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Scrittura

Aldo Nove

Non ci sono giovani poeti

Per Aldo Nove i migliori sono tutte femmine

Immagine articolo Fucine MuteLuigi Nacci (LN): Aldo Nove, a Trieste per la presentazione del libro di Fulvio Senardi, intitolato appunto Aldo Nove (Firenze, Cadmo Editore, 2005). Ti farò alcune domande prendendo spunto da un intervento che tu hai fatto alla scuola Holden sei anni fa, che si intitolava La poesia dopo la fine della poesia. Tradizione letteraria e happening, Baci Perugina e Rap;a un certo punto del tuo intervento parli di quelli che sono stati i rapporti fra i giovani poeti — anche della neoavanguardia — che stavano arrivando, e i poeti affermati, e dici che quando Sanguineti ha scritto Laborintus e lo ha fatto leggere a Cesare Pavese, quest’ultimo gli ha detto che i testi della raccolta erano più adatti alla Settimana Enigmistica…

Aldo Nove (AN): C’era stata una corrispondenza, ma allora era poco usata questa espressione un po’ cattiva.

LN: La stessa cosa gli accadde con Zanzotto… c’è qualche poeta noto di cui si possa fare il nome che ti ha trattato agli esordi come Pavese o Zanzotto hanno trattato Sanguineti? Mi fai un nome di poeta o scrittore che secondo te è un buon talent-scout?

AN: Sono stato abbastanza privilegiato. Mi hanno trattato tutti bene o forse mi sono rivolto alle persone giuste. Un buon talent-scout è Nanni Balestrini.

LN: In questo intervento parli di quello che è il fenomeno della poesia orale, della performance, dell’oralità della poesia, parlando di quelli che sono gli esempi in altri paesi, in Inghilterra o in Giappone; parli anche di quelli che oramai sono gli spazi editoriali in Italia, fondati su piccole mafie abbastanza comiche, e affermi che avviene un cambio a un certo punto: l’iper-tecnologizzazione della poesia e delle sue forme porta a una iper-diffusione della poesia, anche attraverso i mezzi di internet o altre nuove case editrici che spuntano fuori dal nulla, e quindi si ritorna paradossalmente a un clima elitario com’è stato prima dei mezzi di diffusione di massa. Mafia, ricambi di favore, le segnalazioni personali, il cortocircuito del sistema di riviste/editori (vedi internet, vedi la proliferazione delle case editrici, dei festival, dei premi, etc.): all’estero che tu ne sappia il panorama è “desolante” come  in Italia oppure no?

AN: Sicuramente in Inghilterra e in Giappone la poesia è un fenomeno di massa ma proprio perché è capace di proporsi sempre accostata ad altro e con altro, con la musica, con la fotografia. C’è un saggio molto bello di Gombrowicz, Contro la poesia, uscito in Italia con l’introduzione di Sanguineti, in cui si sostiene che la poesia è come lo zucchero: se ne metti un cucchiaino nel caffè è ottimo, ma se ti mangi delle cucchiaiate di zucchero fa schifo. Questo stride con una certa cultura neo-crociana italiana, annacquata da Cucchi, da questi personaggi assurdi, da questa cosa di presunta purezza che fa proprio male alla poesia, che diventa anche un auto-isolamento. È squallido…

LN: Poco tempo fa sei stato in Giappone, un paese che in qualche maniera mi sembra ti piaccia. Hai detto che in Giappone i giovani poeti sembrano delle star, o vengono trattati come tali, e che c’è un grosso mercato della poesia contemporanea. Quante copie hai venduto di Fuoco su Babilonia [Crocetti, 2003 ] , e quante di Covers [Montanari, Nove, Scarpa, Nelle galassie oggi come oggi — Covers, Einaudi 2001], il libro che hai curato e scritto con Montanari e Scarpa? Facendo un gioco: se l’Italia fosse il Giappone, chi tra i nostri poeti potrebbe essere una star? Potrebbe anche essere una domanda comica…

AN: Non ho idea di quanto abbia venduto Fuoco su babilonia ma penso non lo sappia nemmeno Crocetti, che è un po’ disordinato, diciamo; e Covers, che abbiamo scritto insieme,  ha venduto 6.000-7.000 copie, tanto per la poesia. È stato un libro un po’ di culto. Chi potrebbe essere una star oggi? Mah, dei poeti che hanno una forte connotazione performativa: Lello Voce, Rosaria Lo Russo, Stefano Raspini, Sara Ventroni, Mariangela Gualtieri.

