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Percorsi

Sergio Vuskovic Rojo

Speranza e utopia concreta

Immagine articolo Fucine MutePaolo Ghiotto Marin (PGM): È la prima domenica di marzo, e abbiamo l’onore d’ospitare al caffè San Marco di Trieste Sergio Vuskovic Rojo. Sindaco di Valparaiso in Cile nel 1973 al momento del colpo di stato di Pinochet, si distacca quale amico di Pablo Neruda e del presidente Salvador Allende. Arrestato e torturato dal regime nella nave scuola “Esmeralda”, fu poi esiliato in Italia. Durante gli undici anni d’esilio ha ricoperto il ruolo di docente di Storia della Filosofia presso l’Università di Bologna. Rientrato in patria ha continuato questa attività presso l’università di Valparaiso, dove vive tuttora. La prima domanda che rivolgo al professore, essendo lui un filosofo, è quella di spiegarci in che modo i principi socratici e platonici, sui quali ha fondato la sua carriera d’accademico e la personale traiettoria d’uomo civile, possano influenzare al giorno d’oggi la vita politica, come la vita quotidiana delle persone comuni.

Sergio Vuskovic Rojo (SVR): Penso che i dialoghi di Platone, specialmente quelli del “La Repubblica” e “Le Leggi”, che sono rispettivamente, opera della maturità e dell’anzianità intellettuale, ma pure “Il Banchetto”, meglio conosciuto come “Simposio” o “Convivio”, tocchino livelli artistici, poetici, letterari e di profondità filosofica davvero magistrali, tanto da spingere Goethe a confidare a Eckermann: “Platone è il più potente degli uomini”, nel senso intellettuale del termine, naturalmente.

In questi libri, Platone sviluppa con l’originalità delle proprie idee gli insegnamenti socratici di uguaglianza, di dovere e diritto tra uomini e donne… pensate! Soltanto in alcune parti del mondo del ventesimo secolo, questi principi hanno acquisito un connotato sociale. Nella bicentenaria storia cilena, ad esempio, è la prima volta che una donna è stata eletta presidentessa della repubblica. Questo è un primo punto; il successivo è relativo al tema dell’omosessualità. Nel “Simposio”, Platone ne parla liberamente con uno dei partecipanti al banchetto, considerandola una questione naturale, quasi un’abitudine sociale. Pensate per quanti secoli omosessuali e lesbiche sono state perseguitate… nel medioevo li bruciavano! Ora nelle società più civili, questa idea di Platone, vecchia duemilacinquecento anni, riapre un cammino. Altra cosa molto importante è la qualità del lavoro… non sono state usate certo le stesse parole che uso io adesso, però… la maestra d’amore di Socrate gli insegnava, quando lui era giovane, che il lavoro, nella Grecia antichissima, era considerato inizialmente un lavoro poetico, e glielo ripete tre volte… “poiesis”, “poiesis”, “poiesis”. Cioè creazione! “Pensa — gli dice questa donna di Nantinea che Platone chiama “Perteneros” — pensa Socrate!

Oggi chiamiamo poesia soltanto lo scritto in versi, mentre a quei tempi, “Poiesis” definiva la cosa utile e ben fatta; “Poiesis” — gli spiega — è una nave costruita bene e il suo autore è un poeta! Come poeta è il calzolaio, le belle scarpe sono creazione! è nell’insegnamento di Diotima a Socrate che mi appare chiaro il senso del lavoro libero… il senso del poetico nella creazione!

Immagine articolo Fucine MuteVi ho parlato di uguaglianza tra uomini e donne, della comprensione delle diversità, e della dignità del lavoro come “poiesis”, come creazione… In Cile abbiamo avuto un grande poeta! Tra i ben conosciuti premi Nobel Gabriela Mistral e Pablo Neruda c’è anche Vincente Huidobro che in un suo verso afferma… “Poeta, un piccolo Dio”… nel senso che il poeta è un creatore. Vincente Huidoubro visse e studiò per lunghi anni in Europa e non ho il minimo dubbio che alla radice di questo verso vi sia la conoscenza e la concezione delle idee platoniane… be’, ci troviamo a Trieste. Solo ora mi sono ricordato che James Joyce una volta scrisse… “Solo le idee di Platone fanno filosofia, tutto il resto è elucubrazione d’intellettuali e studenti”. Vedete? Anche Joyce doveva conoscere Platone. Il viaggio incredibile che iniziò a scrivere qui a Trieste, questa nuova odissea intrapresa — per quello che ho letto in questi giorni — frequentando taverne, passeggiando nei giardini o sulle rive del mare, è nata qui. Qui è nato l’Ulisse. Ben oltre queste sue parole citate a memoria, esiste l’influenza di Platone, in quest’uomo che ha rinnovato lo stile del romanzo contemporaneo a livello mondiale grazie alla creazione dell’Ulisse e di Gente di Dublino, opere che hanno modernizzando perfino la lingua inglese. In questi giorni sto leggendo “Finnegans Wake” — e pure qui, come nell’Ulisse, esistono molti termini che derivano dal dialetto triestino, nemmeno un inglese può intenderli!

