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Musica

Bruno Lauzi

Il punto di vista di un “Piccolo Uomo”

Immagine articolo Fucine MuteHo incontrato Bruno Lauzi il primo venerdì di Luglio a Parma, in occasione della presentazione del suo libro primo Il caso del pompelmo levigato (Bompiani, 2005). Lauzi gira l’Italia in compagnia di tre amici musicisti e tra canzoni dal suo immenso repertorio o pensieri liberi sulla traiettoria della musica d’autore italiana, introduce questo suo racconto leggero: un bizzarro giallo filosofico a cavallo tra il roman feuilleton e la pulp fiction, allegra ma non banale storia di un monello parigino, una duchessa russa, un pensatore di professione e un fachiro grasso, tra i quali si nasconde Lauzi, autore pigro e confusionario, ma brillante.

Intervistare Bruno Lauzi è facilissimo, basta porgli una domanda; al resto pensa lui. Fa fede la sua profonda conoscenza della letteratura, della musica e del cinema: argomenti che alle volte sorvola quasi distrattamente, punge con sferzante ironia o maltratta coerentemente. Ci confessa di poterselo permettere, perché “Ho rischiato ad intraprendere questa carriera, quando i miei compagni d’università passavano con i loro bei faldoni da avvocato in mano di fronte al bar dove parlavo di tutto e di nulla tra amici, magari anche di come cambiare il mondo, e quelli che mi sfottevano per quel nostro far niente”, e prosegue, “ho rischiato a lasciare la facoltà di giurisprudenza a due esami dalla laurea, ho rischiato a scrivere canzoni, poteva andarmi malissimo e mi sarei trovato con nulla in mano”.
Non pone limiti di tempo all’intervistatore, alla fine è lui che ha una voglia immensa di sapere, conoscere e, soprattutto, lasciare in eredità il suo patrimonio di conoscenze, pensieri, dubbi e consigli. Ti toglie subito dall’imbarazzo della sua ormai evidente malattia (Bruno Lauzi è stato colto dalla sindrome del Parkinson, ndr), e quando gli dai la mano ti ringrazia perché “almeno per qualche secondo me la fermi”.

Parla senza peli sulla lingua Bruno Lauzi, tra battute e amare considerazioni, indaga ad occhi chiusi il suo passato, e il nostro presente, si lamenta delle cose che non gli piacciono, e lo fa senza risparmiarsi nomi e cognomi. Per dire com’è importante non lasciare scorrere il passato nei soli libri di storia, che nessuno legge, ma nei quali molti si cimentano ad interpretare la storia a seconda dell’occorrenza politica del momento (tralasciamo i riferimenti, che sono affatto casuali), difende l’idea del film di Benigni La vita è bella (1997), l’ironia leggera che accompagna il racconto di un evento drammatico, con un ricordo pescato dalla sua infanzia: “Siamo nel 1943, è il giorno del mio compleanno, sono con mia madre, ebrea, di fronte ad un cinema per soli ufficiali della Wehrmacht in una Milano “occupata” dalle truppe tedesche. Lei si avvicina ad uno di quei giovanotti in divisa solenne e gli spiega che non avrà la possibilità di comprarmi un regalo per il compleanno quindi, senza nessun’esitazione, gli chiede di trovarci due posti per il film che sta per iniziare”. Quel film, continua Lauzi, raccontava Le avventure del barone di Münchhausen (anno 1943, di Josef von Baky, uno degli ultimi colossi del cinema nazista, umorismo pesante sulle avventure del barone di M., ndr), e in mezzo a ufficiali che ridono a crepapelle, due ebrei in silenzio rimangono ammirati da uno dei primi film in Agfacolor.

