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Musica

Canaan

Il mondo fragile

Un nuovo incontro con Mauro Berchi per parlare della nuova uscita dei Canaan. Si è finito poi per spaziare su tutta una serie di argomenti correlati, com’è inevitabile quando si ha a che fare con qualcuno che da parecchi anni è presente nel mondo musicale come artista, ma anche come mente di un’etichetta e grafico, oltre che “in platea” in veste di giornalista o magari di “ammiratore infatuato”.

Mauro

Fabrizio Garau (FG): Il disco ha un suono impeccabile. Ci dite che è stato mixato presso il Noise Factory Studio da Alessio Camagni. Cosa puoi raccontarmi di questa scelta?

Mauro Berchi (MB): Quando terminammo le registrazioni di “A calling to weakness” uscimmo dallo studio soddisfatti, ma con la fortissima sensazione che spendere un sacco di soldi per comprare del volgare tempo in uno studio non fosse più la soluzione migliore per noi… sai, la consueta progressione “prepara i pezzi – corri in studio – soldi finiti – fuori dalle scatole”. Molto frustrante, sopratutto considerando il fatto che ci è sempre piaciuto “improvvisare”, cosa che le nostre perenni limitazioni economiche non ci hanno mai permesso più di tanto. E così abbiamo investito le nostre quattro lire per mettere in piedi una piccola struttura che ci permettesse di registrare con grande calma, fermandoci a riflettere su quanto stavamo facendo. Tutte le registrazioni sono state fatte in questo piccolo home-studio, e la soluzione si è rivelata (a parte qualche problema iniziale di “disorientamento”) da subito vincente. Terminato il periodo di “improvvisazione” ci siamo ritrovati con molti frammenti sparsi che abbiamo in un secondo tempo ricompattato in forma di canzone, procedendo poi a ri-registrare le parti definitive (dove necessario). A questo punto sono però emersi prepotentemente i limiti tecnici delle macchine a nostra disposizione, che sono quasi tutte “consumer”… Da qui la scelta di andare a mixare i brani in uno studio “serio”, molto serio a dire il vero, con outboard e un mixer di qualità infinitamente superiore a quanto noi ci potessimo permettere. Alessio ha inoltre messo del suo, lavorando con perizia e velocità invidiabili e comprendendo fin da subito la direzione da intraprendere nei mix. Ci tengo a ringraziarlo del prezioso contributo che ha dato al disco.

Luca

FG: “The unsaid words” è frutto dunque dell’assemblaggio di improvvisazioni. Pare che voi stessi siate rimasti stupiti dall’efficacia di questo nuovo metodo. Eravate spaventati dalla possibilità che il tutto suonasse troppo frammentato?

MB: Inizialmente sì. Un metodo nuovo, micro-sessioni (spesso di un’ora o meno) di completa improvvisazione basata “sul nulla”, mesi senza vederci tutti insieme e spesso con la “sorpresa” di riaprire un brano e trovarlo profondamente cambiato rispetto alla volta precedente. È stato inusuale ma allo stesso tempo stimolante. Quando ci siamo messi a costruire le strutture definitive dei brani abbiamo impiegato un sacco di tempo per capire come muoverci senza “fare danni”. Ma una volta preso l’avvio, devo dire che è filato tutto a meraviglia. Penso proprio che useremo lo stesso metodo anche in futuro, evitando magari qualche errore commesso per pura mancanza di abitudine al metodo.

FG: Mi piacerebbe che tu parlassi un po’ degli altri componenti della band e del loro apporto ai vostri album. Essendo — se non erro — sempre tu il portavoce, involontariamente si tende a lasciare in ombra gli altri, ma, ad esempio, Nico sembra aver avuto un ruolo forte nella realizzazione di quest’ultima uscita.

AndreaMB: Assolutamente sì. Nico ha avuto un’importanza fondamentale sia nella fase di set-up dello studio (l’ha cablato quasi tutto lui da solo) che nelle fasi della registrazione (in buona sostanza ci siamo sempre stati io o lui per la parte “tecnica” della questione). Gli altri tre hanno messo del loro durante le sessioni improvvisate, e durante la fase finale di arrangiamento e ri-registrazione delle parti definitive. Andrea (batteria, ndr) preciso e quadrato come sempre, Luca (tastiere, ndr) creativo e con grande “memoria storica” per brani e riff “dimenticati” e/o accantonati, Teo (chitarra, ndr) con il suo splendido modo di suonare “zen” (due note ma sempre al posto giusto e nel momento giusto), io (chitarra, voce, samples, ndr) e Nico (basso, ndr) a fare da schiacciasassi. In sostanza un lavoro di squadra, con i ruoli però molto labili e mutevoli: Luca ha suonato anche parti di batteria, Nico alcune parti di chitarra, io basso e tastiere… E pensare che in oltre due anni di registrazioni sparse, ci saremo trovati tutti e 5 insieme non più di due volte.

FG: È assurdo oramai parlare dei gruppi che vi influenzano, però tra i vostri preferiti, oltre ad alcuni “classici”, mi ha sempre incuriosito il nome Seigmen, una band che conosco unicamente perché tu una volta l’hai recensita sulla rivista :Ritual:.