È una versione pubblicata in Spagna, con un “castellano” d’ottimo livello. Sono più di mille pagine. Anche qui si nota l’influenza di Platone su Joyce. Capisco che voi potreste pensare “ma questo cosa vuole?”. Ho citato scrittori importanti, ma questo non significa che pure nelle persone comuni sia grande l’influenza di Platone. è successo in tutto l’occidente, e me ne sono accorto grazie a undici anni di studi e lavoro serviti per scrivere il mio “Breviario di Platone”. Tutto il vocabolario occidentale che riguarda l’amore è d’origine platonica e si trova nel “Simposio” come in altri suoi dialoghi. Questo vi potrei dire… e in relazione all’appuntamento elettorale che vi attende prossimamente in Italia, anche in politica, oltre che in ambito culturale, Platone non può che essere presente. In greco antico, la repubblica non si chiamava così. Questo è un termine di conio latino, “res publica” significa “della cosa pubblica”, ma il termine che adoperò Platone quando scrisse l’opera è “Politeia”, e cioè “sulla Polis”, compendio di ciò che tratta la politica a proposito del governo delle città, o significato del come governare bene la polis per il bene comune e non per quello di pochi! Ditemi voi se questo non è un compito attuale, per lo meno nel mondo occidentale, che è il più conosciuto sulla faccia della terra.

PGM: La seconda domanda che rivolgiamo al professor Vuskovic, in quanto amico di Allende e Neruda, figure importanti non soltanto della storia del Cile ma pure della storia e della cultura mondiale, è come queste due figure hanno incarnato il principo dell’utopia.

SVR: Io mi rendo conto che gli italiani conoscono molto bene le vicende del governo del presidente Allende e del Cile, poiché il primo è stato capace di produrre un grande entusiasmo in tutta l’Europa occidentale e in particolar modo in Italia. I cileni sono ben consapevoli di quanto fu grande la solidarietà italiana al momento del colpo di Stato, e non soltanto del popolo, ma pure del vostro governo d’allora che ruppe tutte le relazioni diplomatiche con Pinochet. Nei diciassette anni del suo regime, l’Italia non ha mai avuto un ambasciatore in Cile. Bene… ora cercherò di spiegarvi in che modo specifico Allende e Neruda siano vincolati da una sorta di parentela nel pensiero utopico.

Immagine articolo Fucine MuteAllende si candidò alla presidenza della repubblica per ben quattro volte avendo egli perso le elezioni nei primi tre tentativi. Considerate ventiquattro anni di campagna elettorale, durante i quali ha sempre promesso, in quanto medico, mezzo litro di latte al giorno per tutti i bimbi del Cile. Considerava fondamentali, la nazionalizzazione del rame, la distribuzione delle terre ai contadini, e la partecipazione popolare nella vita sociale. Durante i suoi tre anni di governo, la partecipazione dei lavoratori, delle donne, dei giovani e dei contadini è stata preponderante come mai era successo in Cile, la disoccupazione non esisteva grazie all’impegno personale del presidente. Allende non lasciava passar giorno senza produrre progetti di legge o decreti tesi a migliorare la vita della gente… mentre penso che dall’altra parte, i lavoratori cileni non si siano mai impegnati a fondo come nel periodo di quel governo. Lavoravano con piacere, perché consapevoli che il governo faceva i loro interessi, economici, politici, culturali. Quel governo fu un vero e proprio atto d’amore, suggellato dall’innamoramento del presidente per il popolo, ma pure del popolo per il suo presidente. Pensate una cosa e prendetela da esempio; nonostante al colpo di stato avessero partecipato tutte le forze armate, la gente tentò ugualmente di difendere il palazzo della “Moneda”, sede di governo, assieme ad Allende, pur non disponendo di armi, resistendo per un’intera mattinata. Le uniche armi che utilizzarono furono quelle dei carabinieri che solo all’inizio protessero il palazzo, per poi ritirarsi. La gente era disposta a dar la vita per il presidente, come il presidente era disposto a dare la sua per il popolo, cosa che poi avvenne.

Pablo Neruda aveva ovviamente un pensiero politico, nonostante la sua attività principale fosse quella di poeta. Conosceva tutti i grandi poeti del mondo soprattutto per via dei lunghi viaggi intrapresi in gioventù. Negli anni venti e trenta si spinse fino in Indonesia, in Birmania ed India, quale console cileno. A diciannove anni era già un poeta conosciuto, grazie alla pubblicazione in Santiago di “Venti poemi d’amore e una canzone disperata”. Fu un successo immediato in Europa, mentre in Cile fu notato dal più grande critico letterario d’allora. Leggendo il libro si accorse immediatamente del valore di un poeta come Neruda, capace di rinnovare il verso in “castellano”, e tirò una prima edizione di cento copie. Ormai anziano, Pablo, ci confidò che di quelle cento copie una quarantina le aveva regalate agli amici, costume abituale ancor oggi in Cile. È davvero raro, infatti, che gli amici di uno scrittore comprino i suoi libri. Anzi, se uno non li regala, c’è anche chi è capace d’offendersi. Le rimanenti copie finirono nei cassetti disseminati negli angoli più sperduti della terra, a causa dei viaggi a cui li sottoponeva Neruda. è per questo che gli originali valgono migliaia di euro! Con questo libro Pablo ha rinnovato lo stile della poesia in spagnolo. In seguito fu console in Spagna e durante la guerra civile scrisse un libro meraviglioso, “Spagna nel cuore”.

