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Cinema

Sulle Giornate del Cinema Muto 2005

Doveva essere l’anno del ritorno alla casa madre, quel glorioso “Teatro Verdi” di Pordenone che aveva legato il suo nome alla nascita delle Giornate del cinema muto.
Doveva essere, ma così non è stato. Il ricostruito Teatro Verdi ha visto sì la sua maestosa riapertura nel maggio 2005 ma il suo rifacimento, se è andato incontro alle esigenze degli organizzatori di manifestazioni teatrali e musicali, ha lasciato insoddisfatti gli artefici delle Giornate che non hanno ritenuto opportuno offrire agli oltre ottocento ospiti delle condizioni di visibilità non in linea con gli elevati standard qualitativi che da sempre sono un fiore all’occhiello della manifestazione.

Immagine articolo Fucine Mute

Così per il settimo anno consecutivo, è stata Sacile ad ospitare le Giornate. Al tempo stesso, però, per non scontentare la cittadinanza pordenonese si è deciso di aggiungere due serate speciali, una pre-apertura ed una post-chiusura da effettuare al Teatro Verdi.
Prima di dar conto del, come sempre, ricco programma di questa ventiquattresima edizione, è doveroso ricordare la scomparsa nel gennaio scorso, alla veneranda età di 94 anni, di Davide Turconi, primo fondatore e primo direttore della manifestazione. Turconi, al cinema muto, ha dedicato gran parte della sua lunga vita, contrassegnata da una generosa e disinteressata opera di proselitismo per avvicinare più generazioni di appassionati al cinema dei primordi. E proprio Paolo Cherchi Usai, il suo allievo più dotato, gli ha delicato sul catalogo della manifestazione un bellissimo ricordo.
Una delle scoperte più emozionanti di quest’anno è stata la rassegna intitolata “Antoine cineasta e il realismo francese”. In effetti la fama di André Antoine (1858-1943) non supera la ristretta cerchia dei cinefili. Egli ebbe la sfortuna di affacciarsi al cinema piuttosto tardi, nel 1914, dopo aver dovuto dare le dimissioni dalla carica di direttore del Théâtre de L’Odeon. All’epoca una forte crisi teatrale consigliava Antoine ad indirizzare la sua carriera artistica in altre direzioni. Ecco allora, dopo aver collaborato alla co-regia di “93” di Albert Capellani, la possibilità di cimentarsi nella regia con “I fratelli Corsi” (1915). Si tratta di un’opera con una struttura narrativa piuttosto sofisticata. Protagonista è lo scrittore Alexandre Dumas che si reca in Corsica dove viene a conoscere una storia di vendette avvenuta quattro secoli prima. Seguono altri film tra cui spicca nel 1919 “Israel”, molto interessante perché mostra l’antisemitismo ai tempi di Dreyfus. Ad Antoine va ascritto il merito di aver affrontato il rapporto tra realtà e finzione nel cinema, marcando anche le differenze di quest’ultimo dal teatro. Le opere successive “Mademoiselle de la Seigliere” e “La terre” vedono la luce tra il 1919 e il 1921, mentre “L’hirondelle e la mesange” (1920) viene rifiutata dalla Pathé, dopo aver giudicato il materiale girato troppo documentaristico e quindi, dal loro punto di vista, poco commerciale. Per fortuna nel 1984 lo svizzero Henry Colpi, attivo nella critica ma anche nel montaggio e nella regia, si impegna con buoni risultati, in una ricostruzione il più fedele possibile alle intenzioni di Antoine suscitando l’entusiasmo di coloro che assistono all’evento, tra cui spicca il nome del celebre Bertand Tavernier. Quella stessa edizione, con l’accompagnamento della partitura musicale composta e diretta da Raymond Alessandrini ed eseguita dal gruppo musicale Octuor de France, ha chiuso degnamente al Teatro Zancanaro di Sacile le Giornate di fronte ad una platea folta ed ammirata. La storia concerne un fosco dramma sanguinario che si consuma su un’imbarcazione che scivola lentamente tra i canali delle Fiandre, ma la sua forza e bellezza sta nella potenza dell’immagine di un paesaggio che diviene il vero protagonista del film. Dopo questo lavoro sfortunato gira “L’arlesienne” (1922) dall’omonimo racconto di Alphonse Daudet. Si tratta di un solido melodramma ambientato nella campagna della Camargue. Successivamente Andrè Antoine abbandona la regia ed affida alla carta stampata le sue riflessioni su cinema e teatro.