LN: Abbiamo parlato di Luca Sossella, e degli editori che puntano non solo sul cartaceo ma anche sul supporto multimediale, sul CD, come Zona ad esempio. Perché sono così pochi  gli editori che puntano su questo? Secondo te c’è una possibilità di sperare in questa forma o dobbiamo restare alla carta dura e pura, per cui chi sperimenta in un’altra maniera non ha possibilità di vedere edita, incisa, montata la sua opera?

Immagine articolo Fucine MuteAN: Come quando uno cerca lavoro — il primo lavoro –  e ti chiedono l’esperienza: “cercasi apprendista con esperienza”. Credo che ci sia molta pigrizia da parte dell’editoria, quindi viene promosso ciò che già ha avuto successo: in questo senso la grande editoria non scommette sulla poesia. La collana In versi è stato un paradosso editoriale perché per i numeri della poesia è stata un successo. A parte I Canti Orfici di Campana letti da Carmelo Bene che hanno venduto più di 20.000 copie, per tutti gli altri autori contemporanei, libro + CD, le vendite erano sulle 5.000 copie,  mediamente più di quanto vendano “Lo Specchio” e la  “Bianca” Einaudi; però, rispetto ai numeri della narrativa, erano degli insuccessi. Attualmente non c’è nessun grosso editore disposto o comunque in grado di investire su una cosa nuova, a meno che questa cosa non abbia successo indirettamente, che ci arrivi per altre vie (ad esempio attraverso la televisione).

LN: Come esperienze di gruppo, anche note, che hanno raggiunto la ribalta a livello nazionale, credo che l’ultima esperienza importante in Italia sia stata quella del Gruppo’93.

AN: La cosa è stata inventata da Barilli: c’era un’idea (te la racconterebbe sicuramente meglio Lello Voce o chi l’ha vissuta in prima persona), quella di costituire un gruppo che poi si sarebbe sciolto nel ’93, ma tutta la polemica che è sorta intorno è stata la conseguenza di una strumentalizzazione innanzitutto da parte di chi ancora volendo colpire il Gruppo ’63 ne colpiva i presunti epigoni, arrivando al delirio di una specie di tradizione anti-Gruppo’93 che può avere come espressione massima le scemenze di Nicola Gardini [Lapsus? Molto probabilmente Aldo Nove si riferiva qui non a Gardini, bensì a Daniele Piccini, curatore di La poesia italiana dal 1960 a oggi, Milano, BUR, 2005]: nella sua antologia della poesia degli ultimi trent’anni — quella che chiude con Davide Rondoni — liquida questi presunti epigoni del Gruppo’63, mettendo insieme Frasca, Voce, Ottonieri, gente che ha fatto una ricerca assolutamente varia, personale. Credo che il Gruppo’93 sia stata un’etichetta negativa, strumentale a beghe interne di mafiette italiane, di sclerotizzazione di conflitti che non hanno più senso. C’è molta provincialità e anche molta  ignoranza, campanilismo…

LN: Vorrei sapere se stai scrivendo qualcosa o qual’è il tuo progetto poetico nei prossimi anni, nel prossimo futuro; e se  tra i giovani poeti che vedi in giro per l’Italia, ce ne sono alcuni che ti piacciono, che segui, che spingi e in cui credi.

AN: Che spingo giù verso il baratro per affossarli… Mah, i giovani sono quasi tutti femmine, la poesia emergente di questi anni è tutta fatta di donne: Giovanna Marmo, Florinda Fusco, Sara Ventroni, Mariangela Gualtieri, Francesca Genti, la Carnaroli che è molto brava… sarebbe proprio interessante ritornare criticamente sulla connotazione tutta femminile della poesia italiana contemporanea. Non ci sono giovani poeti… non ho nessun progetto organico, scrivo poesie così, poi le raccoglierò da qualche parte. In realtà ce ne sono parecchi di progetti ma nessuno chiaro. Milo De Angelis non è stato e non è un grande talent-scout nel senso che ci sono poeti facilmente imitabili e altri no. De Angelis ha una cifra che si presta immediatamente all’imitazione. Anch’io penso che all’inizio, suggestionato da lui, abbia scritto alla de Angelis… “Niebo” è Milo De Angelis: non è venuto fuori nessun altro da lì, se non lui… di Raboni trovo più interessante il lavoro della sua compagna, la Valduga, neometrica…

LN: Tu sei lombardo. Cucchi, un tuo compatriota regionale, ha dichiarato poco tempo fa che tutti i migliori poeti sono a Milano, soprattutto quelli giovani. Secondo te scherzava?

AN: Cucchi è uno scorreggione, cioè fa delle puzze assurde, scorreggia. Lui non lo fa apposta, gli escono fuori… fa le puzzette, è una cosa umana… capita…

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