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Cinema

Dito Montiel

Astoria, Queens, 1980’s

locandina del filmIntervista con Dito Montiel, in concorso alla 63° Mostra del Cinema di Venezia, 21° Settimana Internazionale della Critica con il suo primo lungometraggio A Guide to Recognizing Your Saints, tratto dall’omonimo romanzo scritto dallo stesso regista.

Jimmy Milanese (JM): Il tuo primo film è veramente toccante e parla di un ragazzo che prova a scappare dalla famiglia e dagli amici…

Dito Montiel (DM): Sì, è vero, ho fatto questo film, anche se amo il posto dal quale provengo. Quando ero bambino pensavo: “Certo, prima o poi devo scappare da questo postaccio”. Girando il film ho pensato a quello che mi era successo, ma anche che era una buona idea ritornare alle origini ad un certo punto della vita.

JM: Hai cercato di spiegare come sia possibile scappare da un particolare posto o condizione ad un certo punto della vita. Puoi parlare delle motivazioni che hanno definito questa scelta?

DM: Quando sei un bambino vuoi sempre scappare da qualcosa. Ho provato a fare il film da una prospettiva inversa, concentrandomi in particolare su Antonio e Monty e sulle loro esperienze personali. L´idea di fondo è del tipo: “Quello che vuoi è qui e non ha senso scappare da te stesso”. L´attore Michael Shake è sempre dilaniato dal dubbio se restare o partire, ma alla fine decide di partire e tornare nel posto in cui è nato. Ho cercato di mettere in risalto il punto di vista di Monty e Antonio, spiegando i motivi per i quali Monty non avrebbe dovuto lasciare il posto in cui è nato.

Dito MontielJM: Questo film è stato prodotto da Sting. Com’è avvenuto il contatto con lui?

DM: Robert Downey era con me fin dall’inizio e mi ha chiesto: “Perché non facciamo un film tratto dal tuo romanzo?”. Io ho subito accettato. Lui ha tirato dentro Trudy Styler e suo marito Sting (al secolo Mattew Gordon Sumner, ndr), in effetti ha coinvolto tutti e due. Tre giorni dopo avere preso questa decisione stavamo già preparando il film e loro sono stati tutto il tempo accanto a noi. Sono certo che avrebbero potuto trovare un regista più esperto di me e probabilmente sarebbe stato tutto molto più semplice. Fortunatamente avevano voglia di rischiare, così abbiamo avuto la fortuna di lavorare accanto a due persone come poche altre. Hanno creduto nel film, non mi hanno mai scaricato stando sempre con me. Questo non vuol dire che non abbiamo mai litigato, ma sono davvero grato loro per avermi concesso questa possibilità.

JM: Sul contrasto tra produttore e regista. Ti sono state date delle linee guida su come fare questo film?

DM: È stato utile il loro contributo, anche perché il libro che avevo scritto era veramente complesso da girare. Non abbiamo fatto altro che evidenziare un particolare momento del libro e girare la storia tutta attorno a questo plot. Siamo andati avanti e indietro su questo punto a partire dalla scelta del cast. Per esempio, non volevo attori professionisti nel mio film. Volevo solo bambini presi dalla strada, perché ero convinto che gli attori avrebbero potuto interpretare la storia in modo diverso dalle mie intenzioni. Comunque, ad un certo punto ho pensato che Rosario Dawson fosse perfetta per la parte di Lory. Poi però dovevamo trovare anche una giovane Lory, e non puoi immaginare quanto sia stato difficile, perché tutti sono alla ricerca di giovani teenager. Per fortuna sono entrato in contatto con Melanine Diaz.

Quando Robert Downey JR mi ha detto che sarei stato io a dirigere il film gli ho subito chiesto di accertarsi che Sting e Trudy Styler fossero veramente convinti della scelta. Quindi mi hanno chiesto di girare un breve documentario con Robert Downey JR. e se loro lo avessero apprezzato avrei iniziato immediatamente a girare un lungometraggio. Era una specie di test. Sono andato da Robert e gli ho detto che avremmo dovuto iniziare immediatamente, anche se non avevo la minima idea di cosa dovessi fare. Poi abbiamo girato un piccolo cortometraggio, siamo andati da Trudy e Sting e loro ci hanno detto che avremmo potuto iniziare immediatamente le riprese. Si deve sempre lottare nella vita. Non abbiamo mai fatto una lite con loro, ma abbiamo discusso su molte cose, tra le quali la scelta degli attori. Loro due mi hanno spinto a riscrivere una scena, anche quando non ne sentivo il bisogno e gliene sono grato. Tutte le nostre piccole lotte sono state positive e hanno migliorato il film.

scena del film

JM: Dito, sembra che tu abbia veramente sperimentato ciò che descrivi nel film. È vero o non si basa su fatti reali?

DM: No, il romanzo che ho scritto parla di altre persone che io ho conosciuto durante la mia infanzia. Per fare il film, come ho già detto, abbiamo ritagliato una parte del romanzo, abbiamo preso altre storie più o meno reali e le abbiamo mixate. Come nel film, Giuseppe salta dal treno e muore, io avevo un amico, Billy, che si è veramente suicidato buttandosi dal treno. Giuseppe è una persona reale, abita a Milano, e sta venendo a Venezia, dovrei incontrarlo tra un’ora. Antonio è stato in galera realmente, ma per altri crimini più violenti. Il vero fratello di Antonio e Giuseppe venne ucciso nel modo in cui Michael Shay muore nel film, ma Michael è vivo e vive in Inghilterra. Certo, abbiamo fatto un po’ di confusione tra realtà e fiction, ma le emozioni rappresentate sono tutte vere. Per me questa è una storia di ragazzi qualsiasi di qualunque parte del mondo, ma rimane centrale l’esperienza emotiva di questi bambini.

