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Scrittura

Alan D. Altieri

Dai pop-corn alla corte di Dino de Laurentiis

Immagine articolo Fucine MuteL’estate scorsa chi scrive ha conosciuto Sergio alias Alan D. Altieri in occasione del Festival “Oltrecorrente. Contaminazioni Creative”, organizzato dall’Archivio Giovani Artisti del Comune di Parma e Fiere di Parma. L’evento era perfetto per Alan D. Altieri; maestro italiano del genere action thriller, traduttore di testi di genere (tra gli autori: Jeffery Deaver, Dashiell Hammett, George R. R. Martin), consulente editoriale delle testate da edicola della Mondadori (Il Giallo Mondadori, Segretissimo, True Crime e Urania), già sceneggiatore per Dino De Laurentiis e molto altro. Altieri è uno scrittore eclettico, contaminato appunto. Come pochi in Italia padroneggia magistralmente diversi registri comunicativi.
La sostituzione del suo nome di battesimo con un più anglosassone “Alan”, con il quale è conosciuto dal suo pubblico, spiega molto del personaggio. Ci piace pensare che questa scelta sia un omaggio alla mitica creazione di Luciano Secchi (Max Bunker) e Roberto Raviola (Magnus): il personaggio anticonformista Alan Ford, fumetto nato nel maggio del 1969 e introdotto dal padre della fumettistica italiana, Carlo della Corte. Il processo di simbiosi tra Max Bunker e Magnus è durato 75 numeri che hanno influenzato profondamente sia la fumettistica sia la narrativa noir e fantascientifica. Alan Ford ha raccontato storie di spionaggio che spesso e volentieri sfociavano nel grottesco e nella denuncia sociale, proprio come in uno dei più intriganti romanzi di Altieri. Il riferimento è a L’uomo Esterno, sicuramente nella top ten dei migliori action thriller italiani. Non da meno Kondor, romanzo degli anni Novanta dove si anticipa lo scontro di civiltà, l’11 Settembre e forse gran parte del futuro prossimo di questa nostra civiltà occidentale sempre più multiculturale, tanto quanto incapace di gestire il mutamento che il processo di globalizzazione provoca.

Il primo romanzo di Alan Altieri è del lontano 1981, Città Oscura: un malloppo di seicento pagine ambientato a Los Angeles, in uno stato americano dove lo slang tortura e stira le consonanti come in un viaggio di circumnavigazione senza senso e fine. Qualche mese dopo la pubblicazione di Città Oscura, Dall’Oglio (editore di Altieri) spedisce una copia del romanzo a Los Angeles: Paramount Pictures, Cannon Drive. Il destinatario è Agostino “Dino” de Laurentiis, nel frattempo trasferitosi a New York, che chiama Altieri e gli offre un incarico di Story-Editor, Production Executive e Staff Writer. Alan Altieri, ingegnere meccanico milanese, si ritrova nella mecca del cinema, ben presto diventa membro del Writers Guild of America, collabora alle sceneggiature di alcuni lungometraggi firmati De Laurentiis, scrive una dozzina di romanzi tra la fantascienza e qualcosa che nemmeno lui ha mai voluto definire; ritorna, infine, in Italia, come consulente Mondadori.
Per diretta ammissione, il suo stile narrativo è appunto contaminato dai suoi maestri (Salgari, Chandler, Clarke, Forsyth, Ellroy e Vachss), dalla sua formazione universitaria, dall’esperienza presso gli Studios, dal suo pessimismo nei confronti degli uomini. Come lo stile narrativo, anche la parlata italiana di Altieri è rimasta irrimediabilmente contaminata dallo slang californiano. La cadenza di Altieri tradisce chiaramente una lunga permanenza nella capitale cinematografica del c.d. Golden State, dove tutti i sogni possono diventare realtà. Come quello del giovane ingegnere meccanico — cresciuto a western, gangster movies, pop-corn e sei colpi – che ha iniziato a scrivere storie, quelle stesse che avrebbe voluto vedere al cinematografo.

