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Scrittura

Luis Sepúlveda

I peggiori racconti di due fratelli del Sur

Immagine articolo Fucine MuteHo la fortuna d’avere più di qualche amico in Cile. Gente del Sur, innamorata ed ancorata nei modi più svariati a quell’infinita lingua terra che tagliando molteplici latitudini per settemila chilometri, nasce dal microcosmo antartico e si spinge, diritta come una lancia, verso la linea dell’equatore sudamericano. Luis Sepulveda, per gli amici “Lucho”, lo conobbi nel novembre del 2004 a Santiago, in casa di Victor Hugo de la Fuente, direttore dell’editoria cilena “Le Monde diplomatique”, per la cui rivista mensile “Ancora crediamo nei sogni”, Sepulveda scrive con sacra abitudine e dedizione, pur avendo fissato da anni la propria dimora in Asturia, e più precisamente a Gijon, città affacciata sul mar cantabrico. Come potrebbe un cileno, d’altro canto, vivere senza vedere il mare? Neruda ne è stata una eloquente dimostrazione.
La prima immagine che ho di questo scrittore, me lo ritorna avvolto in un accappatoio blu, imprigionato da un tremendo raffreddore. Così conciato, mi raccontò come gli bastarono due bottiglie di vino, probabilmente d’ottimo cabernet-sauvignon cileno, per “comprare” dal fratello di lei, colei che per lui è amore, la dolcissima e forte poetessa Carmen Yànez, donna che ha sposato due volte nel corso d’una vita complicata, “militante” e profondamente umana.
L’incontro si è rinnovato nel maggio passato, in occasione del settimo festival ispano-americano di Gijon, che Sepulveda organizza annualmente nella città cantabrica, riunendo scrittori sudamericani ed iberici, tra dibattiti e “asados”.
In quella circostanza conobbi Mario Delgado Aparaín, uruguayano, e lessi “Los peores cuentos de los hermanos Grim”, scritto assieme a Lucho in lingua madre.
Da quel momento con Sepulveda, siamo rimasti d’accordo di sviluppare — prima o poi — un’intervista speciale, atta a sviscerare quali dei temi e dei motivi cervantini, siano sopravvissuti ed approdati ai giorni nostri dal 1605, anno che rimarrà indelebile nella storia della letteratura mondiale per aver dato alla luce l’Idalgo Don Chisciotte della Mancha. Intervista che permane ancora incompiuta, e che sospetto lo rimarrà ancora, quasi dovesse offrirci l’occasione d’incontri ulteriori.

Il teatro Verdi di Pordenone è zeppo in tutti i posti disponibili, pubblico giovane, curioso di scoprire “I peggiori racconti dei fratelli Grim”, presentati in anteprima italiana al Pordenonelegge.it.
L’atmosfera è celebrativa, le luci fisse incorniciano sulla scena le bianche poltrone ancora vuote. Si respira impazienza tra le file straripanti del teatro e si applaude a più riprese per incitare l’inizio della presentazione. Ad un tratto l’ovazione fa da ouverture al continuo divertimento d’un pubblico colto di sorpresa mentre scopre, passo dopo passo, i segreti d’un libro “anomalo” per entrambi gli autori, diverso dalle traiettorie letterarie alle quali ci aveva abituati, sin qui, l’icona Sepulveda, o dai racconti radicati nel realismo onirico del sud America di Delgado Aparaín.
“I peggiori racconti dei fratelli Grim” è una storia dai contenuti umoristici che impregnano un mai domo impianto sciaradista sguinzagliato su una vicenda sudamericana che si sospetta quasi “privata”, pur costituendo un archetipo raffinato.

Immagine articolo Fucine MutePaolo Ghiotto Marin (PGM): Prima d’iniziare, Mario, desidero una dedica sul tuo libro can-ta-bri-co “Il canto della corvina nera”, davvero bello ed essenziale.

