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Musica

Sziget Festival 2006

Isola di Obudaj, Budapest, 9 – 16 agosto

L’isola, Obudai, 76 ettari bombardati di suoni ogni agosto. Il festival, Sziget, in ungherese appunto isola, uno sconfinato accampamento di anime che la occupano, la scandagliano, la tritano per un’intera settimana.

Immagine articolo Fucine Mute

 Il fango, a Sziget, è l’elemento coagulante. Il fango è il collante che unisce i metallari agli indie, i rochettari ai patiti del jazz, gli sfegatati del blues ai punkettoni, quelli dell’etno-global agli indomiti perenni fricchettoni del reggae. Il fango e la birra, una speciale malta szigettiana. E a categorizzare gli strati di fango, e di birra, a stratificare le sfoglie di look, fissazioni, identificazioni, raggruppamenti e distinzioni a seconda del genere musicale, si può andare ad oltranza. Ma al Sziget festival ci si va essenzialmente per annusare, gustare, impregnarsi di colore, voci, schitarrate, tatuaggi, piercing, birra, kebab, gyros, paninazzi e salsiccia. E fango. I palchi sparsi sul fango di Obudai sono cento, tenda più, tenda meno. Vedere e sentire tutto è al di là dell’umano e dell’ubiquo, dunque si sceglie, per necessità, per forza di cose, per sfinimento. Si può andare per ordine, sebbene per ordine sparso.

Andare al Sziget con un accredito stampa equivale a meno di niente, non fosse che permette l’accesso a dei bagni chimici decenti, che di seguito chiameremo i chemical brothers (non sono sempre in due?), cosa che assume un’importanza capitale dopo neanche due secondi dall’accesso all’isola, giusto per ricordare all’essere umano senziente che si eleva al di sopra della bestia il concetto di first things first. L’inglese, infatti, unico povero strumento nella sacca del campeggiatore non magiaro, si rivela presto essere un optional, una frustrante falsa promessa di comprensione universale che su queste lande infangate ha ben poca presa. Presente i francesi a Parigi? Gli ungheresi hanno più o meno la stessa sensibilità verso gli utenti della lingua d’Albione, strapazzata in diverse scale di utilizzo da italiani, olandesi, tedeschi, francesi, cechi, sloveni, croati, e dai legittimi australiani, inglesi e americani che impestano il lembo di terra circondato di Danubio in questo strappo d’estate. Ovvero quasi zero. L’ungherese, del resto, è inaccessibile ai più, fritto misto ungro-finnico zeppo d’accenti indecifrabili ai più.

Immagine articolo Fucine MuteOttenere il pass è la prima prova di resistenza da superare. Ci vogliono due giorni di code, contatti con diversi livelli di importanza dell’organigramma dirigenziale, andirivieni infiniti da un container all’altro. Per poi finire da capo a dodici, alla stessa persona che settimane prima ti ha mandato una mail di conferma comodamente sul tuo computer. Alla fine, è quasi un bene, cominci a dare una faccia alle persone, un soprannome, a darti dei riferimenti. Fra fotografi e giornalisti, il passa parola è incessante: l’organizzazione del main stage è un disastro, tutti gli altri palchi, invece, sono a conduzione familiare. Basta avvicinare lo stage manager, un figuro generalmente assimilabile fisicamente al tipo di musica che caratterizza il palco, un po’ come accade coi cani e i loro padroni, per dire. E lui, perché si tratta, ahimé, sempre e soltanto di un lui, ti apre le porte del paradiso. Senza eccezioni, a parte il megasupergiga palco principale, dove è quasi piacevole venir maltrattati o ignorati, a seconda, perché in missione per conto di un Dio minore. Se ti manda un media di seconda categoria, buona fortuna a te. Nessuno sconto, nessun favoritismo, nessuna piaggeria. Quasi piacevole, alla fine, vedere con quanto rilassato lassismo si viene sopportati dal team di addetti stampa che fanno aria nel backstage da mane a sera. Le megatroupe delle varie MTV e delle testate universali di musica sono coccolate e introdotte, il resto della marmaglia è lasciata a se stessa in una gara a chi si sbatte di più per ottenere una mini-intervista, una notizia quale che sia diffusa in una lingua conosciuta agli outsider, uno straccio di dritta qualsiasi per procacciarsi la pagnotta. Insomma, l’eden del freelance combattente. L’inferno delle testate timide. La dica lunga il soprannome giustamente guadagnato dall’addetta stampa di riferimento per noi moschini dell’informazione, Miss /send me an e-mail/, la quale, piuttosto che sprecare due minuti due del suo impagabile tempo a concordare con te di persona una possibile intervista con qualcuno del gotha calcante le assi del main stage, ti costringe ad ore di coda, lei presente, nel mini container dove ben sei dico sei computer sono a disposizione di centinaia di scribacchini e fotografi, per aprire il tuo account di posta e vedere se ha, per caso, considerato la tua assurda richiesta. Con un indirizzo e-mail che contiene la parola virago, del resto, cos’altro aspettarsi, dico io, e non solo.