Jimmy Milanese (JM): Siamo alla libreria Borsatti di Trieste, che ospita la presentazione de “La trilogia di Magdeburg” ad opera di Alan Altieri. La prima domanda parte un po’ dal passato: “Città Oscura”, “Alla Fine della Notte”, “l’Occhio Sotterraneo”, tantissimi altri romanzi di successo. Però tutti romanzi extra-italiani… perché?

Immagine articolo Fucine MuteAlan D. Altieri (AA): Perché da ragazzino sono cresciuto con i western americani, i film di gangster americani e i film d’azione americani, per cui fin dall’inizio la mia sensibilità narrativa è stata di natura anglosassone. Non che ci sia qualcosa che non va nella narrativa italiana, ma sono proprio cresciuto a pop-corn e sei colpi, quindi è da lì che viene la scelta. Da un certo punto della mia vita, ipotizzo di essermi messo a scrivere le storie che avrei voluto leggere oppure vedere al cinema, per dirla in modo sintetico.

JM: Nel 1983 Andrea dall’Oglio manda “Città Oscura” a Dino de Laurentiis e questo, da un certo punto di vista, ti cambia la vita.

AA: Sì, mi cambia la vita, nel senso che comincia questa esperienza americana che dura tuttora. In realtà, sono passati più di venti anni da quel giorno. Ho lavorato per almeno quindici anni nel mondo del cinema, dieci dei quali come sceneggiatore professionista, immerso in un’industria radicalmente diversa da quella che è l’industria del cinema italiano. L’industria cinematografica americana è molto più complessa e difficile, semplicemente diversa da quella italiana. Questa esperienza mi ha insegnato anche molto dal punto di vista del come narrare le storie, di come strutturarle nei dialoghi, ovvero come drammatizzare le situazioni. Quindi, un’esperienza che sono molto grato di avere trascorso e per la quale mi ritengo anche un privilegiato.

JM: “Città Oscura” è un thriller “metropolitano”; il soggetto è un intrigo politico ma il risultato è una specie di ibrido narrativo, così come è stato definito. Anche il genere italiano tende verso l’ibrido narrativo (ho in mente, come riferimento, Tom Clancy)?

AA: A mio parere non c’è più il genere puro. La forma narrativa pura è finita a mio giudizio con gli anni ’60, con il grande hard-boiled di Raymond Chandler e Dashiel Hammett o con il grande mystery di Agatha Christie o anche con il romanzo storico classico, se vogliamo. Ritengo che oggi nessun narratore faccia più il genere puro: tutto è ibrido, tutto è contaminato. Ed è anche giusto che sia così. La nostra percezione degli eventi è cambiata negli ultimi anni, che sono diventati un’epoca estremamente complessa, caotica ed anche sinistra per certi versi. È un’epoca contaminata, le nostre strade sono piene di oggetti, persone, venti che provengono da altre culture e la nostra stessa vita ruota in un vortice di oggetti che non sono più quelli che abbiamo conosciuto nella nostra infanzia, bensì delle loro evoluzioni.
Dire che i generi sono “contaminati” forse non è corretto, forse dovremmo solo definirli come “ibridi”: un tempo la macchina da scrivere ci sembrava il “top” tecnologico, adesso se non abbiamo il computer portatile da 200GB di hard drive non siamo contenti. Con l’aumento della complessità della nostra esistenza, anche i generi hanno finito per diventare più complessi e di conseguenza più “contaminati”, ma è una parola che contiene una connotazione negativa che non vorrei attribuire ai generi stessi. Quindi, ipotizzo che “Città Oscura” possa aver precorso i tempi all’epoca, ma se poi leggiamo anche i romanzi degli autori italiani delle nuove generazioni, alcuni dei quali sono estremamente in gamba e preparati. Nnessuno di loro fa il genere puro, ma si indirizza verso generi appunto contaminati. Quindi non credo che ci staccheremo da questo trend nemmeno in un futuro prossimo.

