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Percorsi

Ryszard Kapuscinski

Solo se senti puoi dire

Immagine articolo Fucine MuteLa sala Astra del Visionario di Udine è stracolma. L’appuntamento annuale di “Vicino e Lontano”, che svicola quattro intensi giorni onorando la figura di Tiziano Terzani, ha fissato al sabato, il dì di festa, l’incontro del pubblico con Ryszard Kapuscinski: invitato speciale e membro di quella giuria che assegna il premio letterario intitolato all’amico e collega scomparso nel 2004. Quello odierno è l’incontro per antonomasia dell’intera rassegna, quello che tutti attendevano, anche perché lo scorso anno esso è saltato, causa alcuni problemi di salute che hanno afflitto lo scrittore polacco.

Per qualsiasi persona “malata” di viaggi e vagabondaggi, quest’uomo è una sorta di Totem. Se poi quel viaggiare o vagabondare diviene motivo, scusa o buona ragione per scriverci su, il Totem sublima facilmente nei luoghi siderali del mito. La sala palpita, freme nell’attesa. Mi chiedo se sia io a percepirla così per via d’un naturale ed intimo riflesso emozionale, un’illusione proiettata su altri, o se sia effettivamente condiviso il pathos che i presenti respirano ed alimentano, quasi fosse manovra a corpo unico.
Trascurando i vicoli ciechi dove spesso mi perdo tra meningi e budelli d’affetto viscerale, nell’attesa che Kapuscinski materializzi finalmente il suo profilo d’uomo, delineando un confine definitivo all’idea che si ha di lui, mi risulta impossibile non rivedere e rivivere a memoria le tracce che il padre dei reporter mi ha seminato dentro, utilizzando quel polifonico rapporto autore-lettore in grado d’accomunare a chi scrive milioni di persone sparse in tutto il mondo.

Gli inizi del mio vagabondare e lo scribacchiare all’unisono con i vagabondaggi, sono coincisi casualmente proprio con le prime notizie raccolte su Kapuscinski, uomo che, senza saperlo, è diventato mio maestro di scrittura e vagabondaggio, insegnandomi molto. Io ed il fotografo Giulio Donini, inviati di Fucine Mute, non sappiamo ancora se sarà possibile intervistarlo. Bell’affare… e adrenalina a mille. L’organizzazione di “Fuori Rotta”, ambito dedicato al tema del viaggio in seno alla rassegna alla quale Kapuscinki partecipa, ci informa che parlerà in polacco, sua madre lingua, con traduzione simultanea dal vivo. Per uno come me, che le interviste le tira armato di solo registratore mnemonico, comunque vada, sarà un bel casino orientarsi tra domande e risposte che appaiono e scompaiono in un vero e proprio caleidoscopio idiomatico. N’importa! L’importante è esserci!

Sono approdato a Ryszard Kapuscinki grazie ad un libro che qualcuno mi regalò: “Il cinico non è adatto a questo mestiere (conversazioni sul buon giornalismo)”. Ricordo con quale emozione ed avidità lessi il vademecum d’un uomo che, poco più che ventenne, iniziò negli anni Cinquanta a girovagare il pianeta con l’intento di testimoniare storia ed eventi. Un individuo attraversato in prima persona dagli sconvolgimenti della storia se si pensa che la città dove è nato nel 1932 — Pinsk – al tempo Polonia orientale, ora è Bielorussia.

Che razza d’idee strampalate applicava al viaggio e alla scrittura, anche per via dei pochi mezzi a sua disposizione! Il Kapuscinski degli inizi è un giornalista povero e squattrinato mosso però da una passione e da un’attrazione inesauribili per le cose della vita. Una semplicità ed un metodo che non ha più messo da parte, nemmeno quando il corso della carriera lo ha trasformato nel reporter di guerra più famoso e quotato al mondo. Ben 27 rivoluzioni, osservate spesso in condizioni estreme, raccontate con acute analisi nelle sue pubblicazioni, grazie ad un istinto propenso ad infilarsi tra le pieghe della gente, fino a scomparirci dentro… magari approfittando e sperando che una cittadinanza di serie B come la sua, quella polacca, potessero mimetizzarlo tra quelli del posto.