In compenso, sperticate lodi vanno attribuite a due delle squadre senza le quali un festival degno di tale nome non potrebbe esistere, il catering tutto e la security. Gli addetti a cibarie e bevande brillano da un lato per l’assoluto analfabetismo di partenza che riguarda qualsiasi idioma che non sia l’ungherese stretto, ma dall’altro si distinguono per la simpatia e la spropositata gentilezza, tipica di chi ha da gestire cose di siffatta importanza quali le sostanze necessarie al benessere psicofisico e sensoriale dei poveri tartassati nell’udito da decibel crudeli, ineludibili in qualsivoglia tratto d’isola. Gli uomini lupo, da parte loro, sono disponibili e cortesi, seppure all’apparenza mastodontici e ingrugniti, insperati alleati nella ricerca di informazioni e contatti, e incredibilmente grati a chi facesse lo sforzo di salutarli ad ogni passaggio. Organizzati senza sembrare dominati da alcuna autorità suprema. Impeccabili persino nei momenti critici d’invasioni di palco o scalate di transenne. Ci è giunta una sola reprimenda ai loro danni, pare che un inviato RAI sia stato malamente respinto per la photo session dei Radiohead, e apostrofato con le peggiori invettive, ma osiamo azzardare che si sia trattato di un incazzoso stage manager o di uno dei soliti addetti stampa inopportuni, piuttosto che degli amabili bulldog da noi osservati durante la settimana.

