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Arte

Fatmir Velaj

Good Morning, Balkans

Passeggiando tra le Rive triestine s’intravede da lontano il pannello che attira l’attenzione dei passanti: uno sfondo nero con riproduzioni colorate di quadri, stili e tocchi diversi, raggruppati sotto il nome di “Good Morning, Balkans”. Si chiama così la mostra che ha fatto tappa per la prima volta in Italia, si può visitare gratuitamente fino al nove di luglio alla sala Giubileo di Trieste, e presenta i lavori di innumerevoli artisti provenienti da Italia, Slovenia, Croazia, Turchia, Austria, Bulgaria, Serbia, Kossovo, Albania, Macedonia, Bosnia, Germania, Grecia, Romania e Montenegro.

Immagine articolo Fucine Mute

Basta entrare, lasciarsi sedurre dall’energia delle pitture e poi fermarsi un momento a riflettere. Ci si accorgerà che non si tratta di un evento qualsiasi di passaggio in città ma piuttosto di un’occasione rara. La mostra si fa promotrice di un interscambio tra artisti e persone comuni delle regioni europee, in particolare dell’area balcanica; contribuisce a porre le basi concrete per la creazione di cultura europea che sia realmente frutto della molteplicità e ricchezza delle sue diverse esperienze culturali.
Dietro ai pannelli che reggono i quadri, si percepisce un intento forte; le etichette, quasi improvvisate, che presentano opere ed autori dai nomi per noi a tratti illeggibili, affiancate le une alle altre, costituiscono il quadro più bello della mostra. Questo quadro immaginario diventa spazio di incontro, manifesto, modello di pacifica integrazione, diventa luogo di esplorazione e di rielaborazione, simbolo di un progetto a livello internazionale portatore di valori comunitari.
Molti dei paesi rappresentati sono geograficamente a noi vicini, eppure le opportunità effettive di approfondimento culturale non sono poi così frequenti. C’è ancora tanta strada da fare in questo senso e l’arte si configura come potente strumento di coesione e di apertura, una fascinosa messaggera che con “Good Morning, Balkans” recapita ai visitatori anche una serie di quanto mai opportune domande.
Quanto radicata è in realtà la storia della regione balcanica nella nostra coscienza? Fino a che punto si rende oggi necessaria una sua rivisitazione per rafforzare il senso della responsabilità delle future generazioni? Qual è la situazione attuale dei Balcani e quali potranno essere le sue prospettive future? Che ruolo rivestono l’arte e la cultura in questo contesto? Come si collocano i diversi artisti all’interno delle loro società e di quali responsabilità possono farsi carico?
Alcune delle possibili risposte sono proprio lì, nelle tele appese, risposte colorate, dolorose, speranzose, che prescindono da divisioni di religione, razza ed orientamenti politici. “L’artista” dice il curatore della mostra Fatmir Velaj “non definisce, piuttosto osserva e raccoglie, arrangia e collega, viola le regole e le reinterpreta. Collega la realtà con l’irrealtà, la riflessione con la proiezione, l’ordine col caos. Non conosce limiti, va oltre. La sua opera va intesa come strategia artistica per avvertire e concretizzare il mondo tra cielo e terra, tra la realtà e l’immaginazione, tra passato e futuro”.

Al di là dei suoi significati altri, la mostra è indubbiamente interessante a livello artistico. Difficile rendere la varietà e complessità delle presenze autoriali. All’interno di quest’itinerante macrocosmo contemporaneo, ogni artista ed ogni quadro sono un piccolo mondo a sé. Capita, visitando più volte la sala, di scoprire sempre nuovi dettagli, sempre nuove sensazioni, di affondare nelle realtà immaginative attraverso le tele.

