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Scrittura

Gabriella Sica

Una spiga di grano sontuosa

L'idea della visibilità

Luigi Nacci (LN): Gabriella Sica, mi pare, prima ancora che una poetessa, una reale appassionata di poesia. Anzi, più che di passione sarebbe più opportuno parlare di venerazione. Penso alla direzione di “Prato Pagano”, in cui molti autori giovani hanno trovato spazio; agli studi sulla metrica, non con il piglio accademico ma con la voglia di comunicare anche a un pubblico di non specialisti; ai tentativi di mettere ordine o fare luce sulla poesia degli ultimi trent’anni; alla caparbia volontà di conservare le immagini-movimento dei poeti, affinché anche le generazioni future possano usufruirne. Insomma, mi pare che tutto il tuo percorso sia dettato dal desiderio di scendere all’interno del proprio tempo per fare chiarezza, come direbbe Saba, perché senza chiarezza non v’è la facoltà di conservare, di memorizzare, e quindi poi tramandare.
Tutte queste attività, che definirei di tutela e di salvaguardia, quanto hanno influenzato oppure quanto influenzano il tuo poiein, il tuo fare poesia?

Gabriella Sica (GS): Mah, non so… parli di venerazione, forse va bene passione… se Pasoliniscriveva Passione e ideologia, io potrei dire “passione e natura”… Però il centro del mio lavoro è sempre la poesia, scrivere poesia, e tutto quello che faccio lo faccio come scrivendo una poesia. Perfino i video: io li ho montati come se montassi una poesia. Il centro è comunque un fare poesia. Naturalmente ho lavorato nella poesia degli ultimi trent’anni in cui sono vissuta, quindi non sono stata cieca, ho cercato di non essere cieca ─ poi non so se ci sono riuscita ─ e di vedere quello che succedeva intorno a me, di essere attenta. Guardare è uno dei lavori del poeta, guardare, vedere; guardare e poi scrivere, lavorare. Ecco, anche il lavoro è fare poesia: lavorare intorno alla poesia, sulla poesia, per la poesia.

Immagine articolo Fucine MuteLN: Mi pare che anche in questo si possa parlare di una strenua ricerca di chiarezza e di equilibrio. Molti, leggendo i tuoi testi, hanno fatto i nomi di Penna e di Saba, fra gli altri. Tutta la tua produzione in versi a partire da La famosa vita fino ad arrivare a Poesie familiari sembra essere caratterizzata dalla ricerca del metro, fatta con grazia, delicatezza, senza mai forzature, al contrario di altri autori della tua generazione che negli anni Ottanta e Novanta sono ritornati a lavorare sulla metrica tradizionale, ma direi in modo più contrastato, più complesso, a volte più sperimentale. Allora, dopo la tua sfera confortevole, familiare dell’ultimo libro [Poesie familiari, Fazi, 2001], come sta proseguendo il tuo percorso? Ovvero, stanno mutando i temi, le figure? E per quanto riguarda la metrica e la forma?

GS: Il percorso d’un poeta è lungo e quindi anche il mio. Lavoro direi ormai da trent’anni e nel corso di questi anni sono mutate le parole, anche se l’idea della mia poesia è sempre stata la stessa. All’inizio per esempio parlavo molto, rivendicavo molto la chiarezza e la semplicità, all’inizio degli anni Ottanta, quando davvero intorno scrivere una poesia semplice era qualcosa di scandaloso. E poi ho parlato di parola, parola ritrovata. Poi ancora ho parlato di poesia della lode. E certamente il metro, il verso, è stato il centro dei miei pensieri.

Indubbiamente c’è stato nei poeti che come me hanno iniziato a pubblicare negli anni Ottanta un lavoro sulla metrica. Io stessa ho scritto un libro sulla metrica e ho lavorato sul metro. Tu parli di aggettivi… di “confortevole” mi pare, di “familiare”, come se fosse qualcosa di semplice, come una maga, uno stare a dondolare e a confortarsi. Non amo la poesia dell’urlo, della ferita, del dolore esibito, dello sperimentalismo esibito. Penso che sia troppo meccanico, retorico e abbastanza superficiale. Penso a un lavoro di scavo, al contrario, di profondità che arrivi alla chiarezza. In fondo la poesia per me è come una spiga di grano suntuosa, bella, che sta al sole, ma che nasce su un terreno che qualcuno ha dovuto arare, seminare, dissodare, curare, estirpare le erbacce, e dove c’è stato anche quindi dolore e sofferenza.
Quindi non penso affatto a questa poesia così. Anzi, penso a una poesia piuttosto forte, intensa e controcorrente nell’apparente semplicità che è soltanto l’esito d’un lavoro per me abbastanza difficile, complesso e doloroso.

