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Cinema

Carlo Sigon

Bisio, Sigon e Dazieri in cura dal gorilla

Carlo SaigonJimmy Milanese (JM): Con La Cura del Gorilla Carlo Saigon adatta un romanzo di Sandrone Dazieri e presenta quindi il suo primo lungometraggio a Maremetraggio. Come è stato l’incontro con questo romanzo abbastanza particolare?

Carlo Sigon (CS): Come raccontavo prima, in realtà questo è un film con una genesi abbastanza anomala nel panorama cinematografico italiano. Cioè, la Warner ha contattato Claudio Bisio per fare un film, e Claudio ha indicato il romanzo di Sandrone come un possibile romanzo da cui trarre un film. Quando si è composto questo quartetto: Warner, Colorado, Bisio e Dazieri, si sono messi alla ricerca di un regista e mi hanno contattato. All’epoca non avevo letto nessun romanzo di Sandrone, ma nell’arco di due giorni me li sono letti tutti e tre. Successivamente abbiamo cominciato a lavorare. Sandrone ha scritto la sceneggiatura, io ho collaborato a questa sceneggiatura, alla scrittura vera e propria e in fase di preparazione Claudio è stato chiaramente molto presente. Avevamo avuto una serie di suggestioni dalla lettura di tutti i libri di Sandrone, che poi abbiamo vomitato un po’ addosso al povero Sandrone, il quale ha cercato di tenere tutto assieme e di farne una struttura più completa.

JM: Tu hai lavorato, come dicevi prima, con diversi attori, ma sempre nell’ambito della pubblicità e dei videoclip. Qui invece ti sposti a un lungometraggio. Quali sono le differenze, le problematiche che hai incontrato nel passaggio da un videoclip o una pubblicità a un lungometraggio?

CS: Questa è una domanda che mi fanno molto spesso. In realtà è molto più facile dire quali sono le affinità, per quanto poche sono, fra la pubblicità e il cinema che non le differenze. È un mondo completamente diverso, sono due sistemi di pensiero diametralmente opposti. Al di là del fatto che si usano gli stessi mezzi, la macchina da presa e i programmi di montaggio, per il resto è chiaro che l’approccio nei confronti di uno spot pubblicitario ha un peso di un certo tipo. Anzi, più che un peso, una qualità di un certo tipo. Ho detto una sciocchezza, non ne voglio fare un discorso qualitativo, è proprio un approccio totalmente diverso. Una storia che dura cento minuti, soprattutto in questo caso, essendo tratta da un romanzo, abbiamo dei personaggi che nascono dal romanzo stesso e che pian piano si sviluppano, prima, in sede di scrittura, e poi con l’arrivo degli attori. Dicevo, tutto questo lavoro di preparazione con gli attori, le letture del copione, le prove ecc… è completamente un altro mondo, quindi non riesco neanche a elaborare l’idea di un passaggio da un genere all’altro. Sono proprio due mestieri completamente diversi. Credo che sia veramente come i cento metri e la maratona. Ma non perché necessariamente uno è breve e l’altro è lungo, ma perché proprio l’impostazione fisica e mentale è completamente diversa.

Carlo SaigonJM: Di solito nei primi lungometraggi i registi hanno al massimo la possibilità di avere un personaggio importante, di spessore. Invece nel tuo La Cura del Gorilla ci sono 4-5 personaggi interessantissimi, attori conosciuti, volti televisivi, che hai diretto senza seguire le istruzioni. Tra questi c’è un eccezionale Ernest Borgnine che ricordiamo per Il Mucchio Selvaggio, per Convoy, e per il suo Oscar nel 1955. Ecco, come sei riuscito a convincere un attore di caratura internazionale a partecipare al tuo film?

CS: Lo dice lui, gli hanno offerto dei soldi e ha accettato. A parte gli scherzi, lui è un uomo di 88 anni, credo che ormai ne abbia compiuti 89. Aveva fatto all’epoca 184 film, adesso credo che, nell’arco di questo anno e mezzo che è passato dalla fine de La Cura del Gorilla, ne abbia superato i 190. Borgnine è venuto in nave, approfittando di una crociera regalata da non so chi, e ci ha messo una decina di giorni da New York a Genova, per poi rimanere un paio di mesi in Italia. Una delle cose che sicuramente è servita per convincerlo è stata la possibilità di recitare in italiano. Lui mi ha raccontato che ha avuto molte esperienze di cinema qua in Italia, però sempre recitando in inglese per poi essere doppiato. Qua il personaggio (che originariamente era un messicano, nel libro di Sandrone, e che noi abbiamo trasformato in un americano) imponeva proprio un accento e un italiano abbastanza stentato. Lui, tra le altre cose, nel film ha fatto una cosa molto interessante, pur non avendo girato cronologicamente (lo sapete che i film è molto difficile girarli scena dopo scena, e noi ci siamo presi una piccola libertà, un piccolo vezzo, abbiamo girato il primo giorno la prima scena e l’ultimo giorno l’ultima scena, in mezzo un delirio, saltando avanti e indietro), ha migliorato il suo italiano nel corso del film, come credo si noti. Cosa difficile per gli attori, perché chiaramente nella costruzione del loro personaggio, che ha un’evoluzione nel corso del film, devono continuamente fare dei salti in avanti e indietro per recuperare un po’ le fila della loro trama emotiva a seconda della scena che stiamo girando. Ernest aveva deciso insieme a noi, già dalla prima lettura, che il suo italiano sarebbe stato molto stentato all’inizio e decisamente più fluente verso la fine del film. E lui è riuscito a farcela, nonostante l’età, nonostante le condizioni in cui giravamo, certe volte giravamo assieme a lui nello stesso giorno due scene, la 30° e la 70°! Ernest è riuscito a gestire bene questa cosa. E credo che a guardare il film con attenzione si veda una specie di progresso nel suo italiano. È stato divertente!

