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Cinema

Su Scienceplusfiction 2005

Immagine articolo Fucine MuteI tempi cambiano. Lo diceva, profeticamente, una canzone tanti anni fa. Ed ora la circostanza è sotto gli occhi di tutti. Ma prima, come nelle favole antiche, è doveroso ricordare che c’era una volta il Festival della fantascienza di Trieste. Una manifestazione nata , quasi per caso, nel remoto 1963 e giunta al capolinea, dopo lenta consunzione, nel 1982 .Chi ha varcato la soglia dei cinquanta ricorda ancora,con una sorta di affettuosa malinconia,il Castello delle milizie di San Giusto dove, nelle caldi notti di luglio, si materializzavano su uno schermo di notevoli dimensioni strane creature provenienti da altri mondi. Non è il caso di analizzare i fasti e i momenti meno esaltanti che hanno contraddistinto i suoi primi vent’ anni di vita. Curiosamente se un’immagine più penetrante ruba la scena alle altre è proprio quella classica dei mostri giapponesi, puerili e disarmanti nella loro involontaria goffaggine e ingenuità, che sembravano elemosinare la carità di un brivido di spavento.Altri tempi, altre immagini.

Nel corso degli anni ci sono stati vari tentativi di rianimare il Festival che, per una ragione o per l’altra, sono naufragati. Ma la tenacia e la determinazione della nuova dirigenza della Cappella Underground è riuscita, agli albori del nuovo secolo, a rimettere in moto l’organizzazione di una rassegna che ha preso il nome di ”Scienceplusfiction”. Si diceva all’inizio dei tempi che cambiano. Ed allora ecco le opportune correzioni di rotta. Non solo si è deciso di dilatare lo sguardo sulle nuove frontiere della realtà e sui nuovi scenari che difficilmente coincidono con un futuro roseo e invitante, ma si è prestata attenzione ad una pratica ultimamente molto utilizzata. Vale a dire il ripensare il passato ipotizzando eventi diametralmente opposti a quanto si è realmente verificato. Su questa direttiva il “gioco” può estendersi montando e smontando passato, presente e futuro per reinventare un puzzle assolutamente inedito. Non è un caso che l’operazione funzioni e che tanti cerchino di sfruttarla al meglio. È caso di “C.S.A. The Confederate State of America” realizzato dal regista di colore Kevin Willmott e patrocinato dal prestigioso nome di Spike Lee. Già proposto al Sundance Festival il film si interroga su che cosa sarebbe successo in America se i sudisti avessero vinto la guerra di secessione e ci fosse stata l’annessione di Messico e Sud America. La conseguenza immediata è che il presidente Davis ripristini la schiavitù nel Nord e che i liberali siano costretti a riparare in Canada. Non solo l’ipotesi reazionaria si protrae avanti nel tempo, ma vengono inseriti immaginari spot che documentano i riflessi razzisti che si propagano anche nella pubblicità. Come si può arguire da questo breve sunto un’opera coraggiosa che induce alla riflessione.

Anche il russo “First of the moon” di Aleksej Fedorchenko si diverte a riscrivere la storia, meno decisiva, riguardante le conquiste spaziali. Il punto di partenza è l’atterraggio nel 1936 tra le montagne del Cile di un oggetto non identificato. Cercando di far luce su questo misterioso episodio una troupe cinematografica fa una sensazionale scoperta. Ben 23 anni prima della spedizione dell’astronauta russo Juri Gagarin gli scienziati sovietici con l’appoggio delle forze militari erano riusciti a lanciare in orbita il primo veicolo spaziale. Un’opera suggestiva che è piaciuta anche alla giuria di Scineceplusfiction (composta dal francese Jean-Pierre Dionnet,dall’italiano Roy Menarini,dall’inglese Kim Newman e dalla russa Alena Shumakova) che gli ha attribuito una menzione speciale. E visto che siamo in tema di premi ricordiamo che anche quest’anno l’Astronave ha incoronato un film americano. Dopo “Able Edwards”di Graham Robertson è toccato ad un altro giovane esordiente di belle speranze portarsi a casa il massimo riconoscimento. Il suo nome è James Bai ed è uno dei tanti asiatici, per la precisione coreano,ad essere emigrato negli States in cerca di migliori opportunità. Per l’occasione Bai si è arrangiato anche come produttore mettendo in cantiere un’opera a basso costo della durata di ottanta minuti. Protagonista è Walter, uno scienziato chiuso e solitario, che crea a sua immagine e somiglianza un robot intelligente ribattezzato Puzzlehead. Questa creatura artificiale diventa ben presto un’ossessione per il suo inventore che la utilizza anche per svolgere le mansioni domestiche. In fondo l’unica persona con cui Walter ha qualche tipo di relazione personale è una giovane, commessa in un negozietto vicino a casa sua. E proprio questa presenza femminile sarà la causa scatenante del conflitto che opporrà lo scienziato al robot. Ovviamente il mito del doppio e dell’intreccio uomo-macchina ha ispirato innumerevoli racconti cinematografici. In questo caso l’elaborazione è sufficientemente convincente e lo svolgimento abbastanza coinvolgente, tenuto conto della giovane età del suo realizzatore. Del resto un po’ generosamente la motivazione del premio pone l’accento sul “perfetto equilibrio tra la dimensione fantastica e quella umana.”.