Immagine articolo Fucine Mute

Attira inevitabilmente il visitatore “Vicino a casa mia” la grande pittura centrale di Shpend Qeriqi, artista kossovaro. Un quadro angosciante e profondo, che respinge chi non vuole addentrarsi in cupe profondità e cattura fatalmente chi invece si sofferma. Qeruqi dimostra talento ed estro compositivo, nonostante la giovane età, dai suoi neri emerge una forza espressiva matura, gli scontri delle pennellate si fondono in una tensione intensa e guerresca che nasconde un misterioso equilibrio ipnotico.
Tra i quadri da ricordare includiamo “Rimango nell’aria perché non vale scendere” di Erwin Maria Hafner. L’artista austriaco riesce a rendere magicamente un senso di sospensione che è una fuga onirica da una realtà rifiutata. Le pennellate pastello ed i tratti frettolosi trasmettono l’effimero, una delicatezza che nulla toglie alla forza della contrapposizione: la tela esprime uno stato fittizio e precario che oscilla tra quiete e movimento, tra definito e sfuggevole, tra ricerca ed abbandono.
Genuina ma sofisticata la pittura di Natascia Dimitrova, nata a Sofia ed ora residente in Germania, a tratti picassiana la sua figura femminile su sfondo rosso. Onde emotive cullano chi osserva invece “I colori della mia vita” del turco Sinasi Bozatli. Meno immediate le concettuali ed affascinanti opere di Robert Kavas “Autoritratto”, “Forma Prevista” e “Sguardo Traverso”.
Infine, ricordiamo le vivaci opere di Fatmir Velaj, pittore albanese che vive a Vienna, presente con tre tele: “La casa vicino al mare”, “Vieni via con me” e “Il giardino segreto”. Fanciullesco e misterioso, vitale e nostalgico, conosciamo assieme l’artista e curatore della mostra che abbiamo incontrato per voi.

Cristina Favento (CF): Che cosa rappresenta “Good Morning Balkans”?

Fatmir Velaj (FV): Una possibilità, un’occasione concreta. Vedo nella mostra l’opportunità per presentare le sfide, le speranze e la nuova immagine dell’Europa Sud Orientale; è l’occasione ideale per informare sui Balcani di oggi, a 15 anni dalla caduta della cortina di ferro.
Il fatto che artisti provenienti da paesi così diversi presentino le loro opere in un’unica sala, è di per sé prova di dialogo e di reciproco beneficio. La mostra rappresenta un momento d’arricchimento e d’approfondimento dei rapporti culturali internazionali.

CF: Com’è nata l’idea di questa mostra?

FV: Nel maggio 2002, per conto del Ministero degli Affari Esteri di Vienna sono partito, direzione Skopje, per organizzare una mostra internazionale ed incontrare artisti di varie etnie, europei e non. Lavorando a Skopje ho percepito un grande sentimento di orgoglio da parte degli artisti balcanici che hanno fortemente voluto presentarsi nel modo migliore accanto agli artisti degli altri paesi. Ho capito che il loro era un desiderio di mettersi in gioco. Utilizzando una metafora calcistica, potrei dire che volevano giocare in serie A o addirittura partecipare alla Champions League. Il loro mi è sembrato una sorta di appello: “Vogliamo presentarci al mondo, anche noi siamo artisti di valore e la nostra sfortuna è stata vivere in un sistema come è stato quello comunista. Oggi però anche noi abbiamo voglia di presentare le nostre opere nei musei, di farci conoscere, di avere visibilità nell’Europa Occidentale e Centrale”.
Allora mi è venuta in mente l’idea di organizzare una mostra itinerante, che potesse valorizzare le potenzialità di questi artisti e potesse spostarsi in diversi paesi. Ho pensato subito di chiamarla “Good Morning Balkans”. Ho deciso di usare “Balkan” perché è un nome pieno di pregiudizi, non è solo un riferimento comune geografico al Sud-Est Europa ma si porta dietro una connotazione negativa, è una parola che evoca immagini negative e ricorda una sorta di polveriera pronta ed esplodere. L’intento era migliorare quest’immagine portando un significato nuovo e positivo attraverso l’arte. Ho visto anche altre mostre fatte sui Balcani nell’Europa Centrale ed Occidentale e si tende sempre, a mio avviso, a presentare l’arte balcanica in modo scorretto. Ci si rifà ad un’arte che non ispira, che non è portatrice di messaggi positivi volti al futuro, come fanno invece i colori delle opere che ci sono nella mia mostra.
Dopo aver parlato del progetto con il Ministero degli Esteri a Vienna nel 2003 ho cominciato facendo un viaggio nei vari paesi balcanici. La prima tappa è stata Atene perché la Grecia aveva avuto la presidenza dell’Europa Unita e, inoltre, abbiamo pensato anche ad un collegamento agli antichi albori della vecchia civiltà greca. Quella di Atene è stata veramente una grande mostra, all’inaugurazione nel giugno 2003 erano presenti oltre 400 persone, tra cui vari esponenti di spicco del mondo culturale e politico greco.