Rientrato in Cile visse in clandestinità e siccome era ricercato dal governo di allora fu costretto a scegliere l’esilio nella vecchia Europa. Negli anni della clandestinità cilena scrisse un libro fondamentale per l’America Latina di oggi, “Canto Generale”. In origine, aveva ideato un canto generale del Cile, ma poi, ricordando le sue esperienze in Messico, centro America ed altri paesi dell’America Latina sentì, negli anni cinquanta, il bisogno di dedicare un canto generale all’intero Sudamerica piuttosto che al solo Cile, e così fece; In effetti, nel “Canto Generale”, vi si trovano continui riferimenti alla geografia, alla flora, alla fauna, alla storia piuttosto che all’orografia del nostro continente… in quei versi Pablo ha reso omaggio perfino ai fiumi, insomma, si tratta d’un vero e proprio compendio dell’America Latina, però d’alta intensità e livello poetico. Quando Pablo si recò a Machu Pichu, città sacra di creazione magistrale “Quechua e Aymara” dell’impero incaico, inventa questo verso… “Rinasci con me fratello, rinasci con me amore americano”.

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Dopo il Canto generale e durante il suo esilio in Europa, la sua vita privata registra un importante cambiamento: s’innamora di Matilde, donna che io e mia moglie Nena abbiamo conosciuto molto bene durante il corso d’un’amicizia condivisa tra la nostra e la loro casa di Valparaiso, ed anche negli anni successivi, a Santiago ed Isla Negra. A quei tempi, Pablo, era sposato con una donna più vecchia di lui di ben vent’anni, e con il passare del tempo la differenza d’età si era notevolmente accentuata. Per di più la moglie era rimasta in Cile. Egli, invece, esiliato in varie città d’Italia, paese dove ha avuto la buona idea ed il buon sentimento di radicarsi, si stabilisce alla fine nell’isola di Capri dove un imprenditore che si chiamava Cerio, proprietario di una villa molto grande nella piazza di Capri, senza chiedergli nulla in cambio offre a Neruda un appartamento che si trovava di fronte alla sua villa. Cerio pensava sicuramente che Matilde e Pablo fossero sposati, e divennero amici. La moglie di Cerio è ancora viva, riceve tutt’oggi numerose persone e giornalisti cileni che si recano lì ad intervistarla o a chiederle semplicemente notizie su Pablo. A Capri, Neruda scrisse “I versi del capitano”. Anche in questo caso l’edizione in spagnolo fu di cento copie e venne inizialmente pubblicata in Italia. La seconda edizione, invece, pubblicata in Argentina dall’editoriale “Losada”, apparve anonima in quanto Neruda non voleva dare un’ulteriore dolore alla moglie che viveva a Santiago. Lo zelo di Neruda fu tale che la stessa casa editrice, nel presentare il libro, lo descrisse come una raccolta in versi d’un capitano dal nome tipicamente spagnolo — con tanto di due o tre cognomi e un paio di nomi lunghissimi — che durante la guerra civile si era innamorato di una contadina. Del capitano si erano perse le tracce, mentre il carteggio era stato ritrovato. Da ciò il titolo dell’opera:“I versi del capitano”.

Al rientro di Pablo e Matilde in Cile, Neruda decide di parlare con sua moglie, e lei lo capisce. Anche noi abbiamo conosciuto la moglie di Pablo; donna davvero intelligente, appartenente ad una delle famiglie latifondiste d’Argentina proprietarie di terreni estesi quanto il Belgio. Una donna coltissima e, tra l’altro, una grande pittrice… figuratevi che del disegno dei cavalli — la formichina — così veniva chiamata dagli amici, era diventata una vera maestra. Né pittore né pittrice, dopo di lei, ha dipinto i cavalli con tale maestria.