Immagine articolo Fucine MuteL’innata attenzione rivolta da Kapuscinski alle persone, gli ha costantemente restituito una veridicità di fonti pressoché unica, ed un’esperienza dei caratteri umani che alla sua veneranda età rasenta la saggezza. La veridicità delle fonti è una preziosità che è stata sempre correlata a tavolino con studi approfonditi. Ecco spiegato, allora, il suo personale rifiuto d’intrappolarsi in un lussuoso albergo, spesso dimora di quelle agenzie giornalistiche che, restie ad una effettiva interconnessione con le realtà, scelgono comode conferenze stampa le cui funzioni rischiano di rivelarsi casse di risonanza per i regimi politici, e quindi occasioni disorientanti più che chiarificatrici. Alle secche degli incontri istituzionali, Kapuscinski preferisce sempre l’esplorazione a presa diretta, sul campo, mettendo in luce una grande empatia per i propri simili. Le sue storie sono sempre storie dell’individuo ultimo. Quel che ne esce è un continuo fluire del dire che fa presa su chi legge in quanto… sentito. Solo se senti puoi dire; il sapere non basta di certo! Se così fosse allora qualsiasi accademico, imbottendo il testo di citazioni potrebbe raccontare ed emozionare.

“Oggi per capire dove stiamo andando non bisogna guardare alla politica bensì all’arte. È sempre stata l’arte ad indicarci le correnti e le direzioni dove s’incanala il mondo”. Leggendo Kapuscinski quanto mi meraviglia scoprire uno che condivide le mie stesse idee fuori di cotenna. Quante volte, ad esempio, egli ci spiega come il movimento nei luoghi di viaggio deve essere compiuto con i mezzi più semplici, e quanto sia fondamentale vivere come sopravvive la gente del posto. Certo che c’è molto da rimetterci! Non solo la solitudine nell’affrontare e controllare i propri timori e paure, ma perfino la stranezza d’alimentarsi con un tortino di formiche, tirarsi dietro una febbre da cavallo o una dissenteria in mezzo al nulla con la prima infermeria utile a mille chilometri di distanza… perfino l’evenienza della morte è qualcosa che va presa in seria considerazione, messa sul piatto d’una vita assaporata al gusto del rischio.

Kapuscinski è un tipo in via di estinzione che non lavora pensando dove potrà costruirsi la casa al mare. Pur attento a percorrere traiettorie controcorrente, che analizza con grande serietà, non per questo egli perde mai di vista l’ironia né, soprattutto, l’autoironia. Egli è un viaggiatore del mondo, che registra umori, annusa, palpa, mescolando ciò che rimane sul setaccio filtrato con l’amore per i testi classici e la preparazione saggistica. Il suo “In viaggio con Erodoto” ne è solo uno tra gli innumerevoli altri esempi. È solo in questo modo che il reporter viaggiatore riesce ad incrinare la visione monolitica degli eventi storici e delle loro cause, allontanandosi dal pericolo dei luoghi comuni, tesi come trappole dalle varie ideologie. È l’uomo vissuto il suo centro, non l’idea dell’uomo. È così che sono nati “Imperium”, coro della dissoluzione nell’arcipelago sovietico o “La prima guerra del Football e altre guerre di poveri”, dedicato all’America Latina.