Immagine articolo Fucine Mute

CF: Qual è stato il criterio di selezione per quadri ed artisti?

FV: Ho fatto un giro nei vari paesi ed ho cercato artisti che già conoscevo, io stesso sono un pittore, e che adoperano criteri che amo in pittura e nell’arte contemporanea. Ho cercato quelli che sono, secondo me, i più bravi tra i contemporanei dei vari paesi. Ad Atene ho scelto cinque tra gli artisti nazionali dai più famosi, come ad esempio il grande scultore Theodoro Papayannis o il pittore Zaharias Arvanitis, fino ai più giovani e meno conosciuti. C’erano poi molti altri artisti da paesi come Slovenia, Romania o Croazia e da Vienna sono venuti Herman Nitsch, Adolf Frohner, Oliver Dorfer, Robert Kabas.

CF: Mi sta dicendo che artisti presenti e quadri esposti variano a seconda del luogo in cui la mostra viene organizzata?

FV: Esatto, a seconda dei paesi in cui abbiamo organizzato la mostra, ho dato la possibilità di farsi conoscere in particolare agli artisti del posto che hanno potuto partecipare con un maggior numero di opere rispetto agli altri. Per esempio, ad Atene ho preso cinque artisti greci, a Bucarest, l’anno seguente, abbiamo inaugurato la mostra al Museo Nazionale alla presenza del Presidente della Repubblica ed ho preso quattro artisti rumeni per loro dare visibilità. Tra loro c’era il grande Aurel Vlad con delle sculture che arrivavano fino a due metri e mezzo.

CF: Come siete arrivati a Trieste?

FV: L’idea è stata di un mio amico, Andreas Pawlitschek, Direttore al Ministero degli Affari Esteri a Vienna. Eravamo assieme a prendere un caffè e mi ha chiesto “Fatmir, perché non vai a Trieste? È il capoluogo di una regione che è la porta italiana per i Balcani…”. Abbiamo iniziato a discuterne e parlando assieme il progetto è cresciuto da sé. Non è stato difficile convincersi, la voglia di portare la mostra in Italia era tanta e la città mi piaceva. Guardando la storia e la posizione geografica di Trieste, si capisce che è stata aperta, ha dato così come ha imparato da altre culture.
In seguito sono entrato in contatto con Andrea Gilli, presidente di Euroculture e del Forum Europeo Italo-Austriaco a Trieste, ed abbiamo subito deciso di portare avanti il progetto. Grazie alla preziosa collaborazione di Gilli e della Fondazione Iniziative Culturali, nostro partner, e con il patrocinio della Regione FVG e dei Ministeri delle Culture austriaco ed albanese, è stato possibile realizzare la mostra.

CF: Una curiosità, nelle foto dell’inaugurazione della mostra spiccava un quadro di grandi dimensioni di Hermann Nitsch che però alla mostra non c’è più. Che fine ha fatto il quadro?

FV: È sparito perché la sala dove abbiamo esposto non aveva purtroppo una copertura assicurativa adeguata. La stima per il valore dei due quadri che compongono quell’opera di Nitsch, “Teatro delle Orge” e “Misteri” del 2005, è piuttosto elevata, non me la sono sentita di rischiare. Non sarei stato tranquillo a tornarmene a Vienna lasciandoli in quella sala a Trieste. Subito dopo l’inaugurazione ho quindi deciso di riportarli indietro con me.

CF: Ci sono in programma altre destinazioni?

FV: Ho appena avuto un’altra richiesta da parte del Ministro della Cultura del Montenegro, dopo la separazione dalla Serbia sono interessati ad una mostra internazionale a Podgorica. Non so ancora se si chiamerà anche questa volta “Good Morning Balkan” oppure cambierò assetto, nome e un paio di artisti.
Ci sarà una mostra anche a Salisburgo dove siamo in contatto con i responsabili del Dipartimento della Cultura di Salisburgo. Sono poi in programma Skopje, dov’è nata l’idea, e Sarajevo.