JM: Questa storia diacronica è interpretata da un cast strabiliante, basti pensare a Robert Downey JR., Rosario Dawson e Channing Tatum. Come è stato lavorare con questi attori sanguigni? Hai dovuto tenerli sotto controllo, vista la loro attitudine alla recitazione passionale ed emotiva?

DM: È stata una combinazione di entrambi i fattori. Sarebbe stato meglio dire loro: “Andate e fate quello che volete”, perché hanno molto talento. Ad esempio, c’è una particolare scena nel bagno tra il padre e il figlio in cui gli attori si sono immedesimati a tal punto da aggredirsi veramente, tanto che presi paura per le loro grida. Alle volte l’ho apprezzato, ma spesso ho dovuto chieder loro di essere più tranquilli e rilassati, anche se avrebbero voluto dare in escandescenza.
Gli ho chiesto di interpretare la versione più cruenta, ma allo stesso tempo di fare come dicevo io. Alla fine abbiamo scelto le scene nelle quali davano il massimo della loro indole violenta. Ad ogni modo, spesso va bene esagerare, altre volte è meglio fare un passo indietro così da far procedere il film.
Sono stati diretti in modo particolare (spesso urlavo: “Uccidilo, uccidilo!”), ad un certo punto si sono sbattuti contro il muro, e la scena è rimasta nel film. È stato un grande momento di recitazione, da parte di attori veramente talentuosi. Anche i ragazzi presi dalla strada sono stati magnifici. In conclusione, secondo me quando fai un film non ti è possibile tenere tutto sotto controllo, soprattutto se lo fai per passione e divertimento, e non come lavoro meccanico. Controllare e giudicare ossessivamente tutto quel che fai rende il lavoro noioso.

scena del film con Robert Downey JR

JM: La prossima domanda è riservata ai pochissimi professionisti che dirigono un film basato su un loro romanzo. Qual è la differenza tra scrivere e girare un film?

DM: In un certo senso sono due esperienze simili, ma al tempo stesso distanti. Quando scrivi, indipendentemente da quello che scrivi — se una scena per Sofia Loren o chicchessia —, nel momento in cui crei un personaggio, accade un fatto strano: è come se lo si annullasse a causa dei limiti che gli si impone. Inoltre ci sono delle reali differenze tra il narrare di un personaggio che senti vicino, che hai conosciuto veramente o di uno che stai inventando in quel preciso istante. Ad esempio, per quando riguarda il personaggio di Antonio all’età di cinque anni, avrei dovuto trovare un ragazzino di Napoli, ma uno scugnizzo negli Stati Uniti non esiste. L’Antonio ormai adulto è interpretato da Channing Tatum, che interpreta se stesso: un ragazzo dell’Alabama estremamente confuso e spaesato.
Ad un certo punto temevo che in questo modo avrei sbagliato tutto e mi chiedevo se questo mix pazzesco avrebbe mai retto di fronte al pubblico. Infatti, ho cambiato molto del personaggio romanzesco, rendendolo più riflessivo rispetto ad uno scugnizzo napoletano. Certo, quando scrivi hai la possibilità di far dire alle persone quello che vuoi e nel modo in cui preferisci: l’obiettivo è trasmettere al lettore ciò che è importante per te. Quando devi girare una scena con un attore reale le cose cambiano, ti affidi alle sue capacità, pensando alla reazione degli spettatori di fronte alla sua interpretazione piuttosto che ad un’altra. Per questo nella sceneggiatura filmica non hai bisogno di tutto il romanzo, nel corso della realizzazione sul set scopri cose, emozioni e particolari dei quali non potevi renderti conto in fase di scrittura. Questa è la magia della trasposizione filmica di qualsiasi sceneggiatura.

Dito Montiel

JM: Parliamo della distribuzione. Pensi che il tuo sia un film per gli Stati Uniti o per l’Europa? Hai qualche particolare aspettativa?

DM: A quanto ne so il film uscirà il 29 settembre negli USA, e pochi minuti prima di questa intervista abbiamo venduto i diritti in Italia e in Gran Bretagna. Sono veramente contento per questo. Quando scrissi il mio romanzo incontrai Carlos Squaron, un grande scrittore secondo me, che lesse la mia opera e mi raccontò di aver incontrato un Giuseppe a Mexico City: erano cresciuti insieme. Questo commento mi riempì di orgoglio, perché non mi importa che la mia storia fosse tipica newyorchese. Io amo New York. Ma capisco e amo un film come Brokeback Mountain, anche se non sono un cowboy omosessuale. La mia storia parla di un ragazzo che potrebbe vivere ovunque, per esempio in Jugoslavia. In ogni posto del mondo qualcuno potrebbe dire: “Io conosco Antonio”. Questo mi farebbe veramente sentire bene, perché è l’essenza del fare cinema. Ad uno spettatore non importa del tuo punto di vista, ma gli interessa ciò che vede nella pellicola.

locandina del filmJM: Hai progetti per il futuro?

DM: Ho un libro in uscita a febbraio The Clapper. È una storia di un ragazzo che per mestiere applaude nei programmi televisivi. In America ci sono programmi TV talmente brutti ai quali nessuno andrebbe, per questo ti pagano quaranta dollari per applaudire a comando, per indurre lo spettatore ad apprezzare ciò che vede…

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