Immagine articolo Fucine MuteI chilometri scarpinati da un palco all’altro, da un cesso a una doccia, e indietro fino alla tenda, sono incalcolabili, specie per chi non ha valutato l’esatto calibro delle scarpe da portarsi appresso. Le annate precedenti hanno insegnato a molti degli stand presenti a prevedere un buono stock di stivali di gomma dai colori e dalle fogge più varie e accattivanti, pare che l’edizione 2005 in particolare sia stata un bagno di fango dal giorno zero in poi. Quest’anno è andata meglio, a parte il pericolo costante di svegliarsi la mattina dentro una tenda-battello in balìa della piena del Danubio, piuttosto incombente. La tenda, a dire il vero, è l’unico modo sensato per vivere Sziget al meglio. Per sette giorni si è dentro la bolla dell’isola, un pianeta a sé stante, un buco di tempo dedicato e fluttuante, un mondo ricreato alla signore delle mosche in una giungla di suoni. Meglio non resistere, non opporsi, non cercare di mantenere il controllo, lasciarsi andare e vagare acchiappando quello che passa accanto, ché qualcosa passa, di continuo, da un palco all’altro. Un gruppo di teatranti con spade di fuoco e grancasse, una brass band, uno stuolo di birimbao in divisa gialla e verde, una performance di danza con annessa sfilata di moda, gli onnipresenti giocolieri, un’installazione improvvisata scolpita nella sabbia di un capellone con erezione mastodontica, un percorso degno di Nürbungring fatto di cicche, cartine di snack, banconote, tappi ed altre minuterie, una torre di lattine di birra, un tipo che gira proponendo un cartello con su scritto “single”, una coppia che si fa immortalare simulando il fist-fucking, uno zainetto che dice “follow me jesus” sopra un notevole culo fasciato a dovere, un bellissimo travestito paludato come neanche a Hollywood, reduce da una notte intensa, che balla in mezzo agli sfattoni delle otto del mattino, tutti i cadaveri che a quell’ora stanziano accasciati su qualsiasi superficie assimilabile a un cuscino, fosse pure un copertone. Tutto questo, e di più, è Sziget. Sziget è anche le infinite birre spinate, la Dreher ringrazia, i cartocci dell’onnipresente snack Mad Dog, un salsicciotto d’indefinibile sapore le cui cartine i bambini raccattano per terra per guadagnare un tiro ad un gioco di forza impossibile, il bungee jumping e il percorso di guerra, la silent discoteque con le cuffie e due canali di musica, che ognuno balla il suo, la tenda Meduza opalescente di luce e pompante musica elettronica girata dai dj più richiesti in giro e video all night long, l’immenso baraccone Coca Cola con file infinite di cui non abbiamo mai scoperto il mistero, il Civil Village con le associazioni, il volontariato, la Mental Ambulance per chi si perde di vista e non sa trovarsi, lo stand di prevenzione contro la droga, il baracchino del rabbino spiccicato allo stand di Lucy dei Peanuts, “The rabbi’s in”, viene da dire, la Marriage Tent, per chi, ispirato dall’onda festivaliera, vuole convolare a sconsiderate nozze, e moltissimo altro ancora. La musica è tutta intorno a questo ed altro, agli sconfinati accampamenti dove ci si sbizzarrisce per dare un tono alla propria tenda, bandiere nazionali, ma anche dei pirati, tavole imbandite e cartelli spudorati, “We buy dope”, dice quello di fronte alla nostra tenda, e scompare dopo due giorni, neanche a dirlo.

La musica, dicevamo. Ci si abitua subito al rimpianto costante di non poter sentire tutto, all’impegno richiesto e necessario di scegliere. Cose che non abbiamo visto e avremmo voluto: il palco Hammerworld, regno del metal pesante, dove ha suonato gente del calibro dei Cradle of Filth, Sick of it all e Fear Factory, la cui performance coincideva con i Radiohead eppure ha lasciato fuori dalla tenda centinaia di persone che li hanno solo ascoltati da lontano; il concerto di Robert Plant, il primo giorno al Pannon World Music stage, in contemporanea con i Franz Ferdinand sul palco principale, dicono che abbia prodotto meraviglie, e non si fa fatica a crederlo, con la sua nuova deriva etnica e alcuni fra i grandi immarcescibili pezzi dei Led Zeppelin; la Roma Tent, con tutti i gruppi di tradizione gipsy e rom, primi fra tutti i Kosovni Odpadki e Parno Graszt, per i quali si è urlato al miracolo; tutte le dj session più coinvolgenti, seconde solo ai deliri elettronici sentiti al Wan2, palco che invece abbiamo prediletto fra tutti come il più innovativo ed emozionante; il Bahia Stage, che ospitava gli outsider, dal punk al rap agli inclassificabili; il Port.hu Talentum stage, in massima parte band ungheresi emergenti, che abbiamo solo sfiorato durante i tragitti verso il Pannon World, e che a volte avrebbero meritato un po’ di tempo e ascolto in più; il Blues stage, ingiustamente, ma inevitabilmente, trascurato a favore di eventi di più grande risonanza, ma il blues è sempre il blues, e la stazza e l’aplomb di musicisti colti a scaricare strumenti da un van rosso fuoco, nei pochi nostri attimi di pausa sdraiati sull’erba, ce lo ha ricordato, eccome; il Rockinform, il Megadance Pop, il Pesti Est, (quasi) tutti dedicati alla musica ungherese e forse degni di maggiore attenzione; l’infinità di eventi teatrali e cinematografici, performance di danza ed arte contemporanea, tutti dolorosamente esclusi a favore dei principali attori di quest’anno.