CF: Dipende sostanzialmente dai contatti, non c’è una pianificazione precisa a lungo termine?

FV: Proprio così, dipende dai contatti e dalle opportunità, molto spesso basta una e-mail o una telefonata per far partire il progetto. Grazie alla qualità delle opere, al sostegno ed al patrocinio da parte di autorità e personalità importanti, al risalto ricevuto dalla stampa in svariati paesi ed infine alla diffusione dei cataloghi delle mostre in musei, scuole ed università, l’iniziativa ha ormai una certa fama.
Nel caso di Trieste si è trattato di una mostra flash, organizzata con poche risorse ed in poco tempo. Per noi è stata un’esperienza in più. Non abbiamo avuto la possibilità di poterla preparare e studiare con calma, né di pubblicizzare la mostra in anticipo sui tempi, come sta avvenendo ad esempio per la mostra all’ex Pescheria che sarà dedicata in luglio ad Andy Wharol.

Immagine articolo Fucine Mute

CF: Oltre ad essere il curatore della mostra, lei è allo stesso tempo uno degli artisti presenti. Che cosa può raccontarci della sua esperienza artistica?

FV: Sono nato a Valona in Albania e sono cresciuto guardando il mare, uno dei quadri presenti alla mostra si chiama appunto “la casa vicino al mare”. Non ho studiato pittura né discipline affini. La pittura è stata necessaria, un bisogno di presentare il mio mondo interiore davanti ad un pubblico che potesse condividerlo con me. Ho cominciato a dipingere quando mi sono trasferito in Austria. Ho presentato le prime opere in alcune mostre d’arte e il pubblico ed i giornali si sono interessati a ciò che facevo. Da allora ho organizzato molte mostre, tra queste, anche una in Italia, sul lago di Garda, intitolata “Dipingere nella luce”.
In occasione della mostra in Inghilterra alla Royal Lemington Art Gallery, in cui ho presentato il ciclo “Memories from the future”, i critici del Telegraph hanno etichettato le mie opere come Espressionismo Astratto, mi riconoscono tra gli esponenti internazionali. Come la pittura “la casa vicino al mare” ci sono altre pitture, una serie che comprende anche “la casa vicino alla foresta” o “la casa nel villaggio”. In tutte ci sono tappeti colorati (sulla tela del quadro sono materialmente sovrapposti dei tappeti anch’essi dipinti con colori molto vivaci, ndr) che per me significano la casa. A me non interessa l’oggetto ma piuttosto l’atmosfera intorno all’oggetto. Non voglio fare una pittura con una casa, le finestre, con un armadio ed il mare che si intravede dalla finestra.
Oltre ad essere un artista, come abbiamo già avuto modo di capire, lei si occupa d’arte a 360 gradi e, tra le altre cose, è l’attuale presidente nonché il fondatore del Forum Weltoffen…
Si, ho creato il Forum Weltoffen nel 2001 al Parlamento austriaco di Vienna. Abbiamo organizzato varie mostre e forum di discussione riguardo al ruolo dell’artista. Il Forum ha avuto uno sviluppo imprevedibilmente dinamico, tanto da scavalcare i confini austriaci. Uno dei risultati più interessanti è stata la mostra internazionale organizzata in Egitto a Il Cairo ed intitolata proprio “Tra il Danubio e il Nilo”.
Per il mio ruolo come artista e come presidente di questo forum, ho ricevuto la medaglia all’onore per i servizi speciali resi alla Repubblica d’Austria conferitami alBundeskanzleramt di Vienna, il palazzo sede del premier, il corrispondente del vostro Palazzo Chigi, se non sbaglio.

CF: I temi centrali del Forum riguardano principalmente l’arte ed il ruolo dell’artista?

FV: Si, l’arte ma anche la cultura e la cultura in rapporto alla politica. Abbiamo organizzato dei convegni ed abbiamo invitato anche deputati ed eurodeputati da Bruxelles, politici ed artisti austriaci e di vari altri paesi. Alla presenza di un grande pubblico, libero di intervenire attivamente, abbiamo discusso sul ruolo dell’artista, sulla politica culturale che segue l’Austria, sull’allargamento dell’Unione Europea. Abbiamo approfondito vari aspetti occupandoci in particolare dei paesi che ambiscono ad entrare nella UE, del possibile scambio a livello sociale, politico, culturale ed artistico; abbiamo parlato di che cosa si aspettano l’una dagli altri e viceversa.