MB: Sai quelle infatuazioni “infantili” da piccolo fan? Quelle irrazionali attrazioni da teenager di fronte ad una band? Qualcosa del genere…(ride, ndr) I Seigmen sono stati per anni il mio gruppo preferito. Ora mi sono talmente saturato con i loro dischi che non riesco più ad ascoltarli, ma ogni tanto rimetto ancora su “Total” o “Radiowaves” giusto per onorare una sorta di “feticismo del gesto”. Pensa che ad Ottobre 2005 siamo addirittura andati in Norvegia per vedere il concerto commemorativo che hanno tenuto a Trondheim. Un episodio — sembra — non isolato, che lascia presupporre che si riformino quanto prima; sarebbe una gran bella cosa. Noi piccoli fan attendiamo con ansia — se non è un’ossessione infantile questa…

FG: I critici cinematografici, riferendosi a registi come Cronenberg, Lynch o Burton, scrivono che “girano sempre lo stesso film”, non per accusarli di ripetitività, ma per sottolineare che le loro “ossessioni” estetiche e concettuali emergono con forza anche se la storia, gli attori o ‘ambientazione cambiano. Si può dire la stessa cosa per i Canaan?

MatteoMB: Penso di sì, almeno in parte. Pur con le dovute differenze, il nostro modo di suonare è riconoscibile nei dischi che abbiamo prodotto fino ad ora. Suoniamo così perché “ci sentiamo” così. Mai pianificato niente a tavolino, sempre impulsivi nel comporre e registrare, sempre “in linea” con quello che sentivamo dentro. Direi quindi che esiste innegabilmente una traccia di “ripetizione tematica” che non vedo però come un elemento negativo, quanto come un marchio di fabbrica. E se penso che in oltre dieci anni di “carriera” …carriera? (ride, ndr) abbiamo fatto i dischi che altri gruppi fanno in un paio di anni, direi che tutto sommato non saturiamo poi molto. Possiamo magari annoiare, ma chi ha mai detto che la noia sia un sentimento negativo?

FG: I Canaan raccolgono fortissimi consensi giornalistici. Non ricordo o trovo recensioni negative. So che ti curi limitatamente di questo aspetto, ma, in quanto memoria storica della band, ricordi una stroncatura magari non gratuita o pregiudiziale, o un appunto che ti abbia fatto riflettere?

MB: In linea di massima non mi interessa molto come reagisce chi ascolta i nostri dischi. Se piacciono bene, se non piacciono bene uguale. La fruizione della musica è una cosa talmente soggettiva che ogni parere ha un suo valore ben preciso. Quello che invece mi infastidisce sono i recensori che ascoltano dieci secondi di 3 o 4 brani, saltano tutto il resto e scrivono una recensione di due righe riciclando il testo delle presentazioni ufficiali. Preferisco di gran lunga una sana e motivata stroncatura (anche se non me ne ricordo nessuna, purtroppo…) ad una micro-recensione che potrebbe scrivere anche un pappagallo con l’auto-composizione di word.

FG: È noto e analizzato l’alternarsi di parti ambientali e forma canzone nei vostri dischi. La novità recente è la collaborazione con Gianni Pedretti (Colloquio), che aggiunge una sfaccettatura cantautoriale ai vostri ultimi due album. Per adesso ci sono due pezzi per uscita. C’è mai stata la tentazione di ampliare questo discorso?

NicoMB: Considero Gianni più di un semplice “amico”. Abbiamo condiviso e condividiamo tanti e tali punti di vista circa molti aspetti della vita che potrebbe tranquillamente essere mio fratello gemello, solo che lui è più bello…(ride, ndr) Questa comunione di vedute e questa stima sono reciproche, per cui mi è venuto naturale chiedere in prestito la sua preziosa voce per i brani in italiano. Al momento stiamo concretizzando un nuovo progetto che vedrà Gianni come unico vocalist per un disco intero (tutto cantato in italiano); stiamo cominciando a registrare qualche “idea” proprio in questi giorni, e credo che se ne sentiranno delle belle. Speriamo solo di essere più rapidi di quanto abbiamo fatto per “The unsaid words”. Questo nuovo gruppo non ha ancora un nome — ci stiamo lavorando — e coinvolgerà un discreto numero di persone.

FG: Nel pezzo “In a never fading illusion” dici “The world is sounding loud like broken glass”, la traccia ambient (ma non solo…) “Sterile” si chiude con la registrazione di qualcosa che va in frantumi. Si tratta di una coincidenza o è un’immagine che cerchi di rappresentare con mezzi diversi perché ha un significato forte all’interno del disco?