LN: Hai curato diversi filmati su alcuni grandi poeti italiani del Novecento. Si tratta di video in cui i poeti parlano di sé in prima persona. Credi anche al mezzo video come possibile creatore di una nuova forma di poesia? Sto pensando alla videopoesia ad esempio, e alla recente attenzione che attorno a questa forma si sta creando. Credi che i nuovi mezzi multimediali abbiano in sé la forza di poter aprire nuovi scenari nella ricerca poetica o alla fine prevarrà la carta?

GS: Al centro della cultura degli ultimi dieci o quindici anni c’è il concetto, l’idea di visibilità. Il video è al centro della cultura. Sono stata alla Biennale di Venezia: non c’è neanche più traccia di foto, di opere d’arte… il video è centrale. Tu mi parli di videopoesia, non so bene a cosa ti riferisci, va benissimo che ci sia anche della videopoesia come della videoarte. Ma io non credo che sia questo. Questo è una deviazione occasionale della poesia. La poesia comunque ha al suo centro la figurazione al mio parere. È un lavoro estremamente umano della poesia, proprio in senso umanistico, e per me l’umanistico viene da “humus”, che vuol dire terra, è lavorare molto sul concreto, poi con delle metafore che sono molto mie, personali, del poeta che scava come il contadino davvero, e poi magari un poeta contadino che è anche etrusco, perché i poeti contadini che ho visto nella mia infanzia erano degli etruschi.

Ma la poesia, appunto, ha a che fare comunque con il concreto, con il reale, e l’espressione più reale e più concreta è comunque la parola: la parola che s’incarna nel visibile. Tra l’altro, non a caso un mio libro di saggi si intitola Sia dato credito all’invisibile, perché penso che quest’epoca sia fondata sulla visibilità, ma questa inclinazione o tendenza a volte ha esautorato gli uomini proprio dal vedere, dal saper vedere cosa c’è, cos’è l’invisibile, e forse la poesia ha proprio come fondamentol’invisibile che diventa visibile, che diventa concreto, reale, perché la poesia comunque è sempre estremamente reale, concreta, nasce dall’esperienza, che include anche il visibile. Per me quest’idea del visibile, dell’immagine, è stata molto importante in questi anni, anche perché le poesie per me sono proprio delle figurazioni, delle memorie attraverso gli occhi. Io immagino qualcosa che è finito, un’esperienza che è finita, che è morta, perché il poeta ha a che fare comunque con la morte, ma la immagino con gli occhi, gli occhi della mia anima, della mia mente, e questo vedere mi ritorna, almeno spero, come poesia.

LN: Ci vuoi raccontare l’esperienza di “Prato Pagano”?

Immagine articolo Fucine MuteGS: È stato all’inizio degli anni Ottanta. Eravamo giovani poeti miracolosamente apparsi in quegli anni a Roma, poeti che hanno formato poi una generazione, direi. Parlo di Magrelli, Claudio Damiani, Scartaghiande, e poi tanti altri che hanno pubblicato dopo: Antonella Anedda, Silvia Bre, Arnaldo Colasanti… c’è stata una grande effervescenza a Roma in quegli anni. C’è stata a mio parere una rifondazione della poesia, un ripartire da zero. Dopo l’informale, la crisi esasperata della poesia ridotta molto spesso al linguismo degli anni settanta, al ribellismo anche, si è tornati a rileggere i classici per esempio, a rileggere gli antichi, cioè qualcosa che forse i grandi poeti non hanno mai tralasciatodi fare, ovviamente… ma c’era in quegli anni un orizzonte della modernità troppo ristretto, chiuso, un po’ ottuso.
Noi abbiamo cercato di ripartire da zero leggendo gli antichi, anche perché i padri, i padri più immediati non li avevamo, non ce n’erano all’orizzonte, e se c’erano — c’erano a Roma in quegli anni Caproni, Bertolucci — non potevano forse più fare i padri. C’è stata una perdita della paternità diretta a mio parere. Anche voi che siete giovani adesso e che pubblicate… non credo che abbiate dei padri, no? Ma già allora non ce n’erano, almeno i padri fisici parlo, poi i libri e le grandi poesie sono già più che dei padri e delle madri.
Ecco, in quegli anni c’è stata una grande effervescenza, e a documentare quel lavoro esce proprio in questi giorni da Castelvecchi un libro curato e scritto da una giovane studiosa che è Flavia Giacomozzi [Campo di battaglia. Poeti a Roma negli anni Ottanta (antologia di “Prato pagano” e “Braci”), uscito nel 2005 con l’introduzione della stessa Sica]cheè anche un’antologia di poeti di quegli anni (me compresa); l’impostazione, le informazioni soprattutto vengono dal mio archivio, e anche un’introduzione dal titolo Campo di battaglia che poi l’editore ha generosamente usato come titolo del volume e io credo che sia stata una mossa anche buona, bella, a cui io non avevo pensato.

