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Cinema

Vittorio Moroni

Il lupo che c’è in ognuno di noi

Vittorio MoroniJimmy Milanese (JM): Siamo con Vittorio Moroni al festival “Maremetraggio”. Hai esordito con il tuo primo lungometraggio: Tu devi essere il lupo, e ieri hai parlato delle vicissitudini che ne hanno caratterizzato la distribuzione. Puoi riassumere un pochino che cosa è successo?

Vittorio Moroni (VM): Semplicemente è successo che un film come questo, che è stato finanziato da un art. 8, quindi selezionato da una commissione ministeriale, non ha trovato per circa due anni una distribuzione. Sono in ottima compagnia, con tanti altri film e altri autori. Ad un certo punto tra la rassegnazione di lasciarlo in un cassetto e il tentativo di fare l’impossibile per portarlo in sala davanti ad un pubblico, grazie all’aiuto di attori, montatori, assistenti al montaggio, co-sceneggiatori ecc., abbiamo deciso di tentare quest’avventura, in realtà un po’ ambiziosa e anche un po’ faticosa, di auto-distribuire il film. Attraverso degli escamotages davvero rocamboleschi, come ad esempio pre-vendere dei coupons prima di avere con certezza le sale disponibili per la proiezione del film, così da poter avere un pubblico prima di avere una sala cinematografica, in questo modo siamo riusciti a uscire in 8 copie, in 8 città diverse. Poi, grazie al tam tam e al fatto che il pubblico ha supportato settimana dopo settimana il film, siamo stati in giro per l’Italia e siamo riusciti ad essere presenti anche ad alcuni appuntamento all’estero.

JM: Questo film parla di un rapporto conflittuale, difficile, ecc. di vari personaggi. Ma ha qualcosa di autobiografico? Potresti raccontarci la trama?

VM: Sì, in estrema sintesi è la storia di una famiglia “anomala” (anche se poi bisognerebbe chiarirsi un po’ sul concetto di normalità famigliare), composta da un padre piuttosto giovane e una figlia adolescente che è convinta che la madre sia morta alla sua nascita. I due personaggi, legati da un rapporto molto vivo, ma anche molto esclusivo, sono alla continua ricerca di un equilibrio, finché nella loro vita irromperà una donna. Questa nuova figura femminile è quella madre che non e mai morta, ma che bensì vive a Lisbona facendo la marionettista, fino al giorno in cui si trova a dover fare i conti con il proprio passato e decide di compiere un viaggio sulle tracce della figlia che aveva abbandonato. A quel punto, il fragile equilibrio che si era creato in questa famiglia “anomala” rischia di essere rimesso in discussione.

scena del film

JM: Almeno nella parte iniziale del film questa caratterizzazione forte sembra indirizzare ad una favola moderna, quindi un rapporto diverso rispetto alla cinepresa. Tu provieni da una tradizione di documentarista, ritrovi in questo film qualcosa di documentaristico? Magari all’inizio, dove si possono notare paesaggi e strutture alquanto particolari.

VM: Non penso che questo sia un film particolarmente documentaristico, anche se poi tra cinema e documentario c’è sempre un confine labile e difficile da distinguere.
Una sceneggiatura non è niente, è un pezzo di carta che può essere completamente negato, trasformato, migliorato o peggiorato da quello che avviene sul set. Il set è un luogo dove le cose riaccadono per la prima volta e dove in qualche modo la sceneggiatura può venire “tradita”, dove deve essere tradita. In questo senso qualunque film è simile ad un documentario, dove la realtà è sempre una sorpresa che bisogna gestire.

JM: Uno degli aspetti interessanti e quindi documentaristici del film è la figura di Carlo, questo tassista ladro di immagini, che ruba ai suoi clienti i loro momenti più particolari immortalandoli con l’utilizzo di una piccola macchina fotografica. Come è venuta fuori questa idea interessante e, credo, mai rappresentata?

VM: A me piaceva immaginare che Carlo, il tassista, avesse in qualche modo il dubbio sul fatto che le altre persone possano essere felici, tant’è che le fotografie che lui scatta nel taxi si dividono in tre tipi: foto di famiglie, foto di persone singole, foto di genitori e figli. Il suo, per come l’ho immaginato io, è uno sguardo interrogativo, come se lui si chiedesse se a parte se stesso c’è qualcuno che può aver trovato una forma e un modo per essere felici.

Vittorio Moroni

JM: Dopo questo lungometraggio, che è stato girato nel 2004 se non sbaglio, nel 2005 sei ritornato ad un documentario. Quindi, nei tuoi progetti futuri, c’è l’idea di ritornare alla documentaristica oppure ti vorrai cimentare ancora con la cinematografia, con un altro lungometraggio?

