// stai leggendo...

Arte

War is over

1945-2005. La Libertà dell’arte

Kendell Geers, T.W. (I.N.R.I.), 1995-2002War is Over titola non a caso le nuova mostra del GAMec di Bergamo ispirandosi direttamente all’opera mediatica della coppia Yoko Ono/John Lennon, compiuta nel 1969, vessillo di protesta contro la guerra in Vietnam: nelle principali piazze di dodici grandi città del pianeta, da New York a Londra a Roma, fu installato un grande pannello bianco con la scritta nera WAR IS OVER! If you want it, con lo scopo di avvicinare le persone di tutto il mondo ad una tragedia bellica che si rivelava sempre più inutile, attraverso un ragionamento personale, in cui quel “se tu lo vuoi” è la chiave di tutto.
Non fotografie sconvolgenti, non filmati di violenze, ai quali, non senza malizia e un certo piacere feticista ci siamo abituati fin proprio da quella prima “lontana” guerra così “televisiva”, ma una semplice enorme scritta di sapore concettuale che crea lo shock tra l’annuncio della guerra già finita e il condizionale If you want it, che corrisponde a “la guerra è finita solo se tu lo vuoi veramente”.
Si espresse allora tutta la carica positivamente idealistica di quegl’anni, in cui si è per un attimo creduto che l’arte potesse fermare la guerra facendo breccia negli individui, quando invece nonostante il possibile coinvolgimento personale, l’arte risulta troppo debole rispetto all’endemicità della violenza.

Questa premessa è necessaria per intendere il significato dell’odierna rassegna piuttosto eterogenea che investe appieno il ‘900, tra pittura, scultura, fotografia e installazione, curata da Giacinto di Pietrantonio e Maria Cristina Rodeschini Galati, visitabile fino al 26 febbario 2006.
In War is Over 1945-2005, si parla di Libertà mostrando la guerra, o meglio, di arte che si arreca la libertà spesso difficile e coraggiosa di denunciare la guerra; è per cui libertà dell’uomo dalla guerra e libertà dell’arte come comunicazione umana che deve essere priva di restrizioni: arte libera agli uomini liberi e arte comunque libera agli uomini che la libertà invocano!
Il percorso si snoda lungo undici sezioni tematiche che uniscono i temi della vita in guerra, della protesta e della rivoluzione, della storia e della pace, racchiudendo opere che vanno da Picasso a Beuys, da Vanessa Beecroft a Gerhard Richter a Mimmo Paladino, anticipando il 1945 con esempi futuristi e della Nuova Oggettività.
La città di Bergamo ha fisicamente introdotto la mostra fin da gennaio 2005, con l’affissione di grandi manifesti spesso di forte impatto, curati per l’occasione da alcuni degli artisti presenti, come quello di Fabio Mauri, che porta nelle strade un primo piano di Hitler a teatro con i suoi fedelissimi dagli stivali luccicanti di nero o il terrorista scabro di Costa Vece, presenti in catalogo.
Popoli di tutto il mondo unitevi, è un invito più che un imperativo, è l’accoglienza variopinta della prima sala, vivace di bandiere di ogni tipo, ma rigorosamente non tradizionali: Costa Vece, artista svizzero di origine italiana (1969), ci porta in Turchia con Revoluciòn, una felpa rossa sulla quale l’inconfondibile spicchio di luna è un calzino bianco e in Grecia con una camicia estiva a strisce bianche e azzurre rendendo materiale e “popolare” come mai, ciò che è il più casto simbolo dell’ufficialità di una nazione.
L’artista afro-americano David Hammons (1943), come indica il titolo African-American Flag, 1990, realizza la bandiera a stelle e strisce statunitense con i colori propri del panafricanesimo teorizzato dal profeta Marcus Garvey che nel 1920 ideò una bandiera con il nero, colore della pelle, il rosso del sangue e il verde della potente natura africana.
Hammons, da sempre impegnato tramite la sua arte a mantenere il forte legame con le radici africane in contrasto con un sistema che le ha sfruttate senza mai accettarle del tutto, sa essere ironicamente autocritico e pungente, come in questa forte appropriazione e fusione di simboli inconciliabili se non nell’arte.
Effettivamente per il numero di abitanti di colore è come se esistessero degli “stati uniti di africani” negli Usa, che si riuniscono sotto le stelle e le strisce non per questo dovendo rinunciare ai colori della loro vera terra.
La seconda sala, Degenerare-Generare, è particolarmente importante come documento storico-artistico di una delle più eclatanti vicende di censura dell’arte moderna: “Arte Degenerata” fu il titolo di una mostra itinerante che si svolse nella Germania nazista nel 1937, con lo scopo di raggruppare e mostrare il decadimento disprezzabile dell’arte d’avanguardia, espressionismo, astrattismo e dadaismo, esempi da non seguire, vittime di roghi e censure da parte del “purismo” maniacale e conservatore del regime, che trafugò seimila opere dai musei tedeschi esponendone come monito seicento. In realtà la mostra, vietata ai giovani, ebbe un enorme successo di pubblico, quasi un milione totale di visitatori in città quali Monaco, Berlino, Amburgo, Vienna.

