotti, due artisti marginali che usano i materiali di riciclo delle discariche, sono stati coinvolti nel film per realizzare il locale Maz de Paz. Peppino in Italia è praticamente sconosciuto, ma lui espone da anni a fianco di artisti del calibro di Andy Warlhol e Mario Ceroli, e viene celebrato in tutto il mondo. Abbiamo veramente cercato i pezzi nelle discariche. La scena che si vede nel film riflette fedelmente quanto è accaduto quando sono venuti con la retina a scegliere ciò che gli serviva per elaborare la scenografia. Nel realizzare il film abbiamo seguito gli stessi principi che emergono poi dalla storia. Il luogo comune che una ragazza che fa la cubista debba per forza essere poco seria viene smentito dalla sceneggiatura. Mi piaceva rompere questo pregiudizio dato dal perbenismo e da una morale castrante. Un’altra malattia che distrugge l’Italia oltre all’invidia è proprio il pregiudizio.

Immagine articolo Fucine Mute

D: Cosa ne pensa della definizione di film politico che spesso viene attribuita al suo film?

AD: Credo che tutti i film siano politici, anche un B-movie, se lo vai ad analizzare, ha un intento di questo tipo, perché comunque riflette un pensiero ed è espressione culturale del momento che si sta vivendo. Penso che tutti i miei lungometraggi siano politici proprio perché si occupano di ciò di cui questa non si occupa più, cioè la vita delle persone. A La febbre hanno risposto tutti, tranne i governanti, quindi questo vuol dire che bisogna farne altri di lavori così.

MC: I politici, secondo lei, sorvolano dall’alto, come si vede una scena del film?

AD: Purtroppo non fanno nemmeno quello, non ho aggettivi per definire queste figure. Ci sono delle parole di Paolo VI che mi piace sempre ricordare. Trent’anni fa questo Papa diceva che era finita l’epoca dei maestri e cominciava l’era dei testimoni. La sua considerazione, secondo me contiene un’intuizione geniale. Non voglio avere dei maestri, ma dei testimoni della loro maestria che attestino la messa in pratica di un insegnamento. Io per primo sono testimone di ciò che faccio e ciò che vivo. Credo che questa debba essere la prassi, ed è esattamente ciò che mi aspetto dai politici. Quando vedrò un esponente della classe dirigente che dice quello che fa e fa quello che dice allora sarò d’accordo.

MC: A proposito di maestri, per il suo lungometraggio è stato spesso citato Un borghese piccolo piccolo di Monnicelli, lei poi ha lavorato con Scola e De Sica. Data la sua attitudine a realizzare dei film brillanti, sente l’influenza della commedia all’italiana?

Immagine articolo Fucine MuteAD: La scuola italiana è riconosciuta come una cinematografia importante in tutto il mondo, è solo qui che la nostra storia non viene celebrata. All’estero ci sono dei corsi sul cinema italiano che non esistono nemmeno al Dams di Bologna. Mi sento di essere un devoto di questo cinema, secondo me è grandioso, vi faccio continuamente riferimento e sicuramente gli appartengo. Non ho pregiudizi, guardo anche il cinema americano e mi piace. Però la mia appartenenza culturale è questa. Ovviamente il discorso dev’essere evolutivo, non è più possibile realizzare commedie come le facevano all’epoca e quindi è necessario trovare delle formule nuove, bisogna sperimentare. Ad esempio a me piace molto l’uso degli effetti speciali che mi diverte non tanto quando è utilizzato per fare delle moltiplicazioni o delle esplosioni ma quando consente di esprimere delle cose che normalmente non si riuscirebbe a dire con facilità. Realizzare dei film in questo modo diventa interessante, significa elaborare dei linguaggi ed esplorarli.

MC: In tutti i suoi film e in particolare con Casomai, lei ha scelto un linguaggio molto innovativo.

DA: Stavolta ancora di più. In Casomai c’erano quattro o cinque effetti, mentre per La Febbre sono partito con una forte volontà di innovazione. Molte delle transizioni, ad esempio, non sono realizzate con dissolvenze o tagli, ma con un meccanismo linguistico per il quale ho utilizzato un effetto. Magari il pubblico non lo nota, ma la funzione di tutto il lavoro consiste nel fatto che si entra da una scena all’altra senza accorgersene. Questo è il bello.

MC: Alla fine, comunque, anche se lo spettatore non riconosce l’effetto utilizzato si abitua ad un linguaggio cinematografico più ricco.

AD: Ci siamo già abituati, perché il cinema internazionale lo fa da molti anni. Siamo noi che non ci misuriamo con queste possibilità. In primo luogo perché molti autori non sono capaci di applicarle, poi perché provano repulsione di fronte alle novità della modernità, della tecnologia. Io credo di essere un futurista, mi piacciono la meccanica, la velocità e le macchine. Credo che il moderno sia affascinante. Il pregiudizio contro l’innovazione è terribile.

MC: Le piace anche il digitale?

AD: Certamente, amo abbracciare tutte le novità. Per le comunicazioni urgenti, nei primi lavori che facevo come aiuto regista, si usava ancora il cablogramma. Poi c’è stato il telex, il fax, la mail e ora abbiamo gli sms. Pensa a quanti aggiornamenti ho dovuto fare ogni dieci anni. Com’ è possibile non accettare la modernità. La vita è migliore con tutto ciò che abbiamo a disposizione.

MC: A proposito di velocità, il ritmo che si sente nel suo cinema è un elemento che viene dal suo lavoro nel campo della pubblicità?

AD: No, il ritmo dei miei film viene dalla sintesi, perché i tempi della pubblicità, dove si parla a volte addirittura di tre fotogrammi e si deve usare un altro linguaggio, non si possono applicare al cinema. Il ritmo della sintesi viene utilizzato in tutte le cinematografie internazionali. Per molti rappresentanti del nostro cinema sembra indispensabile soffermarsi su ciascuna azione che un personaggio compie. Credono, così, di descriverlo meglio, ma secondo me questi dettagli sono fini a se stessi, non servono a nulla. Spesso la prolissità nasconde il fatto che non si ha niente da dire.

Immagine articolo Fucine Mute

MC: Adesso lei sta girando l’ultimo spot della Tim, che, pur nella brevità delle singole puntate, sembra raccontare una storia, con dei personaggi caratterizzati.

AD: Ieri sera alle sette e mezza ho finito proprio di girarne un nuovo episodio. Mi sto divertendo molto, anche perché ho potuto conoscere Cristian De Sica, che è un bravissimo attore con cui non avevo mai lavorato e contro il quale esistono molti pregiudizi. De Sica ha un talento e una potenzialità straordinari ma purtroppo gli hanno sempre affidato dei ruoli stereotipati. Cristian viene da una famiglia notevole, io ho avuto il privilegio di lavorare con suo padre, ha una formazione artistica di tutto rispetto e una sensibilità incredibile. È un meraviglioso animale da palcoscenico. È interessante lavorare con lui, ha uno sviluppatissimo senso del ritmo, della battuta, della macchietta, che comunque ora è diventata la sua cifra. Nelle pubblicità ho cercato di mettere in risalto queste qualità e in molti mi hanno telefonato per dirmi che il personaggio che interpreta è simpatico. Quindi, come dico sempre, basta poco per cambiare le cose.

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