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Cinema

Luciano Barisone

All’Alba Infinity Film Festival

In occasione dell’International Alba Infinity Film festival, Fucine Mute intervista Luciano Barisone, direttore della manifestazione e selezionatore per il Festival cinematografico di Venezia.

Immagine articolo Fucine Mute

Tommaso Caroni (TC): Anche quest’anno l’Infinity ha una ricchissima proposta cinematografica, vorrei analizzarla brevemente con lei partendo da quello che è il fiore all’occhiello: la retrospettiva completa dedicata a Jerry Shatzberg, un grandissimo recupero di un autore spesso dimenticato. Da dove è nata la volontà di scegliere questo regista?

Luciano Barisone (LB): Jerry Schatzberg era presidente della giuria cinque anni fa, i suoi film noi li conoscevamo per averli visti al cinema e perché fanno parte della mia generazione. Io sono nato al cinema con questi film, all’epoca mi ricordo che ero un viaggiatore appassionato e mi piacevano molto i film che venivano chiamati road movie. Quando uscì lo Spaventapasseri qualche amico mi disse di andarlo a vedere ma in realtà scoprii che non era un vero road movie perché sì, si attraversava l’America, ma non c’era quella retorica mitica del road movie, mi sembrava piuttosto un viaggio dello spirito in cui si parlava di qualcosa che attraversava l’interiorità dei personaggi. Mi piaceva molto il modo in cui questi personaggi si rivelavano davanti alla macchina da presa. A me dunque Schatzberg è sempre rimasto legato grazie a questo film come un grandissimo regista. Col passare degli anni sono poi riuscito a vedere il resto dei suoi film, e sono riuscito a vedere anche la sua prima pellicola che è stata per me uno shock, perché è un film incredibile sul mondo della moda su come la moda crea e distrugge i suoi miti. Dato che per noi come festival è importante non soltanto mostrare i film ma anche la persona che ci sta dietro, avendo conosciuto la persona Jerry Schatzberg, mi sembrava una persona straordinaria da mostrare o da sentire ragionare insieme ai film che lui aveva fatto. Poi ho fatto un’ulteriore riscoperta, Schatzberg da cinephil di formazione quale sono lo avevo scoperto come artista regista, parlando con lui ho scoperto invece che prima di essere un regista era anche un grande fotografo, allora andando a vedere sul suo sito Jerry Schatzberg.com mi sono trovato davanti foto che conoscevo ma non sapevo avesse realizzato lui. Mi sono resto conto di trovarmi di fronte ad un creatore anche in termini fotografici di un immaginario che aveva popolato la mia giovinezza. Da questo è nata poi l’idea di fare la retrospettiva e l’esposizione fotografica.

Immagine articolo Fucine MuteTC: La bellezza di questo festival sta nel coinvolgerti ed abbracciarti sotto molti aspetti, camminando per Alba per esempio ci sono le fotografie di Schatzberg lungo tutte le vie centrali. È un festival che ti abbraccia in ottica famigliare perché c’è desiderio di parlare di cinema e di relazionarsi con il cinema. Per esempio sono da sottolineare questi incontri sul tema del pudore con l’intervento di personalità molto importanti che secondo me arrivano in un momento particolarmente importante di riflessione su questo aspetto. Era arrivato per lei il momento di parlare di questo argomento sia nell’ambito televisivo, cinematografico e di critica?

LB: L’idea del pudore è venuta l’anno scorso per un puro caso fortuito ma era una cosa che girava nella mia testa già da un po’ di tempo. Io come essere umano mi sento particolarmente aggredito nella mia vita quotidiana nei modi in cui il nostro tempo si comunica; attraverso il cinema, attraverso le televisioni, i giornali e la pubblicità. Oggi c’è una comunicazione molto presente, invadente, nella nostra vita. Mi sentivo aggredito da questa imperiosa volontà di dire “tutto è visibile, tutto vi possiamo far vedere, tutto dovete vedere”, quando invece io penso che la bellezza delle cose sta nel fatto di arrendersi di fronte al mistero. È da questa necessità anche un po’ interiore che ho detto: “Perché non riflettiamo sul modo in cui il cinema lavora non tanto sul pudore come soggetto, ma lavora in termini pudichi attraverso lo sguardo su qualsiasi soggetto?”.
Perché il pudore è stato sempre erroneamente associato all’idea del nudo? L’accusa contro il pudore è che venisse mostrato un corpo nudo. Io non credo che sia il soggetto che faccia il pudore ma che sia lo sguardo che viene posto su questa cosa che faccia il pudore. Mi piace molto citare la frase che ha detto Richard Copans che è stato uno dei relatori di questo incontro: “Inquadrare la giusta distanza tra chi filma chi è filmato e lo spettatore”. Questo magico triangolo è quello che garantisce la libera crescita dell’individuo, della personalità, del pensiero.

Immagine articolo Fucine MuteTC: Durante questo festival ci sono altri grandi appuntamenti, io cito Edo Bertoglio perché Face Addict è uno di quei film non facili da reperire come lo stesso Downtown 81; organizzare un incontro con lui è un altro avvenimento rilevante. Come è nata l’idea di proporre una retrospettiva su questo autore?