Vanessa Beecroft, Performance VB39, 1999

Come il “degenerare” della storia, della società, riesca ad essere fecondo, principio di tutta l’esposizione secondo il quale la forza vitale dell’arte è tale da non farsi limitare dalla tragedia ma da essa trarre comunque ispirazione per rigenerarsi e mostrarsi in lotta.
Di Pietrantonio fa un esempio paradossale in catalogo ricordando come Guernica di Picasso sia nata dal dramma anche emotivo di un bombardamento aereo, opera cardine che riassume e supera tutte le conquiste delle Avanguardie.
Fatto curioso, la presenza di due acquerelli di Adolf Hitler, risalenti alle sue aspirazioni giovanili di artista purtroppo mancato; la Nuova Oggettività, di Georg Grosz (1893-1959) e Otto Dix (1891-1969), l’Astrattismo di Kandinsky (1866-1944) e Klee (!879-1940) a ricordarci la grande e sfortunata impresa del Bauhaus.
L’ironia geniale e stilisticamente ineccepibile dei fotomontaggi di John Heartfiled (1891-1968), che bruciano i panni del dittatore tedesco per rivestirlo da tronfia marionetta, trovano una recente risposta nella foto del gruppo IRWIN, che si fa ritrarre con i famigerati baffetti neri hitleriani a forma quadrata, omaggio a Malevic il cui astrattismo spiritualistico fu inviso al regime staliniano.

Presente una tela di Lyonel Feininger, pittore tedesco-americano meritevole di maggiore fama, nato e morto a New York (1871-1956) ma attivo fin da giovane in Germania, insegnante del Bauhaus di Gropius, mantiene vivo in una pittura d’avanguardia fatta di geometria e astrazione cubista quel concetto di Sublime tanto caro al Romanticismo tedesco, come in Dunen mit Mondsichel, 1937, (anno in cui è costretto a tornare negli Usa dai nazisti), paesaggio notturno di luce in cui solo alla fine dello spazio immenso si ritrova tutta la solitudine della figura umana.
Il parigino Christian Boltansky (1944), da sempre distilla arte dal tema del “ricordo”, riscrivendo una storia non di impersonali eventi in successione, come nei manuali scolastici, ma più storie quanti sono gli individui che riporta alla luce della vita e della nostra attenzione: visi sconosciuti in luoghi senza un nome, colti dalla fotografia in atteggiamenti comuni e intimi; i quattro ritratti fotografici esposti provengono da un album di famiglia trovato ad un mercatino delle pulci berlinese.
Nella sezione Ostaggi è l’aspetto materico e la sua percezione tattile-emotiva che prende il sopravvento, una materia ruvida e spoglia come la pelle sofferta degli ostaggi di ogni tempo e latitudine, attraverso le coperte rattoppate e antropomorfe di Berline De Bruyckere (1966), i sacchi di Alberto Burri (1915-1995), gli stampi umani in poliuretano della performance filmata di Santiago Sierra, e ovviamente i più famosi Otages pastosi e brutali di Jean Fautrier (1889-1964).
Attenti! avverte la quarta sala, ai militari che ci proteggono o ci uccidono a seconda del campo di battaglia che occupiamo; Vanessa Beecroft (1969), ricava una ragione estetizzante di motivi dicromi bianchi e neri dalla fotografia di marinai impettiti della US Navy che posano in una grande sala bianca; “antiestetico” e come sempre ironico Enrico Baj (1924-2003) e il suo militare di stoffe e collages, ridicolo nel contrappunto tra l’improbabile naso e l’accenno di saluto romano.
Percorrendo Trincea dell’esistenza, la Rivoluzione siamo noi, Protesta, si giunge forse alla scossa più forte, che fa vibrare un tema iconografico tradizionale con l’energia dell’esistenzialismo moderno: Nel nome del Padre restituisce l’archetipo della crocifissione del Cristo-Uomo, sacrificio umano per gli uomini e degli uomini che quotidianamente nella carne e nello spirito sentono il rumore e il dolore dei chiodi infissi nella carne; la famosa Crocifissione di Guttuso del 1941, che proprio in questa città diede scandalo per il trattamento atipico di un tema sacro, ma che ottenne il Premio Bergamo del 1942.
Il comandante della luce in perlustrazione è il titolo affascinante quanto la scultura, di Enzo Cucchi (1949), maestro della Transavanguardia, che allunga in una “colonna” il corpo del Cristo che si fonde e genera dalla croce stessa, il cui braccio minore è significativamente formato dalla testa di Cristo e dal teschio suo intrinseco alter-ego.