Mario Delgado Aparaín (MDA): Mi sono emozionato scorgendo che lo tenevi tra le mani, davvero! Dopo un’ora e mezza di dediche apposte sui “Peggiori racconti dei fratelli Grim”, vedendoti apparire tra la folla con questa produzione uruguayana distribuita a Gijon appena il maggio scorso, mi è sembrata una festa di fratelli d’anima capace d’attraversare i ponti del cuore.

PGM: Quando sei entrato sul palcoscenico del teatro, ho notato il tuo volto: non ti aspettavi che Pordenone vi riservasse un’accoglienza del genere…

MDA: Non essendoci abituato, è stata una vera sorpresa. Se poi penso che molte persone non sono riuscite nemmeno ad entrare…

PGM: Con “Il canto della corvina nera” hai raccontato le peripezie e le gesta eroiche di certi microcosmi, pescatori uruguayani alla deriva tra le coste sudamericane e quelle lusitane, hai dipinto ambienti platensi. Un tocco preciso ed umoristico ben cadenzato tra il realistico ed il fantastico. Quando poi mi è toccato di leggere “Los peores cuentos de los hermanos Grim” ho riscontrato lo stesso umorismo, sottile, le medesime cadenze.

MDA: È un libro che io e Lucho abbiamo scritto divertendoci molto in un’atmosfera pervasa da grande allegria…

PGM: Sull’edizione spagnola della Roca Editorial, a chiudere il libro, c’è una fotografia che rappresenta benissimo il divertimento di cui parli: tu e Luis, immortalati in un letto matrimoniale, sotto le lenzuola e con un telecomando in mano. Una fotografia dell’argentino Daniel Mordzinski, un grande amico di Luis, che avete anche citato nel libro, assieme a tanti altri… Divertimento ed amicizia, quindi.

MDA: Senza ombra di dubbio! Quando ho iniziato a scrivere questo libro a quattro mani con Lucho — una sorta di delirio raffinato — ho dovuto sopprimere una certa timidezza, un senso d’imbarazzo, mai poi no, man mano che andavamo avanti con gli aneddoti e le circostanze, mi sentivo sempre più leggero ed euforico, simile ad un cavallo pazzo che qualcuno avesse spronato lungo le lande del sud, le terre patagoniche di gauchos che non sono soltanto geografie, ma pure luoghi della memoria, ricettacoli dei ricordi di quando eravamo ragazzi.
Ti faccio un esempio: nelle vicende dei “Peggiori racconti dei fratelli Grim”, entrano ed escono, citati e storpiati, personaggi come Pancho Lancaster, Antonio Curtis, ma pure Juanito Weissmuller, Humberto de las Mercedes Bogart, Don Juan de Dios Wayne, Charloto Eeaston, Don Genaro Kelly. Perché questi nomi? Semplicemente perché sono gli eroi cinematografici della nostra giovinezza, un cinema prevalentemente hollywoodiano. Il novanta per cento del cinema che ci veniva proposto in gioventù era nordamericano, e come in tutti i giochi dei ragazzi che si rispettino, i protagonisti dei film sono finiti dentro le nostre vicende di cavalieri patagonici, nel gioco di questo libro scritto in due.

PGM: Immagino che dietro a questo andare comico-burlesco, ci sia anche un intento più serio.

MDA: Certo. Io e Lucho abbiamo voluto rendere omaggio, riscattandolo, ad un genere letterario quasi scomparso, quale è il romanzo epistolare, perché “I peggiori racconti dei fratelli Grim” sono il frutto d’un rapporto epistolare che si genera tra due professori sudamericani, semplici ma appassionati. Il Dr. Orson C. Castellanos di Mosquito, Uruguay e il Dr. Segismundo Ramiro Von Klatsch di Tortitas, Patagonia.

PGM: Non so perché, ma mi sembra d’indovinare chi si celi sotto le spoglie di questi due tipi.

