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Scrittura

Anna Toscano

18 anni senza televisione

Così la neve scioglie sul cappotto

Immagine articolo Fucine MuteMatteo Danieli (MD): Un verso molto pulito e asciutto che, a parte nei quadretti di prosa poetica, non raggiunge quasi mai le undici sillabe e più. Come mai questa scelta proprio oggi che va di moda un verso lungo e prolisso?

Anna Toscano (AT): Mah, credo sia inutile rispondere che la moda in poesia sia più effimera che in altri contesti, credo anche sia inutile dire, ma lo dico lo stesso, che la poesia la si fa come la si sa fare e non come dettano le mode. Il mio parere è che ciò che segue la moda, in tutti i campi, sia come neve su un cappotto. La poesia va avanti per la sua strada, chi la fa perché la sa fare e ha qualcosa da dire costruisce bellissimi cappotti caldi e dalla foggia impeccabile, chi segue la moda ci butta sopra qualche fiocco di neve, più o meno grande, ma che si squaglierà al primo autobus o al primo bar.
Per quanto mi riguarda non è una scelta, la poesia mi piace così e mi viene così, non so se faccio cappotti o fiocchi di neve, ma così mi piace. Devo dire inoltre che con i tempi che corrono la prolissità mi stanca fuori misura. Troppe parole, troppe immagini, tutto troppo. Tanto vale esser essenziali, concisi e pregni per dire qualcosa.

MD: Il disegno è alla base di ogni grande pittore. Cosa ci deve essere alla base di ogni buon poeta?

AT: Se stessi. Tutto ciò che riguarda se stessi in modo profondo e autentico. Poi ci dev’essere l’imprescindibile corredo del buon uso della parola. E il guardare le cose, guardare sentimenti e immagini a occhi sgranati e stando vigili. Non si può fare poesia o letteratura o dipingere o fotografare o scolpire senza prima aver guardato bene nella direzione delle cose.

MD: Sfiducia nella relazione umana che è come una puttana, nel tempo che è già scaduto, precarietà della sostanza che quando non c’è — come pioggia senza acqua — non in grado di nominare le cose. Il tutto guardato con una sorta di ironica disillusione. C’è una ricerca in corso quando guardi ilmondo o ti abbandoni in esso?

AT: L’unica ricerca nel fare poesia, come nella vita — che sono due cose che non andrebbero separate — è la scelta. La ricerca sta nell’imporsi di scegliere sempre sia nelle piccole che nelle grandi cose. Una fatica costante ma che aiuta, salva, rigenera alla luce di se stessi e non di ciò che il mondo vorrebbe per noi. Parlo di scelta quando decido di vivere senza televisione, e lo faccio da 18 anni, quando scelgo un incarico lavorativo invece che un altro per una questione di principio etico e non di guadagno o prestigio, quando scelgo una parola per un verso, un’idea per una frase, o un oggetto da fotografare. In ciò c’è lo spazio per l’imprevisto, anche nella parola c’è l’imprevisto, ma così è visto meglio, piùa fuoco.

MD: Nella vita mantieni questa disillusione, questo distacco oppure continui ad essere impulsiva, aperta, a non filtrare la vita attraverso la distanza?

AT: Con gli anni si impara, o si cerca, di tutelarsi. La disillusione è viva e a volte abbagliante, ciò non toglie che le distanze possano esser gestite come elastici per farsi meno male o più bene. Penso davvero, come a volte scrivo, che il mondo sia per lo più un brutto posto e la gente esseri impavidi e ambiziosi e basta. Ma proprio per questo la ricerca di luoghi anziché di mondo e di persone anziché di gente si fa molto più bella.

Immagine articolo Fucine Mute

MD: Come ci si può immedesimare oggi in un testo di poesia? Personalmente mi riesce facile con un romanzo a prescindere che poi mi piaccia oppure no, ma nella poesia spesso sembra preclusa anche l’immedesimazione poiché il linguaggio si fa troppo personale. Ritieniche l’immedesimazione sia una chiave fondamentale nel rapporto autore-lettore?