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No need to say, avremmo voluto essere ovunque. Quello che abbiamo visto, però, può già a sufficienza spiegare cosa sia il Sziget, e perché valga la pena passare una settimana in tenda, a volte nel fango, per esserci. Il palco Wan2, come abbiamo detto, è una delle ragioni. Wan2 è una delle riviste musicali più quotate in Ungheria, il nome del palco dice tutto l’impatto delle band che ci hanno acchiappato e incantato: potenti, da ballare, da sentire dando un occhio alla luna di fuori e una snasata al sudore che corre sulle pareti dentro. Il parquet del Wan2 balla insieme ai piedi degli spettatori, non si può star fermi, quelle assi ti smuovono pure se non vuoi. Ska, punk, elettronica, il pogo e l’ambient dancing, si mescola tutto, lo stage manager ha un cappello da cowboy in testa e sta seduto fuori tutto il tempo, le luci sono basse e la security ti lascia scorrazzare sotto il palco. Roy Paci ci delizia con il suo ska ed elementi targato Trinacria, con l’amalgama di siculo, spagnolo, inglese e tromba che viaggia ormai per tutta Europa con il botto. Energia pura, in salsa alla norma. I Wir sind Helden ci investono di atmosfere alla Portishead mischiati a Chemical Brothers, non chiedete come sia possibile, le pareti del Wan2 grondano traspirazioni e sediziosi locali berlinesi, questo è quanto. I Coldcut tirano pacco, per via, ufficialmente, così come i Gomez sul palco principale, dei problemi aeroportuali e terroristici londinesi, peccato, li aspettavamo in tanti. Così, i Másfél, band ungherese potentissima, anticipano il loro set, “rock spaziale” sofisticato e ballabile, e ancora i Relax, olandesi, hip hop e rock classico in un blend particolarmente azzeccato, poi la rivelazione, gli Žagar, ungheresi con faccette da sbarbati che dai loro accrocchi tecnologici tirano fuori atmosfere rarefatte e intense da muovere il corpo e anche la testa. Ultima chicca, i Gogol Bordello, ormai famosissimi anche grazie al leader Eugene Hutz, altrimenti noto come Dj Hutz o come l’Alex di “Ogni cosa è illuminata”, film di Liv Schreiber tratto da Jonathan Safran Foer, che l’ha portato all’attenzione mondiale. L’inno dei Gogol “Start wearing purple” risuona alla fine del film, e loro, ucraini ormai stabilmente trapiantati negli Stati Uniti, sono in tour perenne, in genere con performance parallele di Eugene con djset affollatissimi nei locali negli USA e non solo. Il loro show è esplosivo, anche troppo a dire il vero, una musica che definire promiscua è poco, con risonanze folk e gipsy condite di punk ad alto tasso di adrenalina. Vero teatro, Eugene che impazza sopra le transenne, le ragazze che cambiano costume ad ogni pezzo e suonano lastre di eternite, una lingua quasi esperantesca nei testi, divertimento assicurato.

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Il pubblico ringrazia, litri di sudore buttati a seguire il ritmo talmente incessante da sfinire, se si riesce a resistere. E noi resistiamo. Di fatto, i baffoni di Hutz chiudono per noi il festival, cominciato con Glen Matlock sul palco principale alle quattro e mezzo di un mercoledì qualsiasi. Lui e i Philistines, e quale nome più azzeccato per questi dinosauri del punk rock, aprono in gran pompa, i primi sopravvissuti di una lunga serie vista qui ad Obudaj quest’anno. Il vecchio Sex Pistol ancora emana rabbia, se non proprio perfezione tecnica, un buon inizio, cui seguiranno i Therapy? che, a dire di chi li ha visti, deluderanno piuttosto. Noi vaghiamo seguendo il flusso della gente fino a sera, con l’intermezzo dei Quimby, band ungherese che, come regola vuole per le band di casa, ogni sera al Sziget occupa lo slot delle 19.45. Dimenticabili. E poi arrivano i Franz Ferdinand. Alex Kapranos ha davvero una faccia da bravo ragazzo che ha capito il trucco, la folla si contorce seguendo il loro sound beatlesiano quanto basta da accendere, leccato e sporco al tempo. Ci piacciono, anche con le loro corsette on stage, ma la terra, ahimè, non trema.