MDA: Io e Lucho ci siamo travestiti, abbiamo indossato i panni di quei due professori entusiasti, e con l’aiuto di due postini grotteschi, ma nello stesso tempo idealisti, perfino fanatici del proprio lavoro — Miguel Strogoff e Rosevèl Aldao — ci siamo iniziati al “Peggiori racconti dei fratelli Grim”, tessendo con pazienza e divertimento le loro vicende.
Il romanzo è anche un omaggio dedicato al ricordo dei nostri genitori e dei nostri nonni. Fino a venticinque anni fa si scriveva abitualmente delle lettere. Oggigiorno la lingua spagnola, italiana, e in particolar modo quella portoghese (la conferma mi è stata data dal nostro comune amico di Lisbona, Vergilio Alberto Viera, che insegna come ben sai nelle scuole medie della capitale lusitana) si sono impoveriti notevolmente a causa della standardizzazione di internet, un linguaggio che ha imbastardito gli idiomi. Fenomeno di comunicazione che tra i giovani, ha ridotto il loro vocabolario da 80.000 a meno di 20.000 parole.
Un tempo esisteva la magia della lettera, un bellissimo rituale quello scrivere a mano, mettendo sulla carta tutto ciò che si pensava senza badare alla sintesi. Poi s’infilava la lettera in una busta, ci si recava all’ufficio postale, vi ci si apponeva un francobollo e la si inviava. Ed il rito non si esauriva lì: iniziava invece una parte importante della liturgia, si contavano i giorni, rimanendo in trepida attesa d’una risposta.
Questo significa che esiste un gran ponte tra chi scrive e chi riceve una lettera. La grande avventura del nostro romanzo è l’idea dei due professori che rivendicano l’epistola come genere letterario. È questo che ci ha permesso di sentirci genuini ed onesti, ci siamo divertiti come bambini offrendo nello stesso tempo un vero e proprio omaggio alla nostra generazione, ai miti, alle leggende, alle stupidaggini delle politiche dittatoriali e dei regimi imperialisti. Tutto è avvenuto tramite le lettere dei due professori. Con parole rivolte anche a noi stessi abbiamo cercato di far rivivere la profondità e il culto della lingua.

Immagine articolo Fucine Mute

PGM: Lucho, mi spiegheresti la genesi de “I peggiori racconti dei fratelli Grim”? Come nasce questo romanzo a quattro mani?

Luis Sepulveda (LS): A differenza di quanto si potrebbe pensare, è difficile instaurare un accordo tra due scrittori che decidano di scrivere qualcosa a quattro mani. Nel mondo della scrittura, casi simili se ne contano a bizzeffe, ma quasi tutti vanno a finir male perché è molto difficile arrivare ad un accordo preciso sui compiti legati alla risoluzione del contesto letterario. Con Mario Delgado Aparaín, siamo amici da moltissimi anni, venticinque precisamente, abbiamo moltissime cose in comune. Ad esempio, siamo entrambi nati nel 1949, stesso anno di nascita di Paco Taibo II°, cosa che dimostra come l’anno 1949 sia stato fondamentale per la letteratura. Siamo entrambi sudamericani, abbiamo lo stesso passato, abbiamo conosciuto la dittatura, la repressione, la clandestinità, la resistenza, la lotta per arrivare alla democrazia, il proseguimento della democrazia…

MDA: Sono molto felice, perché dopo moltissimi anni, per la prima volta nella storia dell’Uruguay, ha finalmente vinto le elezioni presidenziali una coalizione di sinistra chiamata “Fronte Ampio”.

LS: Un buon esempio per gli italiani… Come vedi condividiamo moltissime cose che abbiamo sempre cercato di conseguire. Ci unisce un’affettuosa amicizia ed una stima reciproca per le nostre rispettive opere letterarie. Considero “La ballata di Johnny Sosa”, tradotta anche in italiano, una delle più belle storie che la letteratura sudamericana abbia prodotto negli ultimi trent’anni… Insomma, nutrivamo da sempre il desiderio di scrivere qualcosa a quattro mani, ma ci mancava un tema sul quale incentrare il lavoro, e si sa, forzare una storia come pretesto non è mai una cosa ben fatta. In letteratura, il tema è sempre un dono della realtà e della coincidenza, e quindi è un errore fatale per uno scrittore mettersi a caccia d’un soggetto. Di norma, accade esattamente il contrario, perché è il tema che sceglie lo scrittore, s’incorpora nella sua natura, matura nel suo pensiero, trasformandosi in un’ossessione che prima o poi sfocerà in scrittura.