Immagine articolo Fucine MuteIn Cile Pablo scrisse “Cento sonetti d’amore”. Voi sapete benissimo quanto difficile sia scrivere un sonetto. Bene. Egli ne scrisse cento! E vi posso dare la mia parola di professore di spagnolo, che sono tutti sonetti veri. Da lì in poi, Pablo scrisse moltissimo. Ricordo che nell’agosto del 1973, pochi giorni prima del golpe e della sua stessa morte, assieme a mia moglie andammo a trovarlo a casa sua, e in quella occasione ci confidò che stava scrivendo sette libri di poesie in occasione dei suoi settant’anni. Sette libri diversi che Matilde, a quel punto sua terza moglie, pubblicò successivamente, una volta raccolti i manoscritti del marito. Quindi? In cosa si assomigliavano Neruda ed Allende? Poco fa vi ho raccontato di Allende, uomo politico molto colto, che visse una sorta d’innamoramento con il proprio popolo. Poi Neruda, poeta della modernità, della società e dei suoi problemi… ma prima di tutto, ricordatevi che durante l’intero corso della vita, Pablo è stato il poeta dell’Amore! Quello che unisce, quindi, questi due uomini cileni, è l’amore… un sentimento immortale che rende immortale l’intera umanità.

PGM: Riprendendo questo argomento, secondo lei quanto di poetico c’era in Allende e quanto di politico c’era in Neruda?

SVR: Vi racconterò due aneddoti che in Italia non mi è mai capitato di raccontare. Prima vi ho detto che Allende si è presentò quale candidato alla presidenza della repubblica per ben quattro volte. Guardate che il mandato presidenziale dura sei anni, pertanto è stato candidato ben ventiquattro anni! Quando ha perso le elezioni per la terza volta, gli capitò di rendere visita ai suoi genitori nel cimitero di Vina del Mar assieme alla sorella maggiore — “Inea Allende” — sposata con il sindaco di Vina del Mar, un dottore e militante socialista amico di Allende. Da Santiago, quindi, si recò in casa della sorella a Vina e da lì al cimitero. Aveva perso le elezioni presidenziali per la terza volta proprio nel momento in cui davamo per certa una sua vittoria. E non solo: perse con uno scarto di voti molto più ampio rispetto alle prime due elezioni! Vi dicevo che si reca al cimitero di Vina con amici e parenti, soltanto un paio di mesi dopo questa sconfitta, e lì, vedendo una lapide senza alcuna epigrafe, disse: -“Guardate, lì scriveranno dopo la mia morte: qui giacciono i resti di Salvador Allende, il futuro presidente del Cile!”. E Neruda… nel 1969 non vi era accordo tra i partiti dell’Unità Popolare nel nominare un solo candidato, quindi, ogni partito decise di presentare un proprio candidato al popolo in modo che fosse la gente a decidere chi dovesse essere il candidato unico della sinistra e del centro cristiano.

Immagine articolo Fucine MuteNeruda dovette smettere di scrivere per partecipare alla campagna elettorale. Tenete ben conto che il Cile è lunghissimo, ha quasi quattromila chilometri e a quell’epoca il trasporto aereo non era sviluppato come oggi, bisognava spostarsi in treno o in aereo quanto si poteva, in macchina e perfino a cavallo. A Neruda, essendo di costituzione robusta e nemmeno particolarmente agile, dovevano aiutarlo per metterlo in sella ad un cavallo… bene, lui chiaramente non faceva discorsi politici, ci pensavano i dirigenti a farli, lui andava in giro soltanto per recitare le sue poesie e la gente si raggruppava soltanto per sentirlo recitare. Be’, non è che li recitasse, leggeva semplicemente i versi e la gente, ormai abituata alla sua voce, lo riconosceva. Com’è del tutto naturale ancor oggi, la campagna si decideva a Santiago, che a quell’epoca aveva circa quattro milioni d’abitanti, e a Valparaiso, seconda città del Cile. In Valparaiso, tutta la gente sapeva benissimo che Neruda abitava lì, e sperando di poter eleggere un presidente della loro città accorse alla manifestazione una moltitudine immensa, una cosa come quaranta o cinquantamila persone che applaudivano ad ogni suo verso. Terminata la manifestazione pubblica, Pablo mi si avvicina e mi sussurra all’orecchio: “Sergio? Che cosa succederà in Cile se venissi eletto presidente della Repubblica?”. Proprio lui che, tempo prima, divertendosi a prendere in giro i politici, accusandoli d’essere affetti da una particolare malattia, ne aveva inventato il nome “Candidatitis Acutitis”… Bene, la malattia che si manifestava in quegli uomini predisposti a pensare sempre da candidati, alla fine, sembrava aver colpito anche lui!

PGM: Volevo chiedere al professor Vuskovic, visto che è qui a Trieste… Esiste una somiglianza tra la città dove lei vive, Valparaiso, e Trieste? In che cosa le vede comuni, in cosa differenti? Ci può raccontare la sua esperienza di viaggio qui da noi?