Il secondo giorno ci vede impegnati ad intervistare i Green Lizard, che suonano al posto dei III Niňo sul main stage dopo aver il giorno prima infiammato il Rockinform, e Goran Bregovic, che vediamo anche sul palco, rinunciando allo show di Jovanotti, che potremo sempre beccare in patria. Facciamo però in tempo ad ascoltare nel pomeriggio i Ministry, altro gruppo di mammuth che, incredibilmente, da una scossa al pubblico della venue principale. Durissimo metal, con un’anima e una voce, e chitarre, e trucco pesante. Bregovic, già con il buio, in bianco da capo a piedi, sormontato da una luna pienissima, regala il solito pout pourri di emozioni con fiati e corde, fa ballare un Pannon World stage gremito sulle note di matrimoni e funerali, e gela il sangue con il coro di voci bulgare, lasciandoci con un kalashnikov puntato in pancia.

Il giorno dopo si comincia con grandi speranze mal riposte, i Guru’s Jazzmatazz sono una pallida versione di quello che i Soul II Soul ci hanno regalato vent’anni fa. Seguono gli Sziami, band di casa piuttosto scialba, compreso il look del leader, inqualificabile, pallida imitazione inconsapevole di un Branduardi doc. Gli Scissor Sisters, attesissimi, mettono in piedi un grande show barocco, quasi un musical, con Ana Matronic (nomen omen, a detta di tutti “finalmente una ragazza sexy in carne”) che contralta l’irrefrenabile eunuco Jake Shears con i suoi falsetti e l’abito d’oro.

Immagine articolo Fucine Mute

E poi arriva il sabato, il giorno clou. Inizia con i Sons and Daughters, vera scoperta, grezzi ed efficaci, Siouxsie and the Banshees meets Violent Femmes, Broken Bones il pezzo migliore, tirato e lercio al punto giusto. E anche qui, una frontwoman lontana dall’anoressia, per cambiare. A seguire, un concerto fra i migliori visti al Sziget, i dEUs di Tom Barman, trascinanti e precisi, grinta e pezzi curatissimi. I belgi pestano come matti, e il pubblico risponde al fuoco, niente di meglio aspettando i Radiohead. Poi tutto sembra calmarsi, con gli ungheresi Heaven Street Seven a fare un’apertura che mai è stata data, con un hip hop che poco ha a che vedere, e forse non a caso, con quello che ci aspetta. Nel frattempo, alcune migliaia di persone si schierano a formare “la mucca più grande del mondo”, una di quelle cose inspiegabili del Sziget, magliette colorate che dall’alto disegnano il bovino. Poi ci si siede tranquilli vicino al mixer, in attesa. Durante il giorno, a guardare le casse lilla sul palco con la scritta Radiohead, non ci si credeva ancora, ma alle 21, e qualche minuto, Thom Yorke è saltato sul palco e non ha mai smesso di ondeggiare quella testa, avanti e indietro, per quelle due ore che sono sembrate al massimo 20 minuti. In mezzo, quello che non è possibile mettere giù a parole. Una sporca, sporchissima perfezione, di suoni, e blu e viola e arancio e verde, e voce, e schermi di specchi rotti riflettenti quell’occhio torto. The Bends, Amnesiac, Kid A, OK Computer, Hail to the Thief. Due pezzi, 15 step e Nude, dal nuovo misteriosissimo album. Li abbiamo sentiti tutti, ma non erano quelli, erano meglio, erano un’altra cosa, non erano. Non sappiamo come, né dove, eravamo. Scollegati, e dentro e fuori al tempo. Soli, con migliaia di persone intorno. Un buco nero durato una vita, e pochissimi istanti. Una massa di zombie, dopo, ha percorso l’isola, e si è risvegliata il giorno dopo in un limbo. Non è servito riascoltarli a casa, sul piatto, dopo. Rimane il momento, solo quello, irrecuperabile, inafferrabile. C’erano i dEUs sotto ad applaudire, ci hanno detto. E il palco, a un certo punto, ha preso a suonare da solo. Fine.