JM: Tra l’altro questo attore americano sembra interpretare la parte del comico, a differenza invece di attori che comici sono, tipo Bisio, Catania o Storti, che invece interpretano delle parti drammatiche. Come è stato dirigere degli attori cinematografici sicuramente, ma soprattutto televisivi, di cabaret, ecc., in un lungometraggio dove invece a loro veniva assegnata una parte decisamente drammatica o comunque impegnata?

Carlo SaigonCS: Diciamo così, di tutti gli attori l’unico che interpreta un personaggio decisamente sopra le righe, anche per come è vestito, per come si propone e per come parla è Antonio Catania. Che fa la parte di questa specie di faccendiere arraffone, che gira sempre con le macchine prestate, dorme in una roulotte, e via dicendo. In realtà è l’unico personaggio fedele a se stesso, anche se poi non è assolutamente vero; Antonio ha fatto parti drammatiche molto, molto intense e molto importanti. È vero quello che dici tu, alla fine abbiamo preso un personaggio televisivo conosciuto dal grande pubblico come un attore comico e abbiamo cercato di asciugare tutta la comicità, come Claudio Bisio, e di asciugarne la comicità per renderlo un personaggio mitico in qualche modo, proprio da film di genere, l’eroe del film noir. Poi abbiamo preso invece un attore come Borgnine, che ha fatto appunto grandissimi film drammatici fra cui Marty quello che citavi tu, grazie al quale ha vinto l’Oscar, e l’abbiamo messo in una condizione forse non proprio comica però sicuramente una condizione di grande ironia. È stato facile, soprattutto divertente. Poi io credo che appunto se ti diverti le cose alla fine vengono fuori con molta più semplicità.

JM: Tu hai definito il tuo lungometraggio come uno “spaghetti noir”. Per quale motivo?

CS: Perché è un film molto ambiguo, perché è tratto da un romanzo noir che è un noir a tutti gli effetti per determinate caratteristiche di storia, ambientazione ecc. Come dicevo prima, quando nasce negli Stati Uniti il noir è un genere cinematografico che rappresenta in maniera anche eroica le facce meno presentabili della società. In questo caso abbiamo albanesi, centri d’accoglienza, volontari che lavorano nei centri d’accoglienza, Gorilla che vive ai margini della società, perché è un disadattato in qualche modo, Stefania stessa, che è una donna che vive a contatto con queste realtà e che lavora in un centro di accoglienza. E tutti loro sono personaggi portatori di valori molto semplici, ma molto “puliti”: solidarietà, democrazia, pulizia. Dall’altra parte invece abbiamo (tanto ormai il film chi l’ha visto l’ha visto, chi non l’ha visto non lo vedrà se non forse in DVD) quella che apparentemente è una delle facce più presentabili della società, cioè la Chiesa, il prete, che è il colpevole. Nella banalità, e nella semplificazione di una cosa del genere, sta un po’ il senso del cinema noir per come è nato agli inizi del secolo. Cioè un cinema che prendeva i classici stili del thriller, del giallo e via dicendo e gli dava una lettura sociologica un po’ particolare, legata anche al fatto che in quel periodo negli USA c’erano queste grosse folate migratorie dall’Irlanda, dall’Italia, dall’Europa in generale, e quindi si creavano delle fasce di popolazione che vivevano anche in estrema povertà e che comunque erano un pochino tagliate fuori dai meccanismi sociali. Quindi questo cinema in qualche modo è nato anche per dar voce a queste categorie sociali.

JM: Il tuo lungometraggio è un adattamento di un romanzo abbastanza importante. Tu sai benissimo che ogni volta che si adatta cinematograficamente un romanzo si ripropone il dilemma se era meglio il romanzo o la sua trasposizione cinematografica. Cosa ne pensi tu a proposito?

Carlo SaigonCS: Mi stai chiedendo se era meglio il libro o il film? Non risponderò mai a questa domanda! È un vecchissimo problema, è chiaro che quando leggi un libro non hai paletti di nessun tipo. Ti immagini facce, situazioni, ambienti. In realtà questa domanda non la devi fare a me, ma a un lettore affezionato dei romanzi di Sandrone e non devi farla neanche a Sandrone, perché lui è troppo coinvolto. Devi farla a un lettore che abbia amato il romanzo e che possa rispondere. È chiaro che io stesso in quello che ho immaginato leggendo il romanzo, poi alla fine, nella costruzione del film, mi sono trovato a mia volta a dover tradire, a non riuscire a visualizzare perfettamente certe cose che a suo tempo mi ero immaginato mentre leggevo il libro. Questo è un destino ineluttabile, bisognerebbe riuscire ad avere la freddezza (e te lo dice un lettore che legge tanto e che quando va al cinema patisce la stessa sofferenza, certe volte invece è preda di grandi entusiasmi) di scindere le due cose in maniera definitiva. Oppure fare solo film da romanzi brutti.

JM: Ultimissima domanda: ritornerai alla pubblicità?

CS: Assolutamente sì! Ci sono già tornato, nel senso che la pubblicità è un lavoro molto affascinante in certe occasioni, più di routine in certe altre, ma quello è il mio mestiere, da cui sono nato. È chiaro che se tu mi dicessi: “preferisci continuare a fare pubblicità o fare film?” ti direi che mi piacerebbe riuscire a fare un film ogni due anni e dieci spot ogni due anni, invece che fare cinquanta spot ogni due anni e fare un film ogni sei o sette anni.

Le foto sono di Giulio Donini

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