CF: “Good Morning Balkans” non è la sua prima esperienza artistica in Italia, abbiamo citato prima ad esempio l’esperienza sul lago di Garda, qual è il suo rapporto con il nostro paese?

FV: Ho preso parte anche ad un Festival a Sanremo, era una sorta di concorso di arte contemporanea. In quell’occasione c’erano un paio di artisti internazionali, un amico allora mi ha detto “Perché non partecipi tu che sei sempre stato un ammiratore dell’Italia e vedi tutti i giorni la Rai?”. (In effetti, è attraverso la televisione che ho imparato la lingua italiana, senza un vocabolario e senza libri, seguendo vari programmi ed in particolare lo sport) Così ho deciso di mandare tre quadri (“La casa nella foresta” la casa nel villaggio I e II” ed “Il testamento”) ed ho vinto. Oggi posso dire, senza presunzione, di conoscere centimetro per centimetro anche la geografia dei rapporti culturali nel vostro paese.
In particolare sono interessato a collaborazioni con l’Italia perché uno dei miei sogni è andare a Roma. Mi piacerebbe organizzare con Veltroni, sindaco di Roma, una mostra internazionale ad alto livello. Ricordo con grande piacere la mostra “Between Danube and Nile” che ho organizzato nel novembre 2002 a Il Cairo. Vorrei riuscire, sfruttando quest’esperienza, a ricreare un progetto simile, questa volta intitolato magari “Tra Danubio e Tevere”, per creare un ponte immaginario che colleghi le esperienze culturali dal Danubio fino alla città eterna. Il problema è trovare uno spazio espositivo adeguato, sia come dimensioni sia come location istituzionale. A quanto so, i musei più importanti sono prenotati fino al 2010.

Immagine articolo Fucine Mute

CF: In conclusione, vorrei parlare di un quadro che nell’ambito della mostra ho trovato personalmente molto interessante: “Vicino a casa mia” del kosovaro Shpend Qeriqi. Può darmi qualche informazione sul quadro e sull’artista?

FV: È uno degli artisti che mi sono piaciuti di più. L’ho conosciuto a Pristina per la mostra che abbiamo organizzato in Kosovo in maggio, una mostra diversa rispetto a quella organizzata a giugno a Trieste, con altri quadri di formato più piccolo perché abbiamo avuto difficoltà nel trasporto di tele di grande misura.
Ho conosciuto Shpend Queriqi perché ho visto una tela grande che ha comprato la Galleria Nazionale. Ho notato questo quadro di grandi dimensioni e mi sono interessato subito a questo giovane autore.
Si è formato all’accademia di pittura di Pristina. È forte, molto forte. Quando sono stato a casa sua, a Shtime, 50km da Pristina, ho visto i suoi quadri di grandi dimensioni e mi sono definitivamente convinto che si trattasse di un giovane di talento. Mi ha colpito il suo utilizzo del nero. Lui non mi ha spiegato la ragione che lo spinge ad usare colori così forti, non mi ha raccontato molto di sé, io però ho un mio pensiero, una mia interpretazione che si ricollega al nostro incontro. In quell’occasione mi ha portato a visitare un cimitero che è stato fatto dai paramilitari serbi durante la guerra del Kosovo. È un grande cimitero dove sono sepolte una sessantina di persone in una fossa comune. Il posto si trovava proprio vicino a casa sua ed ho ricollegato subito il titolo del quadro a questa fossa comune.
Lui non è stato aperto nel parlare dell’episodio né del suo vissuto personale. Shpend è un tipo fatto così, non è una persona aperta, si esprime attraverso le sue opere ed è indubbiamente un grande artista. Anche all’inaugurazione della mostra molti dei presenti sono rimasti colpiti dalla sua opera ed ha raccolto ampi riconoscimenti critici. Penso che Shpend Queriqi sia un artista con una grande personalità.

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