SVR: Sì… in questo caso si può parlare d’un rapporto da porto a porto tra Valpariso e Trieste. Sin da bambino conoscevo le storie del porto di Trieste perché mio padre era dalmata e sin da piccoli ci raccontava di Trieste come d’un porto affascinante. Anche per questo, appena possibile, assieme a mia moglie ho visitato Trieste, e ci è piaciuta molto, in particolar modo per la presenza del mare, come a Valparaiso. Durante il periodo d’esilio, quegli undici anni passati a Bologna ad insegnare storia della Filosofia nella sua facoltà, dopo un po’ di tempo ci rendemmo conto che ci mancava il mare. Approfittando del fatto che a Genova abitava un commerciante italiano, un amico che era vissuto in Cile, ma che era rientrato dopo il golpe di Pinochet, accettammo i suoi inviti. Andavamo lì, e lui, che aveva la macchina, ci portava in giro per le colline a vedere il mare, nelle cinque terre a quel tempo quasi inaccessibili. Guidava lui, naturalmente, perché io nemmeno so guidare, e con mia moglie ci recavamo a Genova o a Trieste. In undici anni d’esilio ci siamo recati a Trieste dodici o tredici volte, una città bellissima oltre che di gente accogliente. Ho ben raccontato a Paolo in questi giorni, che durante le nostre passeggiate per Trieste ci capitò di scoprire un ristorante che cucinava i “nervetti”… a Bologna non esistevano i nervetti, non si mangiavano né piedini di maiale né le trippe perché li consideravano cibi per poveri. Per noi invece, questi piatti, si sono trasformati in un’ulteriore ragione per ritornare a Trieste, oltre a quella di andare a trovare nostro figlio, naturalmente, che la giunta militare, una volta liberatolo da un campo di prigionia, obbligò al confino in Romania, unico paese socialista a non aver rotto le relazioni diplomatiche con Pinochet. Passavamo prima per Trieste, quindi, lasciavamo il bagaglio alla stazione e passeggiavamo per le sue vie ampie quanto quelle d’una capitale d’impero.

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Mi ricordo un fatto ben preciso; nel settembre del 1976, a Washington, Pinochet fa assassinare Orlando Letelier, ministro degli esteri del governo Allende. A Washington. Letelier era stato un funzionario del Vid ed era quindi una figura molto conosciuta. Subito dopo l’efferato assassinio fummo invitati per un’intera settimana a Trieste dal sindaco della città, un democristiano solidale con la situazione cilena che organizzò un’importante manifestazione di protesta. Ci mise a disposizione una macchina e potemmo, quindi, conoscere meglio la città. In questi giorni, assieme a Paolo, ad altri amici ed amiche, abbiamo conosciuto ancor meglio il centro e le vie di Cavana. Una caratteristica che accomuna Valparaiso e Trieste è il loro essere porti, per questo risultano molto più aperte di quelle città che non hanno porto. Una città portuale… ma a questo punto vi racconto di Valparaiso in quanto la storia di Trieste la conoscete senz’altro meglio di me…

Valparaiso è il porto principale del Cile, essendo l’unico a ricoprire una certa importanza lungo i quattromila chilometri di costa del paese. In questo porto, nel ventesimo secolo, approdarono numerose navi straniere, genti inglesi — la mia casa di legno, ad esempio, ubicata nel cerro Alegre è stata costruita dagli inglesi, in stile vittoriano — francesi, svizzeri, tedeschi e tanti slavi. A Valparaiso esiste un cimitero chiamato dei dissidenti. Chi erano questi dissidenti? Tedeschi di professione luterana o inglesi di professione anglicana. Nel cerro Alegre, esistono la chiesa luterana, la chiesa anglicana, la cattololica “San Luigi di Gonzaga”, e dai tempi di Pinochet perfino la chiesa dei testimoni di Geova. Quante similitudini con la città di Trieste fondata dall’impero austro-ungarico, no? Quanta libertà religiosa, non vi pare? Guardate che una sinagoga bella quanto quella di Trieste non credo che esista nemmeno in Israele. Ho visitato la chiesa serbo-ortodossa e quella greco-ortodossa, sono bellissime! Per non parlare delle chiese cristiane e di quelle protestanti! Capite che le similitudini tra Valparaiso e Trieste, sono conseguenti al fatto di essere porti?

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Un porto aperto ai commerci, è costretto per forza ad aprirsi sia alle idee che alle diversità che queste idee amalgamano! è importante, no? Come dimenticare che Trieste fu nido d’idee irredentiste e d’idee liberali? Il medesimo destino è occorso a Valparaiso il cui primo giornale è stato fondato nel 1827. “Il Mercurio” è il più antico quotidiano in lingua spagnola che sia uscito ininterrottamente dal giorno della sua fondazione. In Spagna esistono giornali più antichi, ma sono scomparsi nel tempo, o hanno interrotto per un periodo le loro pubblicazioni. “Il Mercurio”, invece, non ha mai smesso di essere stampato. Tra le due città vi sono similitudini anche dal punto di vista architettonico, il palazzo della Borsa di Trieste, per esempio, è bellissimo come è bellissimo quello di Valparaiso. Considero questi due gioielli architettonici i simboli dello splendido passato vissuto da entrambe le città, glorioso come i suoi porti; Trieste punto d’apertura di un immenso impero dell’Europa centrale, e Valparaiso punto d’imbarco del salnitro diretto sui mercati della medesima Europa. Ora che il Cile è stato restituito alla democrazia, negli ultimi anni si è notata una sorta di rinascimento di Valparaiso e qualcosa di simile mi sembra d’avvertire e percepire anche per il futuro di Trieste. Trieste può sicuramente recuperare nel futuro gli splendidi lustri del passato.