PGM: Vi mancava un argomento, quindi…

LS: Sì, era quello che ci mancava, fino a quando, circa tre anni fa, durante un fine settimana trascorso nella mia casa di Gijon, mi capitò d’imbattermi in “La voz del sur di Punta Arenas”, un sito d’un giornale della Patagonia cilena, mentre consultavo su internet la stampa latino americana, cosa che mi piace fare spesso.
In occasione del centenario dalla fondazione, la direzione metteva in rete i primi trenta quotidiani pubblicati nell’anno 1903. Ho iniziato a curiosare, rimanendo colpito dalla notizia di un fatto avvenuto nell’estancia della signora Sara Braun.
Sara Braun, è passata alla storia come massacratrice d’Indios del sud, responsabile e mandante d’un immenso genocidio che portò allo sterminio di quasi ottantamila persone, tra cui gli Hona patagonici. L’unico fine di questa signora era quello d’espropriare ed impossessarsi dei terreni indigeni per poi trasformarli in pascoli. Terreni per sei milioni di ettari: per riuscire a visualizzare la dimensione del territorio che il massacro le permise d’assoggettare alla proprietà di famiglia, basti pensare che un ettaro corrisponde più o meno ad un campo di calcio: un territorio simile a sei milioni di campi da calcio messi assieme.

Immagine articolo Fucine Mute

Il giornale di Punta Arenas riferiva che nella proprietà di Sara Braun, si era svolta una festa durata una settimana intera. A quel punto scoprii qualcosa che mi commosse profondamente. Il nome di un circo, ”Le aquile umane”, era lo stesso circo di cui avevo visto gli spettacoli ai tempi della mia adolescenza, li ricordavo ancora. Era un circo latino americano, cileno, povero, senza animali; pulci ne aveva sicuramente… Il clown non era particolarmente comico, i trapezisti erano vecchi, avevano l’artrite, eppure quel modo amoroso d’essere circensi gli procurava sempre un sacco d’applausi. L’unica volta che il circo delle “Aquile umane” presentò un animale avevo circa dodici anni. Annunciarono il numero di una giraffa. L’avevano probabilmente acquistata da un giardino zoologico decadente e in bancarotta, era un giraffa vecchia che nemmeno si muoveva, non faceva assolutamente niente, eppure si applaudiva lo stesso.
La “voce del sud di Punta Arenas”, informava che la seconda attrazione partecipante alla festa di Sara Braun, dopo il circo, era stata quella dei fratelli Grim…
Mi sono detto: “No, no, un momento, i fratelli Grimm, scrittori tedeschi, non sono mai giunti in Sud America!”. Tra l’altro, notai che il cognome di questi due fratelli riportava una sola emme, mentre i famosi tedeschi ne avevano senz’altro due. Dopo cinque minuti ho inviato una mail al direttore del giornale, chiedendogli se c’era la possibilità di ricevere maggiori informazioni su questi fratelli Grim.
Una settimana dopo, quell’uomo gentile, mi rispose che grazie ad un’ulteriore indagine, la redazione aveva scoperto altre novità riguardanti i fratelli Grim: la prima notizia riscontrata, segnalava che la festa nell’estancia della signora Brown era finita male perché i fratelli Grim cantavano in modo pessimo, non rimavano i versi e come musicisti si erano rivelati un tale disastro che il pubblico, per lo più gauchos e contadini del posto, li avevano cacciato con violenza dal palcoscenico. Loro erano ritornati sul palco a cantare, e per una seconda volta furono nuovamente ricacciati giù dai gauchos, e quelli per la seconda volta vi erano ritornati con una sorta di resistenza totalmente sudamericana…
La vicenda mi piacque, perché i due dimostrarono che l’importante non era cantare bene, ma cantare! La festa era finita male, ed ultima nota, indicava che i due fratelli avevano abbandonato la Patagonia e la Terra del Fuoco imbarcandosi in un battello diretto in Uruguay.
A quel punto mi sono detto: questo è il tema che cercavamo! Ho scritto una mail a Mario, invitandolo a leggere i tre articoli pregandolo di ricercare ulteriori notizie sui fratelli Grim nella vecchia stampa uruguayana.