Immagine articolo Fucine MuteIn fondo la poesia è un campo di battaglia, una battaglia delle idee come segnala bene Pasolini, che comunque rimane sempre anche uno dei riferimenti della grande poesia che abbiamo avuto nel secondo Novecento in Italia. Abbiamo avuto grandi poeti e come sempre la poesia italiana è stata grande, e anche dei poeti importanti nello scorcio del Novecento, ci sono stati poeti grandi che a volte sono già purtroppo scomparsi, il cui lavoro non è stato neanche ben letto e compreso, anche perché non è stato ancora ben pubblicato.
Mi riferisco ad esempio a Beppe Salvia, di Pietro Tripodo, ma anche di Giovanna Sicari. C’è stata una grande poesia che forse non è ancora del tutto evidente perché c’è un atteggiamento, anche nella poesia come in tanti altri campi, molto frammentario. Non c’è una centralità e a volte si perdono le cose importanti, le espressioni più alte della poesia, che comunque restano, sono lì, e quindi sicuramente saranno lette e ben comprese.

LN: Parlavi di una rifioritura che c’è stata a Roma della poesia grazie a nuovi autori che si sono affermati, che sono maturati. Spesso si parla di scuola romana e scuola milanese… Secondo te che cosa ha in più la scuola milanese rispetto alla romana e che cosa ha in meno?

Immagine articolo Fucine MuteGS: Mah… io non so se ci sono scuole, sinceramente, anzi, non direi affatto. Ci sono delle singole espressioni, ci sono dei poeti, importanti o meno. Poi se andiamo a vedere le manifestazioni da un punto di vista sociologico si può vedere dove ci sono stati gli editori o le riviste. Però non è questo l’argomento che mi interessa. Mi interessa vedere dove sono i poeti e i poeti sono ovunque.
Io so che negli anni Ottanta c’è stata a Roma questa grande creatività, non che ora si sia persa ma diciamo che ogni poeta è tornato a se stesso e a lavorare per se stesso. Non so se ci sia stata, non parlo di scuola, non mi piace parlare di scuola. Certo, ci son state scuole importantissime in Italia a cominciar dal dolce stil novo… ma direi che possiamo parlare di poesia e basta. Certo, c’è a volte una divisione tra Roma e Milano come tra due paesi, ma questo fa parte della storia dell’Italia, dei comuni.

Credo che in questo periodo in Italia la poesia è sparpagliata un po’ in vari paesi, in varie città d’Italia, come i comuni di una volta. In fondo l’Italia è quella di sempre, un’Italia dei comuni, per cui c’è una poesia anche importante a Bologna, a Novara, a Roma, nei centri. Però naturalmente non è che l’ambizione della poesia può essere questo rinchiudersi… la poesia deve parlare del nostro tempo, della nostra vita, dei nostri anni, della gioia, del dolore, e arrivare a restituire con armonia — ecco, questa armonia di cui tu parli, confortevole, penso che sia sempre un risultato, è il risultato della poesia.

Nel parco di Villa Lodi Fè, a Riccione, ogni anno a settembre si tiene  PARCO POESIA. Readings, laboratori, conversazioni, proiezioni e incontri, per incontrare da vicino i poeti. Durante le tre giornate, il pubblico di PARCO POESIA si trova a diretto contatto con gli ospiti e con i molti giovani autori che partecipano ogni anno al festival. Molte manifestazioni permettono di incontrare gli autori, parco poesia permette di parlargli, di conoscerli davvero, non solo nell’attimo in cui l’autore fugacemente firma un libro, ma nel corso delle intere giornate, in cui i poeti  siedono tra il pubblico, partecipano insieme al pubblico al buffet come ai molti momenti di dialogo che parco poesia propone.


I poeti a PARCO POESIA si offrono con la loro opera ma anche con il loro volto, come uomini oltre che come autori. Nell’atmosfera informale del parco, molti scrittori hanno la possibilità di incontrarsi e rincontrarsi, di guardare insieme il panorama sempre in fieri della poesia emergente, di dialogare tra loro e con i propri lettori. Molti giovani poeti hanno occasione di consegnare a mano i propri manoscritti, molte persone che amano la poesia o che ne sono anche soltanto incuriosite, hanno la possibilità di ascoltare gli scrittori, di avvicinarsi e parlare con loro, di porre domande agli ospiti come ai giovani autori.
A PARCO POESIA ogni anno nascono amicizie, discussioni, qualcuno litiga, qualcuno si entusiasma, qualcuno scopre qualcosa… e quando tornano a casa… tutti hanno qualcuno a cui scrivere, qualcosa di cui continuare a discutere… qualcosa che rimane.

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