Immagine articolo Fucine Mute

JM: A proposito di contaminazione, nel 1997 esci con “Kondor”, la storia di un tentativo di rifiuto da parte di alcuni nei confronti di un processo di contaminazione tra l’Occidente e l’Oriente. Descrivi il mondo come un branco di lupi. Uno dei complimenti che hai ricevuto con questo romanzo è quello di aver un po’ anticipato i tempi (lo scontro di civiltà, l’11 Settembre).

AA: Non sono sicuro se il mio romanzo sia funzionale al rifiuto dello scontro fra Oriente e Occidente, in realtà Medio Oriente e Occidente. Ammesso e non concesso che abbia effettivamente precorso i tempi, devo dire di essere stato un facile profeta. Perché la situazione mediorientale, da un punto di vista politico e militare, rimane uno dei bubboni della nostra epoca e continuerà ad esserlo fino a quando non si saranno ammazzati a tal punto, da stufarsi di continuare a farlo, come nella guerra dei 30 anni (la trilogia di Brandeburg di Alan Altieri è ambientata proprio nel periodo storico in cui si combatté la guerra dei 30 anni, ndr). Devono stancarsi di farlo, e non sono ancora stanchi.
“Kondor”, se vogliamo, era un’ipotesi in cui si presentava un coinvolgimento militare dell’Occidente molto più profondo di quanto non si sia verificato fino ad ora. Anche se il libro risale esattamente a dieci anni fa, lo ammetto, potrebbe essere fin troppo attuale. È uno dei miei libri che preferisco, sul quale ho lavorato a lungo. Mi fecero l’onore di insignirlo di un premio, il premio Scerbanenco nel 1997 al Noir in Festival di Courmayeur, ma ritengo che rimanga tuttoggi un libro attualissimo, come se fosse stato scritto ieri. Purtroppo gli eventi lo stanno confermando.

JM: Il tuo stile è stato definito, da un certo punto di vista, “cinematografico” in quanto scrivi in maniera veloce, scattante. Per alcuni questo è un punto a tuo svantaggio, per altri invece è la cifra del tuo valore. Il tuo stile ricorda un po’ l’essenzialità di Hitchcock, da un punto di vista cinematografico, e l’essenzialità nella scrittura di Hemingway. Ecco, è un pregio o un difetto essere scrittori essenziali oggi? Tu vieni da una formazione come ingegnere meccanico, quindi hai un contatto diretto e multivariato con il movimento (in America i film si chiamano movies, per l’appunto). Quest’essenzialità è, per la tua scrittura, limite o vantaggio?

Immagine articolo Fucine MuteAA: Non la metterei in questi termini, non parlerei né di vantaggi né di limiti. Parlerei di stile di scrittura, che è una scelta, qualcosa che va imparato a fare. Non nasciamo “imparati”, usando un’espressione stupida! A mio parere, quella dell’essenzialità è stata proprio una scelta congruente con il tipo di storie che ho sempre raccontato. Sono delle storie che prevedono continui intrighi, storie in movimento e di movimento; con azione, botti e spari… che necessitano di una scrittura agile e concentrata, adatta a raccontare il movimento dei personaggi. Quindi, la complessità della storia mi porta a cercare uno stile sintetico, che per certi versi adesso con questa trilogia di Magdeburg ho addirittura “spinto” verso l’estremo. Questo sintetismo stilistico porta ad “asciugare” il romanzo, ma questa operazione fa emergere il movimento continuo, sul quale la mia scrittura si concentra. È una scelta fatta sulla base del tipo di storia che volevo raccontare.

JM: Un’altra considerazione sulla tua produzione letteraria. Tutti i tuoi protagonisti sono abbastanza tormentati e tra l’altro qualcuno ha scritto che tu avresti essenzialmente scritto un romanzo, un po’ come si ipotizza fece Kubrick nella sua concisa filmografia. Lui si occupò dello scontro tra il bene e il male, il tuo soggetto di riferimento è più complesso tuttavia anche nella tua scrittura c’è, alla base, l’idea dello scontro. Sei d’accordo con questo?