PGM: E tu Mario, a quel punto che scopristi?

MDA: Un’incredibile coincidenza: ho scoperto che i fratelli Grim, ben vent’anni dopo le vicende patagoniche, cioè nel 1923, avevano fatto parte d’un vecchio circo uruguayano che, come era successo a Lucho, era lo stesso che aveva allietato la mia adolescenza. A dodici anni, i miei genitori mi accompagnavano agli spettacoli presentati dal circo “Fratelli Podestà”, altro povero circo latino americano, privo d’animali ammaestrati. Anche qui, l’unica volta che i fratelli meticci Podestà annunciarono un numero con animali lo fecero presentando l’esibizione d’un leone. Un vecchio leone africano annunciato con grande enfasi: l’animale arrivò sotto lo sguardo sospettoso degli spettatori, infatti non poteva essere un leone, si muoveva con un andamento strano, non era un felino, non aveva il portamento regale d’un leone, si rifugiava negli angoli dell’arena, alzava una gamba orinando e solitamente iniziava ad abbaiare…
La gente chiaramente si diceva: “Vedi che è un cane, non è un leone, è un cane!”. Tra l’ilarità della folla, intervenne il direttore del circo per sottolineare che quello era un leone, ma di una razza particolare: l’unico leone bilingue del mondo!
Avevo scoperto che i fratelli Grim parteciparono come partner, agli spettacoli del circo criollo “Fratelli Podestà” in una zona di frontiera tra l’Uruguay e il Brasile. Pure li, le loro performance erano finite male, anzi, malissimo. Anche li vennero cacciati con violenza dall’arena, ma anche li ritornarono a cantare. Cacciati un’altra volta, e un’altra volta ritornarono a cantare…
Impossibile non innamorarsi di quei personaggi che suonavano chitarre con le casse armoniche ricavate dalle corazze di un armadillo: così è nato il romanzo!

PGM: Quando nell’immaginazione, nella fantasia creativa ti apparvero le figure di questi due fratelli, il duo Caino ed Abele Grim, che sembianze avevano?

MDA: I fratelli Grim sono due cantori e poeti popolari molto intelligenti. Posseggono l’attitudine all’improvvisazione musicale e letteraria: ma gli esiti si rivelano del tutto negativi.

Immagine articolo Fucine Mute

PGM: In questo libro, Luis, apparentemente diverso da quelli a cui ci avevi abituati, in che modo prosegui la tua lotta ad oltranza contro regimi ed imperialismi?

LS: Celando i contenuti dietro una forma ironica e sarcastica. Esistono riferimenti ai potenti ottusi, agli intellettuali texani, per esempio, ma sono stati composti rispettando uno stile umoristico non facile e raffinato, che è proprio dei “Peggiori racconti dei fratelli Grim”. Nel glossario finale del libro, usiamo la barzelletta, la satira sottile ed intelligente. Al tipo di comunicazione “militante”, in fin dei conti, non potrei mai rinunciare. Stavolta abbiamo trasmesso il messaggio miscelandolo un po’ con tutto, valori ed ironia, seguendo il criterio del movimento, e tenendo presente che tutto ciò che non si mescola muore. Letteralmente muore. Per questo abbiamo pensato di deformare il linguaggio seguendo gli assiomi delle nostre referenze culturali, eseguendo una sorta di caricatura delle nostre tradizioni letterarie, sposando assieme sogni e realtà. Il delirio è qualcosa di tipico nella letteratura latino americana; credo perfino che uno dei nostri intenti più istintivi sia stato proprio quello di delirare, un delirio da condividere con i lettori.
Vi è un aneddoto che spiega come mai i quaccheri, a differenza di molte altre etnie, quale l’ebraica o l’induista, non giunsero mai in Patagonia. In realtà nel 1910, ci fu una migrazione di quaccheri, sbarcarono sul Rio della Plata con i loro cappelloni neri, per poi procedere verso le lande della terra del Fuoco. Accade, però, che lungo il tragitto morì una figura molto importante della loro società, l’addetto alla circoncisione. La comunità, allora, dopo lungo consiglio, decise di rivolgersi ad un gaucho, tenendo presente la grande abilità dei gauchos nel castrare gli agnelli. Purtroppo il gaucho a cui si rivolsero era molto vecchio e malato di Parkinson: questa fu la ragione che indusse i quaccheri a fuggire dal Sud America al Nord America degli Stati Uniti.

