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Arte

Infiniting painting

Infiniting painting è un tentativo, di fare un bilancio delle creazioni pittoriche degli anni più recenti attraverso un resoconto di 61 artisti di varie parti del mondo e di differenti età.

Immagine articolo Fucine Mute

Protagonista è la pittura dunque, sia nell’accezione più tradizionale e veritiera del termine, quella di supporto — pigmento — tela, spesso, non è una novità, coadiuvata dal medium fotografico, medium come “parte di mezzo” che permette il percorso dall’idea al risultato pittorico, sia attraverso alcuni video e installazioni che si legano al fare pittura, in vari modi, come nel cortometraggio di Paul McCarthy (1945, Salt Lake City, USA), Painter, storia grottesca e teatrale di un pittore terribilmente brutto e incompreso, sofferente del suo ruolo sociale (o meglio del suo non-ruolo), stressato dalle difficoltà del mestiere al punto di autolesionarsi (ecco la pittura che ritorna, il pigmento rosso del sangue finto?).

Viene riproposto di sfuggita il tema connaturato del rapporto tra Noi e le Immagini di Noi nel concettuale riflesso di specchi in cui sfugge quale sia la vera realtà; effettivamente soffermandosi un attimo in più, resta sempre fecondo, attuale e stupendamente inquietante constatare quanta parte della nostra storia umana (occidentale?) sia legata alle immagini, nel modo in cui la rappresentazione iconica si presenti come possibile e legale alterità al fenomenico, come una potenza gestibilissima ma in grado di plasmare lei il nostro mondo e non il contrario.
Insomma, la pittura può ancora far nascere dubbi. E questa è una grande fortuna, è la conferma della sua vita costante, della sua produzione di interrogativi come ruolo intellettuale ma anche estremamente pratico, “quotidiano”, come aiuto al pensare attraverso emozioni dovute al sensibile.
E il Bello? Pare non avere granché importanza nell’arte contemporanea, forse ne ha di più il suo contrario, ma qui di bello se ne vede, un bello eterogeneo, non canonico, ma gli occhi avranno la loro parte, che non è poi un metro di misura da buttare via nel giudicare l’arte, visto che la natura dell’uomo è irrimediabilmente portata a provare piacere.
Si avverte, soprattutto per chi acquisisca e legga l’agile catalogo, una sorta di frattura tra l’esistenza dei quadri ai quali conseguono dovuti giudizi di qualità, di stile, di storia, e le motivazioni concettuali poco definibili che trascendono la realtà pittorica.
È come se si fosse costruito un apparato effimero socio-filosofico per far meglio accettare una tecnica artistica che erroneamente parrebbe superata, mentre le tele, proprio nella loro qualità riescono ad esprimersi ottimamente senza arborescenze cavillose che le circondino, anche perché, in vesti moderne, si vede tanta tradizione positivamente ispiratrice, alcuni giochi, alcune tecniche originali, tanto iperrealismo, astrattismo d’effetto, ma nulla di così rivoluzionario da dover scomodare il già pachidermico e fosco concetto di Globalizzazione, insieme a Società e Infinito.
Anche perché mi pare che le opere scelte siano così fortemente diverse, e può andar bene, nella resa e negli intenti, da risultare non facilmente adeguabili alla creazione di un filo conduttore non piantato su salde fondamenta proprio perché costruite su concetti resi in modo troppo generale, privo di precise definizioni che ci aiutino a capire meglio, affidandosi poi ad una omogeneità cronologica.

Choi Hochul, Labor’s Day, 1995Visto che è un’ottima occasione per mostrare e ri-valutare ciò che è oggi Pittura, e ci si può soffermare con calma sugli interstizi delle tele, ascolterei più le forme e i contenuti di ogni singolo dipinto, come giustamente viene fatto in catalogo nella trattazione di ogni opera, con tutto il carico di energia, di messaggio, di stile, di autobiografia, di critica, senza necessariamente costruirci una mitologia sociale dell’oggi come chiave di lettura.