Immagine articolo Fucine Mute

The day after comincia quando, le prime birrette già sotto la cintura, ce ne stiamo a dondolare al ritmo pomeridiano dei Gentleman and the Far East Band, bravissimi, un reggae misurato e ben suonato, si balla, sorriso in bocca, guardandosi in giro. Segue Meshell Ndegéocello, con la sua band, dagli Stati Uniti. La bassista e vocalist si porta appresso la fama di bizzosa primadonna, ma regala un bel set durante il quale schianta a terra lo strumento, reo forse di non averle dato la nota giusta. Poi ci abbandoniamo al jazz, scoprendo il tendone più rilassato in assoluto, moquette e corpi sfracellati in giro, e, dopo una chiacchierata con i Simple Acoustic Trio, tre quarti della più che nota band di Tomasz Stanko, eccelso trombettista polacco, stiamo accucciati a goderci il loro concerto. Marcin Wasilewski, una volta sistemato il piano, dopo diversi interventi di uno stranito accordatore richiamato dal pasto dei giusti, contrappunta meraviglie rispondendo alle drums nervose di Michael Miskiewicz e al basso nerboruto di Slawomir Kurkiewicz. Un’altra, inaspettata, scoperta, e un accordo finale che valeva dieci concerti dei Rasmus, impegnati nel frattempo ad allietare le orde di quindicenni sulla sabbia del main stage.

Penultimo giorno, i Beatsteaks, rock classico tedesco di buona fattura, preparano la folla ai The Gathering, band olandese di gothic metal molto attesa, ma deludente, i pezzi un po’ si assomigliano tutti, e Anneke van Giersbergen, vestita come per una scampagnata, sembra tendere ai gorgheggi di Dolores O’Riordan girando così tutto un po’ in pop. Per assistere a questo splendore, perdiamo l’inizio al Pannon del concerto, attesissimo, di Tiken Jah Fakoly, che un virtuoso francese del didgeridoo ci aveva raccomandato durante il viaggio di andata, fra un soffio e l’altro, sul mitico e mistico Eurostar Carlo Goldoni. Tiken ammalia un pubblico oceanico che non riesce a fermare gambe e braccia, muove il suo corpo fasciato di rosso calciando con scarpe verdi l’ignominia di tutte le guerre che devastano la sua Africa. L’ivoregno e la sua band, insieme a due coriste matronali e potenti, gridano “Africa wants to be free”, incantando e facendo ballare tutti con un reggae corposo, carico, coinvolgente. Ancora ondeggianti sulle ginocchia, ce ne andiamo a sentire Brian Molko e i Placebo. Avete a casa i dischi, quello che fanno è niente di più e niente di meno. Molko ha una voce unica, ma non emoziona. Attaccato con la bocca al suo microfono, abbracciato alla sua Gibson come fosse un cuscino, è tutto dentro quell’aria da dandy bistrato, la musica è fredda, se pure perfetta. Bowie ha detto che i Placebo sono il suo gruppo preferito, e si capisce perché, quella patina di aristocratico distacco non può che incantarlo, lui, snob fra gli snob. Ma noi no, rivogliamo mille volte la leggera ineffabile carica inconsistenza di Thom Yorke, un distacco diverso, con un peso che solleva.
Immagine articolo Fucine MuteL’ultimo giorno si comincia con gli ennesimi fossili, i Living Colour di Vernon Reid e Corey Glover, Will Calhoun e Doug Wimbish, riuniti su un solo palco a furor di popolo (e che popolo, si mormora che Mick Jagger in persona li abbia scongiurati di tornare insieme). Suonano come sanno suonare, le hit degli anni ’90 ancora in grado di scuotere, voce chitarra basso e batteria, Reid che impazza, qualcuno dice che delusione, il pubblico del Sziget no, succhia ogni nota come fosse acqua fresca nell’afa d’agosto. Ma quello che tutti stanno aspettando è l’Iguana, che arriva e spazza via ogni cosa, altri animali preistorici sul main stage, gli Stooges panzoni e canuti, la Storia che s’impone, gli anni ’70. Certo, ma Iggy è qualcosa di più, Iggy è un animale, abbastanza schifoso di suo, come lo siamo tutti, “I’ve been dirt and I don’t give a fuck”, urla, i pantaloni abbassati a mostrare le chiappe, sempre di più man mano che i pezzi si susseguono, lancia il microfono ovunque facendo impazzire la security, fa salire sul palco i fan impazziti, si fa toccare, scappa in mezzo alle transenne a quattro zampe con la lingua di fuori perché “I wanna be your dog”, presenta la band quasi come per caso, forse è fatto o ubriaco, ma chi se ne frega, è così che ci portiamo dentro l’immagine, indelebile nonostante gli anni, la vitalità e la lussuria, il buio e la luce. Il corpo, quello dell’Iguana con la pancetta che sporge impudica e le vene sporgenti, e quei pantaloni a vita inesistente che liberano, durante l’ultimo pezzo con tempismo da star, l’inguine intero e il suo ospite illustre, per un attimo solo, prima che Iggy si allontani con la lentezza studiata che ci aspettiamo. Lasciando tutti sudati, felici, inebriati, increduli. I Prodigy, che seguono, non sono certo all’altezza. Fuggiamo dal fronte del palco per l’incombenza della folla, e le scene d’isteria non si contano, i loro suoni a questo tendono, a creare frenesia, ma l’impatto di Keith Flint e compagni non ha un decimo della forza espressiva degli Stooges e del loro guru, ci si agita, certo, ma non ci sono brividi. Dopo, è spettrale l’immediato smontare e sbaraccare che comincia subito, appena l’ultima eco di Smack my bitch up lascia le orecchie.