Mentre il brusio in platea tende ad acquietarsi, pregustando tutti noi presenti l’entrata di Kapuscinski, rileggo mentalmente quel passo di “Ebano” dove Ryszard descrive la sua permanenza nella città di Lagos. Il reporter decide di vivere, da solo, quel microcosmo africano, e con mille problemi da risolvere. Il primo, dove abitare? Cosa scegliere tra una catapecchia d’assi su terra battuta, e una capanna di paglia? Il quartiere ci viene rivelato come un concentrato di tanfi colonizzato dagli insetti, privo d’acqua e fognature. Certo che morirò, afferma Kapuscinski, soltanto che non ha ancora idea se questo succederà per mano d’un balordo o per le condizioni di vita estenuanti alle quali si è sottoposto. Eppure se ne rimane lì — stoico — bianco tra i neri, dentro un appartamento che in sua assenza viene svaligiato continuamente delle poche cose che protegge… senza lasciarsi andare a lamentele o accuse che risulterebbero del tutto umane e giustificate, vìola perfino le regole sociali del luogo pur di partecipare al mescolamento. A Lagos chi attinge l’acqua alle fonti sono donne o bambini, non certo uomini… ed invece egli si mette in fila proprio con donne e bambini… Non solo uomo, ma perfino bianco… robe da matti! Quel che esce, dalla sola apparente descrizione d’un villaggio, è un ritmo, un linguaggio, la rivelazione a riverbero di certi modi di fare e abitudini che riescono a farci sentire il linguaggio dell’Africa bambata. Ed ecco che il giornalismo diventa letteratura.

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L’aspetto che più colpisce di Ryszard Kapuscinski, è l’espressione del viso sorridente e curioso che tanto assomiglia a quello di uno folletto intelligente. Con il colore chiaro degli occhi scruta le persone quasi d’abitudine, come se fosse intento a riconoscere un amico perso di vista da tempo… e quasi senza volere un amico finisce per individuarlo e salutarlo tra la gente accorsa in sala Astra, quel Paolo Rumiz che non ha certo perso l’occasione di godersi un’escursione viaggiante da un sorta di “padre navigatore”.
Kapuscinski ha conservato l’innocenza di un bambino nonostante ne abbia viste di cotte e di crude durante quel suo infilarsi — da una vita — nei teatri di guerra più cruenti del pianeta. Un uomo che con il suo “Taccuino d’appunti” dedica parte della sua ultima opera alla poesia, caratteristica che lo rende fratello al recente Nobel per la letteratura Harold Pinter… Vizio dei grandi vecchi, la poesia? Il libro, è promosso dall’Università di Udine che ha deciso d’insignirlo d’una laurea honoris causa proprio in questi giorni.

L’accoglienza trabocca dell’affetto e del rispetto di un pubblico che, con le sue domande, dimostrerà grande intelligenza e sensibilità nei confronti dell’opera e dei percorsi di Kapuscinski. Ad introdurre la sua figura è l’inviato di guerra del “Messaggero” di Roma, Valerio Pellizzari, accompagnato dal bisbiglio della traduzione simultanea al polacco di Jaroslaw Micolajewski, che diverrà, da qui in avanti, unica colonna sonora del dialogo intessuto tra Kapuscinski e la gente.

La cosa che più mi sorprende, quando penso a Kapuscinski, è il momento in cui è iniziata la carriera di quest’uomo, e da dove è partita. Polonia anni cinquanta, lui è un ventenne polacco laureato di fresco che parla una lingua ricca più di consonanti che di vocali, tra le più ostiche e tra le meno conosciute del panorama linguistico del pianeta. Ebbene, questo ragazzo, ritrovandosi giornalista disoccupato in patria, decide d’intraprendere un’avventura che lo renderà famoso in tutto il mondo. Sotto contratto per due lire con l’agenzia polacca PAP inizia a girare la terra senza conoscere né l’inglese né il francese, allora imperanti. Sarebbe una situazione oggettiva svantaggiosissima per chiunque. Ed invece quest’uomo, dotato di grande talento e sensibilità, impara sul campo il russo, l’inglese, lo spagnolo ed il francese con l’unico intento di riuscire a comunicare con le persone incontrate nei suoi viaggi infernali e deliranti.
Questo suo modo di fare giornalismo diverrà scuola in tutto il mondo, darà vita ad un genere, il cosiddetto reportage. Ryszard Kapuscinski, oggi, è tradotto in ottanta lingue ed è in odore di premio Nobel. Penso che non servano altre parole per rendere omaggio ad un uomo che ha applicato alla lettera l’instancabile viaggiare e la scrittura prolifica.