PGM: Durante la presentazione del libro al teatro Verdi, una ragazza ti ha chiesto, come mai ne “I peggiori racconti dei fratelli Grim”, pur omaggiando il continente Sud Americano, non è citato il poeta Pablo Neruda.

LS: È chiaro che l’anima di Neruda, il poeta e maestro “companero”, pervade i sentimenti di qualsiasi latino americano, la stessa cosa avviene per Juan Rulfo, Julio Cortazar, Lezama Lima, ma ancora di più, per il cileno Don Francisco Coloane. Il loro influsso è imprescindibile, ma la presenza è di fatto trasparente, priva di citazioni dirette, essendo primario in questo lavoro uno stile molto vicino a quello dei cantastorie popolari, i così detti payadores, giullari gauceschi che improvvisavano al suono di chitarre strofe amorose e satiriche. Le gare tra payadores appassionano la gente sudamericana, ma ciò non significa che vengano dimenticate le altezze morali e letterarie dei maestri della letteratura.

PGM: Quali sono stati i libri che ti hanno avvicinato alla letteratura e al tuo divenire scrittore?

LS: Le prime letture giovanili, sono state senza dubbio quelle legate ai romanzi d’avventura, Salgari, Verne, Melville, ma più che un libro in particolare, un fatto credo sia stato illuminante. Non avevo nemmeno compiuto diciott’anni quando rimasi affascinato dalla maestosità e ricchezza della biblioteca Nazionale di Santiago. Militando tra le fila della gioventù comunista, per istinto provavo un’acerrima antipatia per qualsiasi formalità burocratica, e quella che detestavo più d’ogni altra vietava ai minori d’età l’accesso al tempio della letteratura e dei sogni. Un sogno che abbracciava Borges, Neruda, Machado, Leon Felipe, Garcia Lorca, Nicomedes Guzman, Juan Godoy.
Erano tempi felici durante i quali ci si nutriva di sogni, a volte eroici, altre più semplici, e tra questi, il desiderio di rimanere da solo, per un intero fine settimana, in compagnia di quei tesori preziosi. A quel tempo l’entusiasmo mi trasformava in una sorta di paladino della parola. La parola tratteneva in sé una forza, amore, sentimenti nobili, coraggio tagliente. Le parole avevano bisogno dei loro custodi, sebbene la Biblioteca Nazionale rimanesse un tabù, ai minorenni veniva messa a disposizione una succursale della biblioteca Nazionale, non per questo meno ricca. Il sogno cresceva dentro me, non mi lasciava nemmeno dormire, continuava ad aguzzarmi l’ingegno, me lo spronava. Finché un giorno, trovai il modo di procurarmi una copia delle chiavi che permettevano l’accesso a quel parnaso. Feci buona scorta di latte e pane all’anice e con abile strategia furtiva riuscii ad entrare e nascondermi in quel mondo fantastico. Dopo l’orario di chiusura godetti delle letture a cui aspiravo, passando con voli pindarici da un libro all’altro. Libri che non avrei nemmeno immaginato di possedere tutti assieme. Fu dolcissimo toccarli, sfogliarli pagina dopo pagina, sorbendo lo scibile, emozioni fruibili.
Furono due giorni indimenticabili che mi iniziarono all’importanza di realizzare i propri sogni. Sono stato, sono, e sarò sempre un sognatore, ma quell’esperienza mi ha insegnato qualcosa di molto importante. Quanto sia fondamentale per i giovani l’accesso ai libri, alla cultura e ai valori che la letteratura conserva. Sarà per questo che da anni ho rinunciato ad una biblioteca personale. I libri di casa mia, sono solitamente regali d’amici che leggo con immenso piacere, ma una volta letti passano ad altri, li dono sempre a qualche biblioteca.