PGM: Una domanda ancora, ritornando alla questione del Cile. Dopo il colpo di stato militare di Pinochet molti cileni si sono rifugiati in esilio in Europa. Vorrei centrare, in questi termini, l’argomento della letteratura cilena, nel senso che molti scrittori cileni, una volta terminato il golpe, sono rientrati in patria, mentre altri sono rimasti all’estero. è come se esistessero due patrie cilene? Quali sono le differenze degli scrittori che si sono fermati nei paesi che li hanno accolti durante l’esilio e quelli che vivono oggigiorno in Cile?

Immagine articolo Fucine MuteSVR: Penso che Cochrane, grande scrittore e saggista rumeno ma che scrisse in francese, abbia in un certo tempo affermato, e qualcosa di simile credo che pure Montale lo scrisse da qualche parte, che un uomo non è tanto cittadino d’un paese bensì di una lingua. In questo senso anche per quel che riguarda gli scrittori cileni residenti in patria e quelli che vivono all’estero, alla fine, non penso che esistano grandi differenze. In America Latina, per fortuna, vi sono solamente due lingue, tre a voler essere più precisi: lo spagnolo, il portoghese ed il francese… parlato in Haiti e nella Guyana francese. A parte il Brasile di lingua portoghese, il resto dell’America latina parla la lingua spagnola. La lingua è la stessa ma ogni paese conserva delle espressioni o modi di parlare autonomi e distinti, e queste espressioni esistono pure in Cile. Tali cilenismi si trovano sia negli scrittori che vivono in Cile sia negli scrittori che risiedono all’estero, e cito tra tutti Isabel Allende. Lo spagnolo che utilizzano è la lingua parlata in Cile. Questa lingua, “il castellano”, ha una gran forza di coesione, è l’unico idioma tra i principali del mondo che non presenta forme dialettali. Non esistono dialetti spagnoli. In Spagna, per dire, esistono lingue differenti; il basco, ad esempio, non ha niente a che vedere né con lo spagnolo né con la matrice latina. In Andalusia, molti termini ed espressioni della lingua andalusa affondano radici nell’origine araba, non dimentichiamo che per otto secoli l’Andalusia si trovò sotto la dominazione musulmana… dal 711 al 1492, no?

Qualcosa di simile accade anche negli scrittori cileni. Vi sono grandi scrittori cileni, sia in Cile sia all’estero. A volte sorge la tentazione di creare una differenza — e questo occorre soprattutto in Cile — tra scrittori cileni “patri” e scrittori cileni “esteri”. La critica maggiore rivolta agli scrittori cileni che vivono all’estero è quella di averlo fatto per chiare ragioni economiche, fondamentalmente per usufruire di migliori guadagni, mentre per quelli rimasti in Cile la situazione è più difficile… Ed è vero! La colpa, però, non può essere degli scrittori! La repressione di Pinochet è stata talmente pesante in un territorio tre volte quello italiano, ma con una popolazione di dodici milioni d’abitanti, da costringere più di un milione di persone ad andarsene! Pensiamo alla politica economica impostata da Pinochet: egli ha chiuso fabbriche ed imprese, costringendo moltissimi giovani all’esilio, basti pensare che solo in Valparaiso, ventimila giovani se ne sono andati a lavorare in Svezia. Adesso, però, esistono deputati svedesi che sono veri e propri cileni integrati, lingua compresa. Hanno ottenuto la cittadinanza svedese; uno è deputato mentre altri quattro o cinque, sono diventati consiglieri in varie amministrazioni comunali. Esiste anche un ricco movimento d’intellettuali cileni che scrive sull’America Latina. In Cile, oggi come oggi, assistiamo ad una vera e propria rinascita della letteratura, sia per quantità che per qualità degli scrittori, tanto da spingermi ad esternare spesso un proverbio italiano, profondamente realistico: “Tutto il mondo è paese”. Ed è proprio per questo motivo che non si deve far differenza tra gli scrittori che vivono in Cile e quelli che vivono all’estero. Perché? Perché prima d’essere cileni, italiani, austriaci o di qualsiasi altro paese, prima di tutto siamo cittadini dell’umanità, e l’umanità è una sola!

PGM: Un’ultima domanda con la quale approfitto per ringraziare il professor Vuskovic per averci regalato una lezione ad ampio raggio, proprio qui, a Trieste. La domanda, riguarda il mondo dell’editoria in Cile. Sappiamo che il Cile è un paese fertile di poesia, esistono quasi ventimila poeti in questo momento nel suo paese. Lei, professore, ha evidenziato una maggior facilità accompagnata da maggior fortuna per gli scrittori cileni che vivono in Europa. Ci potrebbe descrivere i motivi di una maggior difficoltà di pubblicazione nel suo paese?