Domanda del pubblico (ddp): Quando e perché il giornalismo è diventato letteratura?

Immagine articolo Fucine MuteRyszard Kapuscinski (RK): Ottimo quesito! Penso che il giornalismo letterario sia nato proprio qui, in Italia, grazie al lavoro di Curzio Malaparte, poi ereditato da Tiziano Terzani, e credo sia sorto sotto l’impulso di un’esigenza: decodificare le molteplicità e le complessità del mondo in cui viviamo, divenute inspiegabili se si volesse usare il solo linguaggio giornalistico. È assodato che il mondo d’oggi è totalmente differente da quello d’un tempo… non serve andar molto indietro con la memoria, ormai, per notarne le differenze. Adoperando il codice del linguaggio giornalistico ci si accorge di tralasciare moltissime cose che riguardano i fatti, troppi aspetti restano quasi tagliati fuori dal racconto. Mi vengono in mente i colori e gli odori, ad esempio, o la ricchezza della persone che incontriamo e la qualità del rapporto che si instaura tra gli interlocutori, il ritmo cadenzato che esiste tra chi parla e chi ascolta, le espressioni. Questa sensazione ha stimolato la ricerca di un nuovo modo di dire che fosse più aderente al modo nuovo d’osservare il mondo. In nostro soccorso sono giunti i grandi poeti, Leopardi e Dante, i romanzieri come Dostoevskij, la tradizione classica dei drammaturghi greci, così come la lingua dei poeti e degli scrittori contemporanei.
Ereditando questo patrimonio immenso dal quale si è cominciato ad attingere è nata una letteratura giornalistica, capace d’unire mezzi d’espressione differenti. Raccontare fatti e persone perché è capitato di viverle e vederle da vicino non è la stessa cosa che inventarseli a tavolino. Quello che il giornalista moderno può fare è utilizzare il linguaggio letterario per raccontarli, il risultato sarà un racconto pieno e vivo, in grado di comunicare ai lettori una straordinaria “autenticità”, proprio quello che manca al giornalismo tradizionale. All’uomo moderno non possiamo raccontare che tutto è bellissimo o che non esistano problemi nel pianeta, nemmeno minimizzarli, vizio dei media propensi a dipingerci un meraviglioso mondo virtuale propenso al consumismo. Alla gente serve sapere cos’è la realtà. Senza drammatizzarla, la gente deve toccare con mano l’autenticità del mondo in cui vive.

ddp: Come ci si può rapportare con la realtà, spesso cinica, dei media, capace di contagiare anche l’ambito giornalistico, sempre più propenso ad abbassare il livello qualitativo dell’informazione? Esistono ancora le figure dei grandi giornalisti, quando le stesse testate si affidano ad agenzie che distribuiscono notizie standardizzate?

RK: Quello in cui viviamo è un mondo che cambia e si modifica velocemente, e tale velocità esclude a priori ricchezza di linguaggio e conseguentemente la qualità. Ormai il repertorio di parole che un giornalista utilizza si limita ad un numero di ottocento, massimo mille. In questo sistema, dettato dalla tirannia della velocità, non può nascere nulla di grande, giornalisti compresi. I giovani che si avvicinano ad un simile mestiere resistono soltanto un paio d’anni. Il giornale è un luogo dove si fa gavetta con stipendi appena dignitosi o rapporti Free Lance. Comprensibile capire, quindi, perché il giornalismo di qualità si sia trasferito sui libri. Ogni anno a Berlino, una giuria di cui faccio parte, assegna un importante premio internazionale ai migliori reportage. Nessuno dei candidati proviene dal mondo della carta stampata, anzi, sono quasi sempre ex giornalisti che si sono visti costretti ad abbandonare la carriera, uno stile scarno e poco affascinante non si sposa con l’intenzione e la voglia di raccontare il mondo sin nei suoi aspetti più vari.
Ma è solo un aspetto, una sfumatura. La velocità e l’appiattimento della comunicazione non è circoscritta all’ambito giornalistico. Accade un po’ dappertutto. Basti pensare a ciò che succede negli aeroporti. Un giorno mi è capitato d’osservare un gruppo di giovani amici che viaggiava assieme, in sosta ad uno scalo intermedio. Tutti quanti hanno acceso contemporaneamente il loro telefonino per comunicare con altrettante persone sparse probabilmente ai quattro angoli della terra. La prima cosa che ho pensato è stata quella di considerarli fortunati per la possibilità di poter utilizzare una tecnologia avanzata con la massima disinvoltura ed abitudine. Il problema, però, sta nel fatto che in quelle rapide telefonate hanno preferito scambiare notizie scontate e prive di qualità — come stai? che tempo fa lì? — invece di condividere con i compagni di viaggio una qualsiasi impressione, per quanto banale fosse. Come se fossero lì fisicamente, e pur tuttavia con la testa altrove.