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Un’altra giuria composta dallo spagnolo Carlos Aguillar e dagli italiani Bruno Di Marino e Giorgio Placereani ha giudicato le realizzazioni inserite nella sezione dell’European Fantastic Shorts. All’unanimità si è deciso di premiare “Terra incognita” dello svizzero Peter Volkart che in diciotto minuti ci fa conoscere Igor Leschenko, giovane scienziato che, negli anni Venti, contesta la validità della legge di gravità. La motivazione sottolinea”la capacità di costruire un immaginario fantastico attraverso la dimensione del viaggio,con un raffinato gusto grafico e un linguaggio sperimentale,che combina materiale di repertorio in forma di finto documentario con trama narrativa originale e un sottile umorismo.” Questi i vincitori, ma la rassegna triestina ha messo in mostra tante altre opere degne di menzione. Per l’inaugurazione è stato scelto un film americano molto costoso finanziato dall’ Universal e firmato da quel Joss Whedon, celebre per aver creato la serie televisiva “Buffy l’ammazza vampiri.” Si tratta della pellicola ”Serenity”(2005) che, nella stagione 2002-03, ha avuto un prologo come breve serie televisiva e di cui si è voluto riproporre la puntata pilota “Firefly: Serenty” sempre diretta da Whedon. Il titolo si riferisce ad un’ astronave, guidata dal capitano Malcom Reynolds, che è una specie di tassista spaziale. Durante un viaggio egli imbarca un dottore e sua sorella. La donna è ricercata da una pericolosa coalizione, denominata l’Alleanza, che minaccia l’intero universo.Ma c’è un altro pericolo in agguato costituito dai Reavers, selvaggi vagabondi dello spazio. A complicare ulteriormente le cose c’è il sospetto che qualcosa di spaventoso possa annidarsi all’interno della Serenity. Sempre derivata da una serie televisiva, ma a disegni animati, si è potuto vedere “Casshern”, kolossal giapponese di Kiriya Kazuaki, con attori in carne ed ossa, che immagina un futuro angoscioso in cui il pianeta viene colpito da guerre nucleari e batteriologiche. Tra gli altri film del concorso vanno segnalati ”Beneath still Waters”, storia di terrore acquatico firmata da Brian Yuzna, regista americano trapiantato in Spagna, già presente un paio di anni fa a Trieste, e l’inquietante “Vital” del nipponico Shinya Tsukamoto, celebre per il cult “Tutsuo”, che racconta di uno studente di medicina impegnato a dissezionare il cadavere della fidanzata morta in un incidente automobilistico da lui stesso causato. Inoltre, in concomitanza con l’omaggio del Festival a Brian Aldiss, il celebre scrittore inglese è stato intervistato da Giuseppe Lippi a cui ha confessato il suo inesauribile bisogno di esprimersi mediante la scrittura partorendo, a seconda dell’ispirazione, storie d’impianto fantastico oppure legate alla realtà. Alla prima categoria appartiene il romanzo “Brothers of the Head” da cui l’anno scorso è stato tratto l’omonimo film diretto da Luis Pepe e Keith Fulton. La storia è debitrice delle atmosfere morbose dei “Freaks” di Tod Browning. Questa volta la mostruosità è rappresentata da due gemelli legati indissolubilmente da un cordone all’altezza dello stomaco. Nei primi anni Settanta i giovani Tom e Berry diventano una band di rock’n’roll di un certo successo. Ma la fama si accompagna a dei comportamenti sregolati che li portano a una tragica fine. Anche in questo caso la narrazione utilizza la forma del falso documentario con l’espediente di una ricostruzione della loro vita raccontata a posteriori da chi li ha conosciuti.
Dall’Austria, un piccolo Paese che produce pochi film che difficilmente varcano le frontiere, è giunta un’opera prima a basso costo firmata dal trentunenne Marco Kalantari ed intitolata “Ainoa”. La storia ci porta nell’anno 2078 quando Ainoa, una ragazza robot, viene costruita con lo scopo di controllare “la grande guerra atomica”. Il dottor Kerensky, che l’ha progettata, resosi conto del proprio errore, vorrebbe riprogrammarla ma la cosa si dimostra piuttosto complicata. Si è potuto poi vedere il film “The birthday” dello spagnolo Eugenio Mira. Questa volta il punto di partenza sembra una tradizionale storia d’amore. Il giovane Norman è innamorato pazzo di Alison ed è felicissimo quando lei lo invita alla festa di compleanno del padre. Il giovane non sospetta minimamente che nell’hotel dove si svolgono i festeggiamenti stanno per accadere cose molto insolite. C’è perfino una pericolosa setta che vorrebbe riportare in vita un terrificante mostro.