MB: Hai scoperto uno dei “piccoli segreti” del disco… Complimenti, sei il primo a notarlo… Ho inserito volutamente dei collegamenti tra i vari brani (alcuni semplici, altri meno). A livello concettuale sono sempre stato attratto dalle cose “assolute”, quelle che non puoi cambiare, quelle che una volta avvenute sono immodificabili. La rottura di un vetro è uno di questi eventi definitivi. Può ovviamente essere letta in molti modi differenti, ognuno scelga liberamente il suo. Per quanto mi riguarda è una metafora piuttosto azzeccata di molti dei processi mentali che avvengono (spesso mio malgrado) nel mio cervello, che comincia a mostrare inequivocabili segni di invecchiamento.

FG: A proposito di testi, noto che, come per “A calling to weakness”, tendi a esprimerti per anafore, con versi che iniziano sempre con le stesse parole, un po’ come il “Per me” all’ingresso dell’inferno dantesco. E’una conscia scelta “retorica” (non nel senso deteriore del termine)?

Immagine articolo Fucine MuteMB: Penso sia casuale… Il processo di stesura di un testo può protrarsi spesso per molti mesi, partendo da frammenti isolati scritti in periodi anche molto distanti tra loro. Non ho mai prestato attenzione all’aspetto puramente stilistico dei testi, ma ora che mi ci fai pensare, è vero, molti cominciano in modo simile. La scelta è peraltro inconscia…

FG: “The Unsaid Words” vede lo stringersi del legame con la Aural Music/code666. Fucine Mute la segue da tempo per la sua genuina ecleticcità e originalità. Qual è la tua opinione sulle uscite di quest’etichetta?

MB: Da un punto di vista strettamente musicale hanno fatto alcuni dischi che mi piacciono molto — Manes su tutti — altri meno, ma è questione di gusti. Quello che è importante è che in un mondo pieno di “wanna-be”, Emiliano, Fausto e i loro altri scagnozzi lavorano seriamente e con passione. Due cose molto rare, che meritano tutto il necessario rispetto.

FG: Sei l’uomo dietro a Eibon Records. Se ti chiedessi di raccontarmi come hai fatto a scoprire un gruppo come le giapponesi Teresa11, considereresti questa domanda come il tentativo di rubarti un segreto professionale?

MB: Nessun problema, figurati. Ormai da una decina di anni, ricevo quotidianamente un paio di demo/cdr da ascoltare e valutare. Nella maggior parte dei casi, si tratta di materiale che potrei chiamare “di routine”, a volte mediamente interessante, sovente mediocre, molto spesso al di sotto di uno standard qualitativo minimo. Agli inizi del 2004 ricevetti un pacchetto dal giappone, con un cdr, una copertina disegnata a mano ed uno scarno foglietto di quaderno scritto a mano con un paio di righe del tipo “provate ad ascoltare la nostra musica, magari vi piacerà”. Una F.O.L.G.O.R.A.Z.I.O.N.E. come ne capita una ogni cinque anni. Musica profonda, con un carattere e “un’anima” assolutamente inconfondibili. Veramente una delle sorprese più assurde e totali che mi siano mai capitate… catturato fin dal primissimo ascolto.. Mi sono subito attivato per verificare se fossero ancora interessate ad una eventuale produzione, e grazie al cielo lo erano ancora. Mi sarebbe dispiaciuto perdere un disco di tale spessore solo a causa della mia “pigrizia” nell’ascoltare quello che rimane uno dei migliori “demo” che io abbia ascoltato da dieci e più anni a questa parte…

FG: Anche nella precedente intervista ti avevo chiesto qualcosa riguardo alla vostra età. Ormai siete tutti a metà strada tra i trenta e i quaranta. Domanda forse troppo scontata, visto lo sfinimento esistenziale che emerge dai tuoi testi, ma ci sono momenti nei quali pensi che avete detto tutto?

MB: Assolutamente sì. Cicli di sconforto assoluto ai quali fanno seguito brevi momenti di “ripresa” costituiscono ormai la norma per quanto mi riguarda. La tentazione di smettere è spesso forte, sopratutto considerando l’impegno molto limitato e “sparso nel tempo” che richiede il gruppo, ma alla fine continuo a pensare al suonare come ad una sorta di terapia, sicuramente meno costosa che andare da uno psichiatra e farsi vivisezionare il cervello. Al momento credo che non sia ancora venuto il momento di porre termine al gruppo; sento che c’è ancora qualcosa da dire e da fare, e pur con alti e bassi, considero ancora Canaan come un elemento importante nel mio precario equilibrio psichico. Credo proprio che continueremo (imprevisti permettendo) ancora per qualche tempo a tediare i nostri eventuali ascoltatori con le nostre canzoni da vecchietti disillusi. Ti ringrazio dello spazio che ci hai concesso, e ti auguro buon lavoro con il magazine.
:: NOTHING :: NEVER :: NOWHERE ::

Canaan – The Unsaid Words (recensione)


1. The Wrong Side Of Things
2. This World Of Mine
3. Sterile
4. The Possible Nowheres
5. Fragment #1
6. Senza Una Risposta
7. Fragment #2
8. Fragile
9. Fragment #3
10. In A Never Fading Illusion
11. Just Another Noise
12. Il Rimpianto
13. The Unsaid Words
14. Fragment #4
15. Never Again
16. Nothing Left (To Share)

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