ddp: Mi piacerebbe chiederle com’è il rapporto che Kapuscinski intrattiene con il viaggio. È un tipo che mangia e beve, oppure si limita all’essenziale?

Immagine articolo Fucine MuteRK: Il mestiere del reporter è molto difficile e faticoso. Si cambiano altitudini, fusi orari, temperature e situazioni climatiche in tempi a volte molto contratti. L’attenzione per tutto ciò che si mangia e beve è continua e totale. La salute del proprio corpo è a dir poco fondamentale. Spesso ci si trova in situazioni nelle quali non è possibile comunicare con il mondo esterno, o non si ha a disposizione assistenza medica. Ricordo, ad esempio, durante la guerra tra Etiopia ed Uganda, d’essere stato colpito da uno scorpione mentre mi trovavo in pieno deserto, con l’ospedale più vicino a novecento chilometri da dove lavoravo… Fu una situazione terribile. Questo mestiere è talmente difficile da indurre molti giovani a mollarlo proprio perché poco abituati ad una vita priva di comodità. Quando la passione è davvero forte, invece, non c’è proprio nulla che ti possa indurre a desistere.

* * *

La conferenza, apparentemente conclusa, svuota lentamente la sala, senza impedire ai lettori più affezionati di mettersi in fila per autografi e dediche di rito da parte del maestro che accoglie tutti con un caldo sorriso, ringraziando per l’affetto dimostratogli. Con Giulio mi avvicino all’hostess di sala chiedendo se sia prevista un’intervista, di solito, collettiva. Siccome mi viene risposto che le domande del pubblico sono bastate, scartando l’hostess con dribbling quasi calcistico, Giulio al traino, mi affido invece al traduttore ufficiale Jaroslaw Micolajewski, il cui viso rotondo e rubicondo infonde simpatia e fiducia. Non può che rendermi felice quel sentirmi rispondere che dopo la firma degli autografi, Ryszard Kapuscinski si presterà ad un giro di domande. Eccole…

Domanda (D): Supponiamo che l’archivio della memoria sia un album fotografico da sfogliare. Ad un certo punto lei si sofferma su una foto, quella dove la ferita non è ancora cicatrizzata… che cosa le ricorda?

RK: Ciò che più mi è rimasto impresso, è un’alba in una città dell’Angola. Inizia una battaglia che dura fino a mezzogiorno. Nel pomeriggio, le donne escono per strada e si mettono a pulire le strade devastate dalla guerra, le macerie, i principi d’incendio, le ceneri, come se la massima aspirazione dell’uomo fosse l’ordine, e proprio quel semplice atto di pulizia, in grado d’eliminare le prove dell’esistenza tra le genti di un odio che conduce a lotte fratricide, guerre e disperazioni.

D: Il verso di una sua poesia che racchiude un mondo spettacolare, recita: “Il suo sorriso non era allegro”… Racchiude una contraddizione che rispecchia la situazione del mondo attuale, ride ma…

RK: Sì è proprio così… I media cercano di renderci allegri, di mostrarci un mondo divertente, invece il mondo non è così allegro come sembra; c’è molta povertà, tante disgrazie e problemi che l’umanità non riesce a risolvere.

D: Com’è iniziata la sua “avventura” da inviato?