AT: No, non credo che l’immedesimazione sia una chiave fondamentale nel rapporto autore-lettore. Esiste ma non lo è. A volte è difficile in maniera particolare uscire da un romanzo una volta finito, si vedono i personaggi e ci si domanda che fine abbiano fatto. Ho passato mesi nel salotto di Stepan Trofimovic anche quando oramai i Demoni li avevo riposti nel loro scafale. E gli esempi non sarebbero pochi a tal riguardo. Ma non era immedesimazione, era un gioco di parole e luci, un coinvolgimento proprio in un altrove sconosciuto fino a entrarci. Con la poesia ci sono giorni che alcuni versi non mi si staccano di dosso, come le domeniche dalle pareti di Alda Merini, e versi che portano in tale altrove sconosciuto da non poter decidere di non viverci un po’. Penso cioè che non sia il ritrovare qualcosa di noi in ciò che leggiamo a farci amare ciò che leggiamo, o almeno non solo. Ci sono versi e parole che mi trascinano in posti conosciuti e in sensazioni mai provate, come Della neve ovvero Cartesio in Germania di Durs Grunbein.
Forse in ognuno scatta un meccanismo diverso o più meccanismi. Io amo la fatalità di ritrovarmi in un altrove sconosciuto o nel mio letto attraverso le parole di altri.

MD: Quando scrivi, vuoi esprimere un’idea, suscitare un’emozione, creare bellezza o in primis vuoi essere qualcuno? Cioè ritieni di produrre idee, cultura con la tua opera e ti poni narcisisticamente come punto di riferimento?

AT: Quando scrivo è perché ho la necessità di farlo. Non penso di fare cultura, ed essere qualcuno ho smesso di desiderarlo da quando alle elementari volevo fare l’astronauta. Non penso e non vorrei mai essere un punto di riferimento. Si è e basta, si è in questo brutto mondo e si spera almeno di esser decenti nell’esserlo. Se poi ciò che scrivo piace e incontra emozioni o trasporta in un altrove altre persone, la cosa è fantastica.

MD: Se la poesia è un mezzo supremo perché non esercita la sua supremazia su un mezzo come per esempio il cinema? A me sembra che sia collocata in una sorta di zona sospesa dove è di massa perché tutti la fanno, ma è d’elite perché pochi la comprano…Cosa ne pensi? Rimanendo nell’ambito del cinema sembra quasi la lotta tra il cinema di seconda visone e il cinema sette sale al centro commerciale.

Immagine articolo Fucine Mute

AT: È d’elite perché pochi la sanno fare rispetto a quelli che la fanno. È d’elite perché tutti scrivono e scrivono — come canta Fossati — ma non studiano e tanto meno leggono. È d’elite perché non esercita e non deve esercitare nessuna supremazia.
La poesia bisogna togliersi dalla testa che sia una cosa facile da fare, da leggere e da capire. La poesia come la letteratura sono mondi il cui approccio non è immediatamente fruibile. Stare a casa a leggere un romanzo due ore di fila o passare lo stesso tempo a guardare un film è differente per energie e fatica che si investe. Non esiste la poesia facile del passatempo come esistono i film leggeri per un pomeriggio allegro. Amo la poesia, ma è innegabile che non sia una forma facile.
Credo, ma forse mi sbaglio, che in questi anni inizi davvero a esserci una attenzione diversa verso la poesia, una disposizione ad avvicinarla e a investire delle energie per goderne. Sta negli “addetti ai lavori”, cioè editori di poesia, chi scrive poesia o chi organizza incontri o letture di poesia, sta a tutti noi cercare di contradistinguerci per impegno e onestà, scegliere e guardare alle cose.

Circuito Europeo di Reading: l’intervista è stata realizzato in collaborazione con l’Associazione culturale Gli Ammutinati che, grazie al contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Assessorato all’Istruzione e alla Cultura, ha dato vita a FINAL ACT – atti di poesia e teatro. Tra i principali eventi della manifestazione, il POETRY RING si è svolto venerdì 9 dicembre, presso il Knulp, bar equo e solidale a Trieste.
Le domande a raffica, i ganci e i montanti a cura di Matteo Danieli, hanno colpito a partire dai libri CAPITOLI DELLA COMMEDIA di Martino Baldi (Atelier), CONTROSOLE di Anna Toscano (Lietocolle), POESIE DELLA NON MORTE di Jacopo Ricciardi (Scheiwiller).

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