Immagine articolo Fucine Mute

Altro punto di forza delle Giornate e stata la ragguardevole retrospettiva dedicata al cinema muto giapponese contraddistinta da due significativi anniversari: i 100 anni dalla nascita di Mikio Naruse (Tokio 1905-1969) e i 110 anni che sono trascorsi dalla costituzione della società cinematografica Shochiku, tuttora in attività. Come noto Tokio venne colpita nel 1923 da un violentissimo terremoto e nel 1945 da una pesante offensiva bellica che causò numerosissime vittime ma anche la distruzione di una gran quantità di pellicole. Quel poco che si è salvato e la volontà di renderlo visibile si deve all’appassionato lavoro di restauro compiuto dal National Film Center di Tokio. A Sacile si sono viste delle gemme preziose. Per quanto concerne Mikio Naruse la sua carriera nelll’ambito cinematografico è iniziata dal grandino più basso: assunto come attrezzista viene poi promosso aiuto registra e successivamente sceneggiatore entrando nella cerchia di un altro grande cineasta Heinosuke Gosho, più vecchio di lui di tre anni e di cui si è visto a Sacile “La danzatrice di Izu”, tratto dal celebre romanzo di Kabata, appassionata storia d’amore di una ballerina per uno studente. Quattro invece le opere proposte di Naruse a cominciare da “Senza legami di parentela” (1932), il suo secondo film, un melodramma incentrato sul vano tentativo di una madre di riconquistare l’affetto della figlia che aveva abbandonato. Gli altri tre film sono stati “Dopo la nostra separazione” (1933), “Sogni di una notte” (1933) e “La strada senza fine” (1934) che è contemporaneamente il suo ultimo film per la Shochiku e il suo ultimo film muto.

Una serata memorabile di questa edizione si è avuta il 12 ottobre, giorno in cui Lilian Gish avrebbe compiuto 122 anni. Per la cronaca, o meglio per la storia, la Gish sfiorò il raggiungimento del centenario essendosi spenta il 27 febbraio del 1993. L’omaggio alla grande attrice prediletta da Griffith ha riguardato un grande successo dell’epoca “La lettera rossa” che il regista svedese Victor Sjostrom realizzò nel 1926 per la MGM prendendo ispirazione dal romanzo di Nathaniel Hawthorne. La Gish interpreta, sullo sfondo del Massachussetts del 1660, una donna che si concede ad un reverendo pensando di essere rimasta vedova. I guai cominciano quando scopre di essere rimasta incinta e ancor più quando il redivivo marito medita una tremenda vendetta. Per la cronaca, ma non per la storia, nel 1995 anche Demi Moore recitò lo stesso personaggio ma con esito decisamente inferiore.

Nel cammino intrapreso per analizzare la monumentale opera di David Wark Griffith (1875-1948) si sono presi in esame i film prodotti tra il 1916 e il 1918 tra cui spiccano l’epico “Intolerance“, che sceglie quattro episodi avvenuti in epoche molto distanti per denunciare tutte le possibili forme di intolleranza, e “Broken Blossoms”, opera intimista girata in soli 18 giorni con una straordinaria interpretazione della Gish nei panni di una ragazza rimasta orfana di madre e contesa tra il padre pugile e un commerciante cinese.

Immagine articolo Fucine Mute

Tra le inattese scoperte c’è stato spazio anche per un piccolo omaggio alla scrittrice Elinor Glyn (1864-1943). Nata sull’isola di Jersey, trasferitasi da bambina in Canada, Elinor è successivamente approdata ad Hollywood distinguendosi sia come sceneggiatrice sia come cronista di bon ton e di intrighi amorosi. Tratti da due suoi romanzi sono stati proiettati il film ungherese “Tre settimane” (1917) di Marton Garas e l’americano ”L’età di amare” (1922) di Sam Wood con Gloria Swanson e Rudolph Valentino. Il secondo è un drammone melodrammatico dove la fatale Swanson tradisce l’anziano e ricco marito con il prestante e focoso Valentino. Come curiosità va segnalato che le scene d’amore furono girate due volte: più caste per il mercato americano e più esplicite per l’Europa. La copia recentemente ritrovata e restaurata proviene dal Nederlands Filmmuseum e ci permette di vedere dunque la versione più pruriginosa.

Una sorpresa davvero gradita è stata la presenza a Sacile di Diana Serra Cary che all’età di tre anni, nei primi anni ’20, già sgambettava di fronte alla cinepresa. Oggi è un’arzilla e vivacissima signora di oltre 80 anni che testimonia generosamente, anche con saggi critici, l’atmosfera del cinema delle origini. Infine, e non poteva essere diversamente, anche le Giornate hanno voluto ricordare il centenario delle nascita di Greta Garbo con un bel documentario firmato dalla coppia Kevin Brownlow e Christopher Bird, ed il fiammeggiante melodramma “La carne e il diavolo” (1927) di Clarence Brown, dove la Divina recita al fianco di John Gilbert. All’epoca si parlò di una storia d’amore tra i due. Forse vera, forse solo fabbricata dall’ufficio pubblicità della MGM. Quello che sappiamo per certo è invece che il mito della Garbo non è stato minimamente intaccato dallo scorrere del tempo e da quei 60 anni e più che ci separano dalla sua ultima apparizione in “Non tradirmi con me” (1941) di George Cukor.

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