Questi sono gli accenni di Francesco Bonami nel suo breve scritto in catalogo circa la Pittura Infinita e il Realismo Globale: “Immagini, spiritualità e materialismo sono intrecciate fra di loro in quello che può essere definito il “realismo globale”. Una realtà concreta che si intreccia con l’astrazione della globalizzazione” (…) “Dipingere significa creare una realtà parallela che mette a confronto il presente con l’infinito. Il realismo globale mette in discussione la differenza fra presente e infinito. Una mostra di soli quadri parla di una pittura al presente non di una pittura infinita. Una pittura all’infinito è quella che continua a preservare le differenze del mondo e le sue differenti rappresentazioni”.

Più pregnante Sarah Cosulich Canarutto: “Ma cosa definisce la pittura contemporanea rispetto a quella del passato? Esattamente il fatto che non è più definibile rispetto all’idea di pittura tradizionalmente intesa. La pittura oggi non è olio, non è acquerello, non è acrilico, non è necessariamente tela. La pittura non è una tecnica ma è un’idea, e il pigmento attraverso il quale l’immagine prende forma è la realtà che ci circonda” (…) “L’artista sceglie di partire dall’esperienza quotidiana dell’immagine, reinterpretandola, commentandola, alterandola per farci riflettere su diversi aspetti che caratterizzano il nostro mondo” (…) “Secondo Chris Ofili, uno degli artisti in mostra, “le opere non parlano da sé ma richiedono un dialogo alla pari con chi le guarda” (…) “La necessità di un interlocutore consapevole è ciò che caratterizza l’arte e differenzia l’intenzione della pittura rispetto a quella delle tante immagini che ci colpiscono ogni giorno”.

Veniamo ora ai dipinti; il gruppo Assume Vivid Astro Focus è composto da artisti di diversa provenienza, “nomadi”, senza un luogo stabile di produzione che lavorano con mezzi e materiali comuni come i poster, gli adesivi, i tatuaggi, la carta da parati, come in Butch Queen 4, 2005, caleidoscopica carta da parati di sapore beatlesiano in cui perdersi fondendo lo sguardo tra i particolari e l’esuberanza policroma; è l’immagine di presentazione della mostra.
Il Fotorealismo di Robert Bechtle (1932, San Francisco) si basa sulla riproduzione fedele di scorci della sua città ricavati da diapositive proiettate direttamente sulla tela da dipingere ad olio seguendo ogni particolare; un processo simile a quello della camera ottica per un moderno vedutismo, più lucidato.
Risulta subito chiaro che molti sono gli artisti che mantengono un dialogo preciso con opere del passato, ancora così in grado di fecondare la pittura presente; le incisioni a tecnica mista dei fratelli Jake e Dinos Chapman (1966, 1962 UK) ripropongono per tema, stile, pathos, forza rappresentativa e titolo i Disastri della Guerra di Goya; con dell’ironia nerissima unita a bizzarrie giocose e infantili, morti, pupazzi col ghigno, paesaggi desolati ma illuminati da arcobaleni e cieli stellati fanno riflettere non tanto circa disastri bellici ben precisi ma sulla guerra quotidiana dei nostri rapporti sociali.