Con un filo di rabbia parla delle difficoltà che hanno preceduto la pubblicazione di questo racconto, finalmente uscito per Bompiani, con il curioso titolo Il caso del pompelmo levigato. Non si dovrebbe mai introdurre un libro parlando dei motivi che hanno portato altri editori a rifiutarne la pubblicazione, “porta malissimo”, dice Lauzi, e ovviamente è proprio da qui che vuole partire. Andare controcorrente è tutto quello che è rimasto a questo Piccolo uomo di un’epoca ormai passata. Sono ben otto le case editrici che hanno detto “No”. Ad esempio, Gino e Michele dicono di non avere ben capito il racconto, mentre ad altri è sembrato un po’ troppo francese (ma per fortuna non danese, ribatte lui). Forse è troppo corto, dicono alla Mondadori, perché sono solo 119 pagine (e lui suggerisce di aggiungerne alcune bianche, sempre utili quando si scende in campo), o è semplicemente troppo criptico per essere capito dalla gente comune. Un revisore di bozze l’aveva letto sull’aereo per New York e si era addormentato (e chi non si addormenta in un volo verso New York, ribatte). Rabbia ed orgoglio concentrati in poco spazio: “Sapete, la base è quella che è, l’altezza la vedete pure voi, e cosa volete che possa essere la profondità?”.

Lauzi con Felice Andreasi e Paolo Conte

Lauzi è un istrione, forse un impostore nel mondo della letteratura, e forse questo Pompelmo levigato esprime più il Lauzi de La tartaruga o Johnny Bassotto, che il Lauzi de Ritornerai o Il poeta, ma è certo che non sembra molto interessato al successo commerciale di un racconto maturato in vent’anni di vita, dove sorprendentemente viene citato, e per sbaglio quasi, il solo Paolo Conte, tra i suoi colleghi che “ormai vanno tutti nella music farm”.
Alla fine, grazie all’interessamento dell’amico Franco Battiato, dopo un’attenta ed interessata lettura di Moni Ovadia e del direttore responsabile della Bompiani, Elisabetta Sgarbi, il libro varca la soglia delle librerie nel giugno di quest’anno ma, come avverte Lauzi, non è consigliabile a quelli “rigidamente deterministi, convinti che la vita abbia un senso preciso e che tutti gli eventi abbiano una motivazione logica per accadere”.

Lauzi continua a ricordare, immerso in un paio di calzoni tirati fin sopra all’ombelico, trattenuti a stento da un paio di bretelle che fan ben risaltare la camicia bianca “brevetto Lauzi”: una camicia senza bottoni “senza nulla togliere agli Amish”, per chi come lui non è più in grado di maneggiare il minuscolo. Non ha voglia di parlare di Tenco o Paoli o Conte o dei suoi amici genovesi “Senza i quali mica saremmo gli stessi … non è d’accordo, signora con la maglietta amaranto?”, rivolgendosi ad una spettatrice casuale incuriosita. Ha in mente un libro su Genova, una Genova che ha abdicato alla cultura e ha riempito il porto con giostre per turisti giapponesi, una Genova che riemerge ogni volta nei viali attorno a Via del Campo, dove s’incontrano gli amici del bar, non quelli che poi sono diventati famosi, ma quelli che gestivano un negozietto di dischi (Gianni Tassio?), sono in pensione sociale o morti a colpi di cannone. Il suo prossimo libro sarà un Libro Totale; il suo testamento. Non racconterà delle perle della canzone genovese, dei vari Bindi, Paoli e Tenco (suo compagno di banco al Ginnasio “Andrea Doria”), ma di quel sottile filo di spago che le ha tenute insieme per anni. Parlerà di Gianni, Valerio, Pino, nomi che “a voi non dicono nulla, ma che a me fan venire le lacrime agli occhi”, perché “loro hanno rappresentato il nostro collante, e quando si litigava ci rimettevano assieme, quando andava male ci battevano la spalla o sapevano mettere un freno alle precipitose cadute, quasi a tutte (il riferimento è sicuramente a Tenco, nda), perché gran parte delle canzoni che la gente ha amato sono le loro canzoni, anche se non hanno mai riscosso una lira dalla SIAE”.

Lauzi con Luigi Tenco al clarino e Giorgio Pergolo alla tromba

E ci spiega come nasce una canzone d’amore: “Eravamo in otto, tra i diciotto e i ventidue anni, su una topolino amaranto del ‘46. Si voleva andare al mare tutti assieme, su quell’autovettura, quando ad una curva un vigile impassibile ci ferma e, dopo essersi tolti diligentemente i suoi guanti bianchissimi, intima all’autista di consegnare la patente, in quanto la macchina risultava sovraccarica. A quel punto uno se ne esce con una di quelle battute che non dimentichi più: “Ma gendarme, insomma, cosa vuole che possa pesare la mia patente?”. Un anno senza macchina e “alcune tra le più belle canzoni che io e Paoli abbiamo scritto”. Poi ci sono le canzoni che uno scrive e rimangono nel cassetto, per poi uscire con anni di ritardo, quasi per caso, e sono un successo.