VM: Il progetto che adesso sto completando, che è il mio secondo film che andrà in sala, è esattamente una “docu-fiction”, cioè è un documentario che ha alcuni elementi di finzione. La storia narra di un ragazzo bengalese che abita a Roma, e che per certi versi ha cercato di bruciare le tappe della sua occidentalizzazione, indossa delle camicie sgargianti e fosforescenti, impiega 15 minuti per farsi i capelli alla Elvis e ha un modo di parlare romanesco. Un giorno viene raggiunto da una busta, una lettera inviata da sua madre, la quale abita in un piccolo villaggio del nord del Bangladesh, contenente le fototessera di una ragazza di 18 anni che la famiglia ha scelto per lui come sposa. Nonostante la sua precoce occidentalizzazione, lui decide di partire e di sposare questa ragazza che non conosce. Molte sono le vicissitudini e gli accordi necessari tra le due famiglie, ma alla fine questo matrimonio si compie e il ragazzo, assieme alla sua giovane sposa, decide di tornare a Roma, dove iniziano la loro nuova vita, cercando di conoscersi e di imparare ad amarsi. Questo è in realtà un documentario, nel senso che la maggior parte delle scene di questo film sono state girate mentre accadevano e non provocate da me in qualche modo, pre-esistevano alla mia volontà di farci un film. Altre scene invece sono state la messa in scena di ciò che non avevo potuto riprendere, perché erano accadute mentre io non c’ero e per cui si è chiesto alle persone di poter diventare personaggi, mettendo in scena se stessi in quelle parti che erano accadute in un momento in cui non c’era la troupe e la telecamera. Quindi è esattamente un esperimento a metà tra documentario e finzione, però è di fatto un film, senza interviste e senza voce fuori campo, quindi senza alcuni degli elementi a volte tipici dei documentari. È di circa 95 minuti e spero che sarà pronto tra un mese circa.

JM: Ci hai parlato di un’altra storia che racconta un rapporto difficile, non consueto. Come in Tu devi essere il lupo, dove esiste un rapporto conflittuale tra il padre e la figlia ed è quasi assente la figura della madre, anche nel tuo prossimo progetto c’è un rapporto conflittuale. Inoltre in un cortometraggio che è stato presentato ieri, e mi riferisco a Punto di Vista di Michele Vanzato al quale tu hai collaborato, viene narrato il rapporto difficile tra fratelli. Dato che sei all’inizio della tua carriera come cineasta, intendi forse specializzarti nella rappresentazione di rapporti difficili, rapporti non detti?

VM: In realtà non so esattamente cosa succederà in futuro, ne quali saranno le storie che mi appassioneranno a tal punto da convincermi a percorrere il lungo e faticoso percorso che porta alla nascita di un film. Il metodo che io mi do è quello di aspettare prima di tuffarmi in un progetto, quando sento che ci sono molte cose che mi interessano e molte cose che per me sono irrisolte allora vuol dire che sono pronto a iniziare. Il tema del conflitto per me è importante in questo senso, il conflitto deve essere innanzitutto un conflitto per me, non ci devono essere dei buoni e dei cattivi che si sa fin dall’inizio quale sia il loro ruolo. Il film deve indagare sui problemi, così che anche il mio lavoro sia un’indagine mirata su un conflitto difficile da risolvere.

locandina del filmJM: Ultima domanda. Abbiamo parlato dei problemi della distribuzione e della produzione in generale, tu sai benissimo che a un certo punto un artista o comunque un cineasta si trova di fronte al problema di dover affrontare le pressioni scaturite dagli interessi di chi produce e distribuisce. Visto che finora ti sei occupato di determinati temi, credi che in qualche modo i problemi che la distribuzione e la produzione in Italia stanno incontrando ti indurranno a modificare la tua vena artistica o comunque i tuoi sentimenti nei confronti della cinematografia?

VM: Io spero di no. Per cercare di mantenere la mia autonomia il più possibile, da poco tempo ho fondato una casa di produzione e di distribuzione, ma soltanto per cautelarmi. Per ora il mio prossimo film me lo sono auto-prodotto, ma in futuro spero che siano produttori e distributori molto seri e volenterosi a prendersi carico del film, in quanto sono parti del lavoro che sarei molto felice di delegare. Tuttavia non sono disposto a non tutelare fino in fondo la dignità del lavoro mio e delle persone che collaborano con me. Quindi se sarà necessario fare il produttore o il distributore, ormai sono pronto a farlo anche da un punto di vista formale.

Le foto dell’intervista sono di Giulio Donini

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