Immagine articolo Fucine Mute

PGM: Ed il ricordo primo, che ti permise di scoprire il valore della poesia?

LS: Ahhh! Questo è davvero indelebile. Nell’anno 1962, la passione più grande che provavo era il calcio, ci giocavo da mattina a sera, gli scarpini sempre ai piedi o a tracolla. Ero un centrocampista, e mi dedicavo al ruolo con grande dedizione. Ricordo che per guadagnare qualche pesos, lavoravo saltuariamente per una ditta di traslochi. Un giorno ci capitò di lavorare in una casa dove viveva una ragazza bellissima. Capelli lunghi e biondi, occhi color mela, impossibile non innamorarsene! Non avevo mai visto una ragazza così bella! Da quel momento, e fino alla fine del trasloco, non persi nemmeno un giorno di lavoro. In mezzo a quell’andirivieni lei notò gli scarpini immancabilmente appesi al collo. La curiosità la spinse a chiedermi a cosa mi servissero. “Gioco a calcio” le risposi, e per far ancor più colpo su di lei, le promisi la dedica del primo gol che avrei segnato, cosa che mi accadeva spesso. Ma lei, guardandomi con stupore, mi disse: “Un gol, ma che caspita è?”.
Rimasi di sasso! Ricordo che durante la partita giocai malissimo, correvo a vuoto e l’allenatore continuava a chiedermi se fossi imbambolato. Mesi dopo, quella stessa ragazza m’invitò alla sua festa di compleanno. Non stavo nella pelle, ero felicissimo, anche se non sapevo cosa regalarle. Avevo pensato ad un libro, ma lo scartai seduta stante. Cosa regalarle quindi? Poi mi rammentai di possedere una cosa preziosissima. La cosa più preziosa del mondo. Era terminato da poco il campionato mondiale di calcio, svoltosi in Cile, e la nostra selezione era riuscita a conquistare uno splendido terzo posto. Custodivo gelosamente un gagliardetto della nazionale con gli undici autografi dei giocatori titolari. Vera e propria icona, un tesoro inestimabile. Non esisteva dono più prezioso da regalarle. Lo incartai per benino, ci misi su un fiocco e mi recai con gran felicità alla festa. Quando le consegnai il dono la ragazza lo mise assieme agli altri con l’intenzione di aprirli più tardi. Ma l’impazienza di scorgere su quel viso la felicità che mi aspettavo, mi spinse a chiederle di aprirlo subito. “Lo aprirò più tardi” ribadì lei, ma siccome insistevo ancora, decise di scartarlo immediatamente. La cosa più preziosa venne tirata su dal dito e il pollice della mano destra della ragazza più bella del mondo come se si fosse trattato d’un topo morto. Con un certo ribrezzo mi chiese cosa fosse quella roba.
“Ma come — ribattei stizzito — è il gagliardetto della nazionale di calcio cilena, terza ai mondiali, con tutti gli undici autografi della squadra titolare!”.
Il mio prezioso dono non le piaceva per niente. Provai un infinito abbattimento, e in preda a quel totale scoramento, quasi sfogandomi, le chiesi polemicamente: “Ma a te cosa cavolo piace?”. “La poesia!”, mi rispose.
Giuro che da quel giorno fatidico, abbandonai per sempre qualsiasi velleità calcistica, convertendomi in un assiduo lettore, prima, in un poeta e scrittore, poi.
Non so quale contributo la mia opera apporterà alla letteratura, ma sono quasi certo, che il calcio mondiale ha perduto una stella!

PGM: Be’, accetta intanto le mie felicitazioni per la laurea ad honorem che ti è stata conferita dall’Università di Urbino, ed un arrivederci al festival del libro di Santiago: non dimenticarti che mi devi ancora un’intervista incompiuta.

LS: Sarà sempre, e null’altro che l’occasione per rinnovare un nuovo incontro!

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