Renato Guttuso, Crocifissione, 1941

La croce fortemente simbolista Rozenkranz dell’artista anversese Jan Fabre (1958), è il risultato tra l’anatomia di un’armatura guerresca che ricopre la croce e un nucleo di scarabei, simbolo di metamorfosi e perciò resurrezione; il nome risale alle sonate barocche dette “rozenkranz sonaten” che ripercorrevano la vita del Cristo come cammino di redenzione.
A questa sala appartiene infine l’opera del sudafricano Kendell Geers (1968), manifesto della mostra, crocifisso ligneo avvolto dal nastro segnaletico bianco e rosso che si utilizza nei lavori in corso, come a recludere alla vista diretta un simbolo che “inconsapevolmente” si è visto tramutare da Salvazione a Sopruso.
Concludono Il Bel Paese, critica ironica sull’Italia dal dopoguerra ad oggi con solo artisti italiani contemporanei, Ossessione della Storia e Orizzonte del Futuro.

War is over 1945-2005. La Libertà dell’arte da Picasso a Warhol a Cattelan.


GAMeC
Via San Tomaso, 53, 24121, Bergamo


Martedì, mercoledì, domenica ore 10-19;
giovedì, venerdì e sabato ore 10-22; chiuso lunedì
Biglietto intero 6 euro, ridotto e gruppi 4 euro


Informazioni GAMeC
tel. 39 035 399528
fax 39 035 236962
www.gamec.it
Ufficio stampa:
[email protected]

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Montalbano Je suis

La morte nei film di animazione

Il romanzo di Sant Jordi: Màrius Serra...

Scoprendo Joe Orton (II)

Joe Orton: Scoprendo Joe Orton (I)

Dan Panosian: Una passione di famiglia

Piero Alligo: La magia delle tavole originali

La parola alla difesa e Poirot non...

È troppo facile e Dieci piccoli indiani

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Un viaggio senza fine

Barriera invisibile (Gentleman’s Agreement)

José Muñoz: Miraggi di memoria

C.B. Cebulski: Il globetrotter della Marvel

Trieste Film Festival 2019

Umberto Pignatelli: La rinascita del librogame?

Dave McKean: L’illusione del significato

Tito Faraci: Feltrinelli Comics: una scommessa vinta

James O'Barr e Chiara Bautista: Oltre Il Corvo

Marco Steiner: Corto come un romanzo, anzi due

Cinemassacro di Boris Vian: Il cinema parodiato...

Chesil Beach: Si può tradire Shakespeare, non...

Trieste Science+Fiction Festival 2018

Casomai un’immagine

mar-21 viv-31 th-54 th-66 25 30 11_pm kubrick-15 petkovsek_10 mccarroll12 t 01 20 26 cip-05 holy_wood_01 p9 Otrok37 mis-pre1 pm-13 pm-30 pm-37 murphy-04 murphy-17 05 galleria-03 31 wendygall-10 Il Museo della Mafia / Padiglione Italia refused-41