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Un’altra cinematografia di cui non si ha occasione di vedere molto nelle sale cinematografiche è quella turca. Da lì arriva “G.O.R.A.” di Omer Faruk Sorak, che coniuga fantascienza e sentimenti. Siamo sul pianeta G.O.R.A. e il generale Logar vorrebbe sposare l’affascinante Ceku, figlia del sovrano, con il proposito di succedergli sul trono. Ceku, però, sogna l’amore vero e non ci sta. Decide perciò di tentare la fuga sulla terra. La stessa destinazione che anche un terzetto di carcerati, assieme ad un androide, sogna di raggiungere. Dal momento che l’unione fa la forza il quartetto si aggrega e l’avventura può cominciare. Molto prossimo agli incubi di David Lynch è “Nuit noire”, coproduzione belga-olandese del regista sperimentale Olivier Smolders. Il protagonista trascorre le sue giornate in un oscurità quasi totale studiando gli insetti. Una sera, rincasando dal lavoro, scopre con incredulità la presenza di una ragazza africana nel suo letto. La donna è affetta da un male incurabile e pare prossima alla fine. L’uomo, di fronte a questa presenza femminile, è lacerato tra desiderio e repulsione. Intanto, però, precipita in uno stato sempre più confusionale. Il giapponese Shinji Aoyama, oltre che regista, è anche critico e narratore. Per l’occasione ha scritto e diretto una storia abbastanza originale“Eli, eli, lema sabchtani”. Si ipotizza che nel 2015 le più grandi città del mondo siano colpite da un terribile virus per cui non esiste cura: la “sindrome lemming”. Ma in un’abitazione fuori città due musicisti vivono appartati dedicandosi alla ricerca di un suono puro. Questo suono potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza.

Tra tanti registi poco conosciuti c’è stato uno, invece, giustamente famoso per “The cube”. Per il suo ultimo film “Nothing” il canadese Vincenzo Natali abbandona, però, le atmosfere claustrofobiche per una storia ironica e divertente dai contorni paradossali. Due ventenni, scontenti per come vanno le cose, esprimono il desiderio che il mondo sparisca all’istante. Con grande incredulità la richiesta si avvera, ma vivere in un bianco nulla non è per niente agevole. Accanto a questi film Scienceplusfiction ha proposto la parte conclusiva dell’omaggio al cinema fantastico inglese intitolato “Brit-Invaders!” , curato da I.Q. Hunter e Chiara Barbo e dedicato alla produzione compresa tra gli anni Sessanta e i nostri giorni. Tra gli altri film sono stati proposti alcuni classici come “Il villaggio dei dannati”(1960) di Wolf Rilla, “L’uomo che cadde sulla terra”(1976) di Nicolas Roeg, “I banditi del tempo”(1981) e “Brazil”(1985), entrambi di Terry Gilliam, fino al recente “28 giorni dopo”(2003) di Danny Boyle. Inoltre ,nel centenario della scomparsa, si è voluto ricordare Jules Verne (1828-1905) con uno spettacolo teatrale firmato da Lorenzo Acquaviva ed una giornata di proiezioni aventi come punto di riferimento il suo immaginario con opere di Georges Melies e Karel Zeman. Da segnalare ancora il tradizionale premio Urania d’argento assegnato a Lamberto Bava per festeggiare, in modo augurale, il suo ritorno al cinema dopo un’assenza durata cinque anni. Lamberto, figlio del mitico Mario, ha conversato amabilmente con il pubblico grazie anche alle sollecitazioni di Manlio Gomarasca di Nocturno. È stata l’occasione per rivedere il suo primo film per il grande schermo”Macabro” e il trailer del nuovo , intitolato “Ghost son”, di imminente uscita. E per concludere La Cappella Underground ha mostrato, con legittimo orgoglio, il medio metraggio di mezz’ ora da essa prodotta ed intitolato “Evangelisti R.A.C.H.E.” di Mariano Equizzi, che rappresenta il primo tentativo di mettere in immagini il mondo fantastico del celebre creatore di Eymerich. Una curiosa scommessa risultata vincente come, del resto, vincente è stata complessivamente l’edizione di quest’anno seguita da un pubblico folto e partecipe. La nota negativa è dipesa, purtroppo, dai contributi finanziari assegnati alla manifestazione. Ma questa è un’altra storia, poco fantastica ma drammaticamente reale per gli organizzatori.

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