SVR: Oggigiorno vi sono difficoltà di pubblicazione in Cile, ma la situazione era ben peggiore nell’epoca di Pinochet, allora non si poteva pubblicare quasi nulla. Questo perché? Perché in Cile — e questa è un’eredità di Pinochet — esiste una tassa applicata su qualsiasi merce che si acquista, esiste anche in Italia no? Se uno compra un chilo di pane paga una tassa in Italia, in Cile è lo stesso, soltanto che in Cile è del 18%, ed è applicabile anche sui libri. Potete immaginare quanto sia difficile per l’editoria cilena sviluppare un mercato se ogni cinque pesos di guadagno uno dev’essere devoluto allo stato per tasse. è difficile soprattutto per i giovani, per i giovani poeti e i ricercatori poter pubblicare le proprie opere. Negli ultimi sei anni governati dal presidente Lagos si è creato il ministero della cultura, ciò ha permesso che lo stato del Cile possa disporre d’una certa quantità di milioni di dollari in modo da aiutare la pubblicazione delle opere degli scrittori, sviluppare teatro, incentivare la musica. Si sono messi a disposizione della cultura perfino gli aeroplani della forza aerea e le navi militari, in modo da portare artisti e scrittori nelle più remote regioni del nostro paese.

Immagine articolo Fucine MutePGM: Noi di Fucine Mute abbiamo concluso, ma prima di ringraziare il professore per il tempo che ci ha voluto dedicare, augurandogli un buon rientro in Cile, vista la disponibilità che da sempre ha dedicato agli studenti, lo lasciamo alle domande di Valentina, una studentessa dell’Università di Venezia in procinto di sviluppare una tesi di laurea presso la facoltà di lettere ad indirizzo antropologico, in merito al senso di migrazione ed esilio al quale sono stati costretti molti dei cittadini cileni.

V: Vorrei sapere da Lei, professore, se la percezione del tempo per un cileno vissuto in patria può essere distinto da quello esiliato al confino? Che tipo di paese, se diverso, ha incontrato in Cile dopo il suo rientro dal suo di esilio? Come è cambiata la personalità del cileno tra il prima e il dopo? Infine vorrei conoscere la sua opinione nei riguardi del suo caso personale, che prima sindaco di Valparaiso, persona importante e con un certo lavoro, ha poi dovuto lasciare il Cile con tutti i cambiamenti di lavoro ed abitudini che ne sono conseguiti… come è cambiata la persona di Sergio Vuskovic?

SVR: Per prima cosa, che è poi la continuazione di quello che vi ho detto prima, ribadisco che “tutto il mondo è paese!” Non esiste e non deve esistere un sentimento di biasimo nei confronti di quei cileni che sono rimasti a vivere in Europa o in giro per il mondo, piuttosto che in Cile. Vorrei far notare che in Cile vivono quasi un milione d’italiani, in quanto nel periodo compreso tra il prima e il dopo delle due guerre mondiali, gli italiani sono giunti sulle nostre terre ad ondate ripetute. E questo perché? Perché le condizioni di vita in Italia, come in Cile ai tempi di Pinochet, erano davvero drammatiche. Che potremmo andare a dire a quei ventimila cileni che vivono in Svezia? Non possiamo dirgli proprio un bel niente, se la loro patria, a quei tempi, non offriva loro il minimo per sopravvivere. Queste situazioni sono accadute anche in Italia, l’ho notato in Emilia Romagna, come nell’isola di Braz, terra croata da dove è partito il mio babbo in cerca di miglior fortuna… anche se l’isola è bellissima! Come non ricordare i campi di lavanda? Campi azzurri dai quali ho portato a casa un po’ d’essenza di lavanda, comperata tanti anni fa a Braz. A quell’epoca, la gioventù che viveva nell’isola di Braz, come in tutta la costa dalmata, ma come pure in Italia o in Francia e ancor prima in Germania, se ne andava a cercar fortuna su altre latitudini. In Cile, esiste una città che si chiama Valdivia, dove la metà della popolazione è d’origine tedesca, tanto che il resto dei cileni per prenderli in giro amano dire “Foi di Faldivia” per accentuare l’inflessione tedesca della “V”. Capisci? Non è certo una colpa imputabile a loro, ma della situazione insostenibile alla quale erano obbligati in patria. Vedi Valentina, io penso che il primo dovere di un essere umano sia quello di sopravvivere, lui e la sua famiglia.