Si torna decisamente a sorridere con le arguzie di Maurizio Cattelan (1960, Padova), Senza Titolo (Zorro),1997, fa il motto alla grande eredità di Lucio Fontana sfruttando la forza iconica della celeberrima zeta di Zorro che taglia la tela bianca come un’opera spazialista. È un inno alla libertà dissacratoria del ruolo dell’artista, un dovere per Cattelan.
Due gli autori che si appropriano di vecchie riviste pop trasformandole esteticamente nei contenuti: Ellen Gallagher (1965, Providence, USA) tramite la plastilina e altri materiali ritocca con ottimo equilibrio riviste di cultura popolare afro-americana tra gli anni ’40 e ’70, le nuove 60 grottesche copertine vogliono negare i tentavi di omologazione stereotipata di un’identità etnica.
Mike Kelley (1954, Detroit) struttura un’istallazione astratta e figurativa alternando in un grande rettangolo riquadri monocromi alle copertine di una rivista erotico comica americana veramente spassosa.
Sicuramente affascinante e di grande effetto visivo Redemption, 2003, l’opera di Damien Hirst (1965 Bristol) composta da una miriade di vere ali di farfalle a disposizione speculare a ricoprire una grande tela ellittica, l’occhio e la mente si perdono nella perfetta corrispondenza simmetrica del grande caleidoscopio; Redenzione è il comandamento, prima che termini una vita breve come quella di una farfalla.
Stupendo il dipinto-fumetto preciso e lirico insieme di Choi Hochul (1965 Tokyo); Labor’s Day 1995, è un dipinto alto e stretto in cui si affollano grattacieli e baracche, templi e fabbriche, code infinite di persone che vivono e lavorano nelle grandi capitali d’oriente, con le loro contraddizioni conviventi di antico e moderno, di filosofia e nevrosi, povertà e capitale.
Già nel formato, 200×80, nulla è scontato, nulla disturba nella pur saturazione grafica, ma anzi proprio tramite questa effervescenza pare di affacciarsi per un attimo in quel mondo di metropoli dai mille odori e rumori.
Lo statunitense Matthew Day Jackons (1974 Panorama City) mi piace perché nella sua interpretazione al femminile del Mt. Rushmore toglie le quattro facce dei presidenti USA per porre quelle meno conosciute ma di gran valore di quattro donne, Susan B. Anthony matriarca nella lotta per i diritti delle donne, Sacajewa importante donna pellerossa, Eleonor Roosvelt fondamentale per la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e Harriet Tubman schiava affrancatasi che liberò centinaia di schiavi.
Il bello è che non si tratta di solo pittura ma di un insieme di tecniche che utilizzano legno bruciato, creta, tessuti e pietre.

Immagine articolo Fucine MuteIl collage della keniota Wangechi Mutu (1972 Nairobi, Kenya) ricorda per crudezza i collage del Dada tedesco, ed è un complimento; crea un essere mostruoso, deforme ma in qualche modo verosimile perché nel dare forma al brutto utilizza parti del bello, però di quel bello artificiale e a volte alla pari grottesco delle riviste, dei canoni estetici limitanti, come a volerci dire che varie parti del bello che viene imposto, unite in modo inconsueto e libero, mostrano tutta la loro deformità, anche morale, nascosta.

Tra le opere astratte Spiralling Puond, 2005, di Gabriel Orozco piacevolmente optical, e il “costruttivismo” di First Version del tedesco Thomas Scheibitz.
Infine segnalo con piacere lo stupendo cortometraggio di Eve Sussman (1961 Londra, UK), 89 Seconds at Alcazar, 2004, in cui vengono indagati, vissuti, mostrati i momenti che ipoteticamente, ma perché no, verosimilmente, hanno preceduto la posa per il ritratto celeberrimo di Velàzquez Las Meninas.
È un intrigo psicologico, lento e silenzioso che effettivamente mostra una parte del fare arte a cui non si pensa: i personaggi della famiglia reale si preparano nelle loro stanze, si incontrano lasciando sospettare negli sguardi i loro rapporti, chissà se di intrighi di corte, in una sospensione tesa e di attesa.
Si rivela inoltre come un modo veramente intelligente e penetrante di trarre ancora lezioni e interpretazioni dalla grande arte del passato.

INFINITING PAINTING
Pittura Contemporanea e Realismo Globale


Fino al 24.9.2006 al Centro d’Arte Contemporanea Villa Manin, Passariano, Udine
Curatori della mostra e del catalogo Francesco Bonami e Sarah Cosulich Canarutto
Per informazioni e orari:
www.villamanincontemporanea.it
[email protected]
tel. +39 0432 906509

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