LB: Bertoglio viene da Schatzberg. Sai nei festival c’è una parte di teoria, di idea però lo si organizza spesso per aggregazioni spontanee, è come quando incontri un amico e quest’altro amico porta un altro amico, e insieme all’improvviso ci si ritrova in una compagnia e da questa cosa vengono fuori questi incontri straordinari che si fanno. Quando quest’estate ho visto Face Addict a Locarno e avevo già nella testa di fare Jerry Schatzberg ho incontrato Edo Bertoglio, che è un’altra persona di una semplicità straordinaria, che ha vissuto delle esperienza molto difficili ma anche molto molto belle, e allora gli ho chiesto “Perché non facciamo anche i tuoi film e non vieni anche tu?”.
Io all’inizio volevo chiamare quest’omaggio ad Edo Bertoglio La seconda volta, un po’come il film di Calopresti, poi alla fine non abbiamo dato questo titolo ma la ragione del titolo è che Bertoglio ha vissuto una prima vita se ne è distaccato e dopo vent’anni ha avuto il privilegio di ritornare e di rivedere questa sua prima vita, ed è come una specie di miracolo e mi piaceva che questa venisse comunicata agli spettatori. Poi era un grande fotografo che ha celebrato i fasti della new wave americana e quindi mi piaceva metterlo a confronto con Jerry. Poi un mese più tardi ho incontrato Lee Kowalsky che in passato era stato ospite anche lui del festival e insieme abbiamo presentato a Venezia East of Paradise. Allora mi sono detto perché non mettiamo insieme queste tre figure, che lavorano sull’America da tre punti di vista differenti e raccontano un’ America che non è quella che noi abbiamo sempre visto, l’America dei personaggi mitici del sogno americano, del prima o poi chiunque ha diritto al suo quarto d’ora di celebrità. Questi ci raccontano un’America molto differente un’America di gente che non ha molto successo, che cerca di barcamenarsi, ci racconta il dramma vero della vita e allora è nato l’incontro di queste tre personalità.

TC: Il Festival è davvero ricchissimo, c’è tutto un altro aspetto legato al cinema italiano e una retrospettiva utilissima su un grandissimo regista che è Brenta. Allo stesso tempo si propone una retrospettiva su Groning, che adesso va particolarmente di moda ma che ha un passato, una sua storia e sua filmografia molto importante. Poi fuori concorso ci sono per esempio Gianikian Ricci Lucchi e Salani che sono comunque dei nomi che per chi fa cinema vogliono dire tantissimo, non sono nomi cercati a caso ma importanti proprio per il loro valore nell’ambiente.

LB: Tutti i nomi che hai citato compongono il mosaico del festival, un mosaico che è nato per aggregazione. Groning noi lo conoscevamo già da tempo, ci piacevano i suoi film che avevamo visto a Locarno e che avevano vinto dei Festival. Il grande Silenzio è un film che ho visto perché lavoro anche per il Festival di Venezia come selezionatore e appena terminata la visione ho subito detto a Philip Groning “Se il film non viene a Venezia io vorrei in ogni caso fare un omaggio a te ad Alba perché questo film mi parla e parla”. Teniamo conto che Il grande silenzio è un film di tre ore in cui si parla pochissimo in cui si inquadrano spesso spazi vuoti, dei dettagli, delle persone che pregano, la natura. I primi quindici, venti minuti sono durissimi, e bisogna dirlo perché il pubblico poi andrà a vederlo e dirà “Ah è un film di cui hanno parlato tutti, sarà una figata!”. I primi quindici minuti sono durissimi… sono esattamente duri come inginocchiarsi e pregare, perché dopo cinque minuti fanno male le ginocchia, e poi improvvisamente si entra in una dimensione per cui il film corrisponde ai nostri pensieri, come se ci fosse una eco tra quello che vediamo e la nostra interiorità e improvvisamente entriamo in una dimensione completamente diversa. Vediamo il film che va via di un fiato come se non si fosse più ne nella fatica ne nella riflessione; allora questo secondo me è un modo di lavorare sul silenzio, sul pudore e sulla possibilità che l’uomo ha di ritrovare se stesso allontanandosi un poco dal mondo che non vuol dire non vivere più, ma vuol dire semplicemente non essere sopraffatti dal mondo, tenerlo un po’ a bada.
Nella stessa maniera proponiamo Brenta, regista di cui molti tendono a dimenticarsi, forse perché ha fatto solo tre film ne quindi oggi non è considerato di moda. Ma è un grandissimo regista, ogni film che ha fatto è andato in festival internazionali ed è stato riconosciuto. Oggi ingiustamente non viene più fatto lavorare ma è veramente un talento. Allora è importante riproporre il cinema di un regista perché secondo me anche in questa maniera si può riportare all’attenzione e magari si riesce a far ricircolare le sue opere, anche attraverso gli ospiti stranieri e noi abbiamo moltissimi ospiti stranieri che non lo conoscono. Sarebbero molto bello che qualcuno dicesse: “Benissimo allora lo presento anche io in un’altra occasione” e questo è un po’ il nostro modo di fare il festival e di far ricircolare le cose.

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