RK: Ho iniziato cinquant’anni fa, mi pare, non ricordo bene. Da allora ho girato più e più volte il mondo… potrei dedicarci più di qualche volume. È stata dura ma non ricordo come sia iniziata.

D: Qual è la violazione dei diritti umani che secondo lei è più seria?

RK: La domanda è troppo generica per rispondere. Le situazioni mondiali sono così complesse e varie da rendere impossibile una risposta. Non sono uno specialista.

D: Avendo lavorato molto negli scenari di guerra, può dirci com’è cambiata ed è evoluta la guerra in questi ultimi anni?

RK: Vi sono diversi generi di guerra. C’è la guerra di “stile americano”, vi sono guerre di “tipo partigiano” — in Africa, ad esempio, pullulano le guerre civili. Vi sono moltissimi e diversi esempi, o tipi di guerra… io me ne occupo profondamente… non potrei che trovare risposte molto generiche.

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Paolo Ghiotto Marin (PGM): I giovani la considerano un maestro, e lei ha dimostrato sempre grande sensibilità ed intelligenza per chi tenta di affrontare questo lavoro. Lei ha parlato di un recupero della classicità dimostrandolo con “In viaggio con Erodoto”, ed Erodoto era curioso. Ha detto anche che il “Cinico non è adatto per questo mestiere”. Come può un giovane rapportarsi con il cinismo che esiste anche nel giornalismo, e mantenere un animo curioso?

RK: Questa predisposizione penso sia naturale nell’uomo. Per contro ci sono uomini che sono malati, in quanto il cinismo è una specie di malattia, una sorta di malattia dell’anima. Grazie al cielo esistono uomini freschi e sensibili la cui presa visione del mondo non riesce a trasformarli in cinici, ma al contrario, li rende ancora più sensibili. La volontà di questi uomini, protesa a salvare l’umanità e a rendere il mondo più umano, riesce a trasformare in meglio i luoghi che poi risultano anche più vivibili. Il mondo è talmente colmo di disuguaglianze da non rendere più possibile l’utilizzo della parola mondo, proprio perché contiene moltissime situazioni distinte… buone, cattive, piene di controversie e contraddizioni. È per ragioni di semplicità che utilizziamo il concetto di mondo, che in fondo è una complessità con una sua contraddizione interna; dovremmo essere sempre portati a riflettere bene prima di rispondere a quesiti come il suo.

PGM: Esiste un continente, l’America latina, che ha una caratteristica, quella di essere legato da un medesimo linguaggio, da stessa lingua. Negli ultimi venticinque anni questo luogo ha dimostrato di possedere una grande ricchezza d’umanità, di letteratura, di preziosità. Kapuscinski come pensa che il nuovo continente possa insegnare qualcosa a noi occidentali, abitanti del vecchio?

RK: Credo che loro si ritengano già di per se stessi uomini in Europa. Il concetto d’occidente oggigiorno è molto relativo. Il legame che hanno con Stati Uniti hanno ed Europa — e soprattutto con Spagna, Italia e Portogallo —, fa sì che essi non ritengano d’essere cosa altra. Si sentono già occidente e credo che si offenderebbero molto se qualcuno chiedesse loro contezza  del rapporto che essi sentono con l’occidente.
È un continente che ha vissuto tragicamente gli ultimi decenni del ventesimo secolo, ed ora si trova in un ciclo evolutivo; si è lasciato alle spalle le guerre civili, vive un periodo di pace, le vie di comunicazione sono in pieno sviluppo… l’America latina si trova davvero su una buona strada e ciò è dimostrati dalla diminuzione dell’emigrazione verso l’Europa, sostituita da un flusso sempre maggiore verso gli Stati Uniti. È indubbio che l’intero continente americano, con il passare degli anni, diverrà sempre più America latina, cosa che permetterà ai singoli Stati che ne fanno parte di migliorare le proprie condizioni e qualità di vita.

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  1. […] Il già citato Melville, sicuramente Kapuściński, mi ha colpito la recente esperienza di Rory Stewart, che ha camminato da solo per seimila […]

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