AM: Sì, sono d’accordo. L’idea di base della mia scrittura è lo scontro del singolo contro il potere. E per definizione il potere è sempre un’entità malvagia. In questo scontro è inevitabile che “l’eroe” (ma è un’espressione da prendere con le molle) finisca a sua volta contaminato. Nessuno ne esce indenne e certamente nessuno esce indenne dal confronto diretto con un’entità multiforme e diabolica, come solo il potere può essere.
Sì, è corretto quello che dici… la tematica è proprio quella.

JM: Una domanda sulla tua formazione come autore. Leggendo i tuoi libri sembra che ci sia una matrice, diciamo, abbastanza comune: si va da Clarke, passando per Chandler, per ritornare a Salgari. Quali sono però i tuoi autori di riferimento? Sono questi o sono altri, magari anche meno conosciuti al grande pubblico?

AA: Sono proprio questi: Salgari, Raymond Chandler… anche Arthur Clarke, per quanto riguarda alcune prospettive fantascientifiche. Ma devo dire che l’autore che più mi ha influenzato soprattutto per quanto riguarda la definizione del personaggio è proprio Raymond Chandler. Frederick Forsyth per quanto riguarda la struttura della storia. James Ellroy per quanto riguarda certe scelte stilistiche, e anche Andrew Vachss, che è un autore pubblicato in Italia ma non conosciuto come meriterebbe. Anche da lui ho tratto ispirazione, devo dire.

JM: Prima di parlare della trilogia di Magdeburg un’ultima domanda sulla tua esperienza cinematografica. Facciamo così: io ti cito alcuni film… “Conan”, “Anno del Dragone”, “Atto di Forza”, “Velluto Blu”. Qual è stato il tuo contributo a questi film e, in generale, come story editor, qual è stato il tuo contributo alla cinematografia americana?

Immagine articolo Fucine MuteAA: Per questi film che hai citato ho letto le sceneggiature e le varie versioni delle sceneggiature che venivano fatte nella casa di produzione di De Laurentiis, cercando di fare delle analisi e cercando di dare suggerimenti, che è il lavoro dell’editor. Nel caso di “Conan il distruttore” e “Atto di Forza” quando ancora si chiamava “Total Recall” e quando ancora era controllato da De Laurentiis scrissi come staff writer delle versioni della sceneggiatura che poi però non vennero molto usate, come sempre accade nell’industria del cinema americano. Il film in America è sempre scritto da una squadra di individui che ci lavorano in tempi e con modalità diverse. Direi che il contributo che ho cercato di dare è questo, un contributo di natura analitica e da editor.

JM: E ora torniamo al 1630, la guerra dei 30 anni, una famosissima battaglia di Lipsia del 1632. “L’Eretico”, “La Furia”… è un’altra trilogia in stile “Signore degli Anelli”, o cosa?

AA: No. Non è una trilogia stile “Signore degli Anelli”, non è una trilogia fantasy anche se devo dire, di nuovo, è stato dato un premio fantasy all’”Eretico” più che altro per il fatto che in Italia non si scrivono molti libri che hanno una componente o decisamente soprannaturale o che può essere interpretata come tale. Nella trilogia di Magdeburg ci sono degli eventi non spiegati, da un punto di vista razionale.
Non è il “Signore degli Anelli”, è una versione estremamente cruda di un evento storico tanto catastrofico quanto dimenticato e, da un punto di vista politico, molto più vicino ai nostri giorni di quanto non si possa immaginare. La tesi che cerco di sviluppare in questi libri (una trilogia che in realtà è un romanzo unico in tre parti) è che questa guerra rappresentò per l’epoca l’equivalente di quella che oggi potrebbe essere una guerra nucleare. Una guerra è ogni guerra, insomma. Questo tempo, lontano da noi quattro secoli, è molto più vicino di quello che potremmo immaginare. Fino ad ora di libri ce ne sono due, il terzo, se tutto va bene, ci sarà l’anno prossimo e si chiamerà “Magdeburg. Il Demone”.

JM: Sentivo prima in conferenza che parlavi della possibile uscita di un quarto libro.

AA: Sì, ma questo è prematuro. Ci potrebbe essere “Magdeburg. La terra delle Lacrime”, ma non è certo ancora.

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