Immagine articolo Fucine Mute

Sziget, per quest’anno, è andato. Resta solo l’ultima passeggiata sul ponte, salutati dagli striscioni che all’ingresso recitavano “Welcome”, e in questa lividissima mattina di un 16 agosto carico di nebbia ci dicono “Good Bye”, incombenti e arancioni. Mentre su ogni lato il Danubio scorre, placido, sazio, crediamo di scorgere, la tenda e lo zaino in spalla, diretti al trenino verso Battyany Ter e la realtà di tutti i giorni, in inchiostro simpatico sotto le lettere nere, “See you next year”. Arrivederci, isola.

Il Sziget Festival nasce quattordici anni fa grazie alla genialità di Peter Muller Sziami, eclettico artista ungherese, e alle capacità organizzative di Gerendai Karoly. Insieme ad uno staff di studenti, che inizialmente contava meno di dieci persone, sono riusciti a far diventare un piccolo raduno (poco più che underground) un’importante realtà… oggi è il più grande festival d’Europa, il terzo al mondo.
Un esempio di civiltà, un’invidiabile macchina organizzativa, che riesce a gestire numeri incredibili con la massima professionalità: 7 giorni no-stop, 1000 spettacoli, 60 stages, 70.000 campeggiatori, 500.000 presenze in una settimana.

È un evento unico nel suo genere, multimediale, aperto ad ogni espressione artistica e musicale, punto d’incontro di culture e tendenze disparate. È l’unica manifestazione in cui è possibile ascoltare: pop, rock, metal, hip hop, blues, reggae, afro, world music, folk, elettronica, jazz, classica ed ogni altra sperimentazione sonora.
Il Sziget Festival è anche teatro, installazioni, mostre, danza, rassegne video e cinematografiche, sport estremi, cucina internazionale… un’immensa vetrina per artisti ed artigiani provenienti da tutto il mondo.

Contenitore dell’evento è la bellissima e verdissima isola (in ungherese “sziget”) di Obuda, che dista solo 2 km dal centro di Budapest e che per l’occasione ospita decine di migliaia di campeggiatori, trasformandosi in una vera e propria cittadina attrezzata di ogni servizio: ristoranti, pub, uffici postali, banche, change e bancomat, un ospedale da campo, aree gioco ed attività per bambini, e tantissime forme d’intrattenimento.


Fonte: szigetfestival.it


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Le foto nell’articolo sono di Giulio Donini

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  1. […] e al sito ufficiale, seppure non del tutto consapevoli del perché. Siamo stati dentro il fango al Sziget per giorni, all’Hard Rock Calling ad Hyde Park sotto il diluvio di giugno, bardati di kway e […]

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