È il caso di Almeno tu nell’universo, scritta assieme a Maurizio Fabrizio diciotto anni prima dell’incisione nel 1989. Dice di avere davvero “minacciato” la povera Mia Martini, che non voleva proprio cantarla quella canzone… “Non tutte le grandi voci sono accompagnate da menti lungimiranti”, come invece viene definito Paolo Conte. “Era il mio avvocato (per fortuna lo è stato per poco) quando proprio per caso ho scoperto il suo talento musicale… su un vecchio mangia-cassette mi fa ascoltare un brano (Onda su onda), me ne innamoro e Conte diventa il più grande filosofo della musica italiana”. Ma non manca la sincerità in Lauzi, quando dice che Conte ha ormai (per sua stessa ammissione) esaurito la vena creativa, e dopo il 1979 non ha scritto più nulla d’interessante, limitandosi a raschiare il fondo.
Ricorda volentieri come Mogol e Battisti fossero assai scettici nei confronti di quel piccolo rude paroliere genovese, e delle canzoni scambiate con il famoso duo, e della più bella canzone d’amore della musica leggera italiana, regalatagli da Battisti (anche i grandi sbagliano, bisbiglia sottovoce) con un malinconico “tiella, tanto nun glie-la fa”. Era E penso a te, che con L’aquila e Amore caro, amore bello, sempre di Battisti-Mogol, avrebbe raggiunto le vette dell’hit parade.

Gli chiedo da dove tragga origine questa sua incredibile capacità magnetica d’intrattenere il pubblico, aspettandomi le storie sul mitico “Derby” di Milano: il locale del cabaret degli anni Sessanta dove si esibiva assieme a Cochi e Renato, Felice Andreasi e Lino Toffolo. Lo spiazzo è totale, quando Lauzi inizia a parlare delle trincee italiane e della seconda guerra mondiale. Nella speranza che non la butti in politica, ascolto interessato: “Era il 1944, avevo sette anni e la sera mia mamma mi piazzava nelle trincee italiane, dove io guardavo questi soldati curvi fare la guerra, certo, in trincea la guerra la fai a novanta, chiaro no? Alla sera, quando il fuoco nemico andava a riposare, mi mettevo a cantare e si sentiva fare lo stesso dalle trincee avversarie, ma io cantavo decisamente meglio. È iniziata tutta così la mia passione per la musica, e nel 1961 incidevo il mio primo brano”.
Insomma sembra che del libro proprio non ci tenga a parlare: “È una storia troppo complessa perché possa essere raccontata in poche parole, leggetela e poi ci si rivede per i commenti, pomodori, verze o qualche donazione”. La sua speranza, ci confessa con tono serioso, è quella di avere detto (nella sua vita) tutto quello che ci si aspettava da lui, ma senza tradire quello che voleva dire, e se le due cose alla fine dei conti combaceranno, solo allora si ritirerà soddisfatto, ma “c’è ancora un po’ di tempo per le valutazioni finali”.

Lauzi assieme a Cochi e Renato

Qualcuno gli fa notare che è arrivato il tempo della musica; bisogna chiudere la piacevole conversazione, un’interessante discussione sulla canzone italiana e sulla vita di una persona che a questa s’intreccia, nonostante una malattia grave, ma non troppo se “il mio dottore dice che la mia voce ha acquistato 1/8, da quando mi sono ammalato”. Vederlo salire sul palco alla ricerca di un bicchiere d’acqua che non arriva, mentre i musicisti distratti accordano i loro strumenti, è il manifesto della nostalgia per un passato che chi scrive non ha mai vissuto. È con quella nostalgia che si parte, “Siamo nel 1966, annata eccezionale per il Barolo, mentre Gino Paoli cantava Sapore di sale eBuscaglione Parlami d’amore Mariù, io cantavo Ritornerai ”.

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