Immagine articolo Fucine MuteIo credo che la ricerca che stai facendo sia molto importante… penso che la percezione del tempo cambia, certo che cambia! Vi sono differenze tra gli esiliati e il resto della popolazione, non fosse che per quel trovarsi su due terre diverse. Io sono rimasto prigioniero in un campo di concentramento per tre anni. Il primo e il secondo giorno sono stati sconvolgenti per me. Mi sono svegliato sindaco di Valparaiso il mattino dell’undici settembre, e verso le tre del pomeriggio ero un prigioniero politico privo di qualsiasi diritto. Per fortuna ero anche filosofo! Questo mi ha permesso di prendere una decisione durante la notte successiva alle torture subite, quella di non mettermi più in relazione con ampi lassi di tempo… avrei dovuto pensare soltanto al momento reale, facendo il possibile per rimanere in vita. Questo tipo d’idea precisa, che è pure sentimento ed emozione, mi ha aiutato molto anche dopo, e non solo me, ma pure mia moglie, ma pure mia figlia che vive a Bologna, e mio figlio che si laureò in economia in Unione Sovietica. Questa forma di considerare il tempo, cioè un tempo limitato — non certo l’infinità del tempo di cui parlava Platone — con un preciso lasso di ventiquattro ore, ci ha permesso di superare una tappa davvero innaturale della vita.

V: Questo dover pensare limitato, al giorno per giorno, al sopravvivere, ha cambiato radicalmente il suo modo di vivere? Anche dopo, quando è stato esiliato in Italia?

SVR:

V: E si è ritrovato ad essere un uomo diverso? Era un uomo diverso da quello che aveva vissuto in Cile? Cambiato?

SVR: In un certo senso sì… ed in un altro no. Per esempio ho continuato a percepire i miei gusti di uomo cileno, quello che mi piaceva allora in Cile mi piace ancora. Anche durante la prigionia i gusti rimasero gli stessi… però altre cose, senza dubbio le abbiamo apprese qui, essenzialmente a Bologna e nell’Emilia Romagna. Con mia moglie abbiamo conservato alcune abitudini che in Italia non esistono in nessun luogo. Questa mescolanza senza dubbio ci ha arricchito, spiritualmente parlando.

V: Un’ultima cosa. Com’è stato il ritorno in Cile? Ha trovato forse un Cile diverso?

SVR: Diversissimo.

V: Come ha fatto a ritornare in una patria diversa?

Immagine articolo Fucine Mute

SVR: Guarda… assieme a mia moglie, e noi due soltanto, siamo tornati in Cile nel 1983, anno in cui sono iniziate le proteste contro Pinochet. Noi, molto ingenuamente, credevamo che il regime sarebbe stato sconfitto ma non andò come credevamo; infatti nel 1985 mi arrestarono nuovamente e siccome la prima volta mi avevano spedito all’estremo Sud del paese, vicino allo stretto di Magellano, questa volta pensarono di relegarmi in un campo di concentramento dell’estremo Nord, nei pressi della frontiera boliviana, in un sito militare dove nasce il fiume Loa che ha la sorgente nella cordigliera delle Ande a ben quattromila metri di quota. Alla fine, penso d’aver percorso tutto il paese, ciò nonostante mai ho pensato d’aver reciso le mie radici con il popolo cileno, e men che meno con il suo territorio. Quando mi arrestarono per la seconda volta, decisi di prendere le cose con calma. Era infatti la seconda volta che succedeva… la prima volta nel 1973, e la seconda nel 1985 dove per fortuna non mi torturarono. Grazie all’intervento dell’Università di Bologna e del Vaticano venni liberato, e a quel punto ritornai in Emilia Romagna già nello stesso 1985. A Bologna rimanemmo fino all’anno 1989 quando ritentammo il rientro in patria. In verità, Pinochet era ancora al potere ma lo sarebbe stato ancora per poco, visto che l’anno successivo vennero indette le libere elezioni.

Quando giungemmo a Valparaiso, nell’antica casa di legno costruita dagli inglesi, ci scrisse la figlia di Giovanni Invitto, un nostro caro amico che è direttore del dipartimento di filosofia dell’Università di Lecce, per sapere, visto che studiando psicologia aveva saputo che l’Università di psicologia di Valparaiso era eccellente, se poteva stabilirsi nella nostra città. Dissi a Sara di sì, e quando arrivò andammo al mare, il nostro mare è l’oceano pacifico, un mare immenso. Quel giorno d’inverno, lo ricordo ancora, il tempo era brutto simile a questo di oggi e faceva freddo. Stagione ottima per i ricci di mare che da noi sono molto grandi. Allora le insegnai come aprirli, come staccare le lingue gialle simili a un dito che vanno mangiate a crudo con un po’ di succo di limone, succhiando tutto dal palmo della mano. Le chiesi se le piacevano i ricci del Cile, molto differenti da quelli dell’estremo sud dell’Italia, dove crescono più piccoli. Sì — mi disse lei — e visto che le piacevano ne aprimmo un altro. Le insegnai come fare, come portare la lingua del riccio fuori dal guscio spinoso. Stavamo mangiando questi ricci, quando Sara mi chiese perché ero ritornato in Cile… proprio come mi hai chiesto tu poco fa… ed io le ho detto: “Guarda Sara, io sono ritornato in Cile per gli amici e per i ricci” e così, senza volere, le ho risposto con un verso.

Bene, fermiamoci qui, che ne dite?

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