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Cinema

Anita Kravos

Stregate dalla solitudine

Fucine mute incontra Anita Kravos e Karolina Dafne Porcari, protagoniste di Come l’ombra. film di Marina Spada in concorso a Venezia nella sezione Giornate degli autori.

scena del film

Tommaso Caroni (TC): Volevo sapere innanzitutto come siete venute a conoscenza del progetto, la regista vi ha scelto personalmente o se siete passate attraverso dei casting?

Anita Kravos (AK): Io avevo avuto l’informazione da due amici che avevano visto l’appello su internet, dato che cercavano in particolare una ragazza slava e avendo interpretato in Saimir, di Francesco Munzi, una prostituta russa ho deciso di andare al provino. Il giorno dell’audizione, dopo molti casting che avevano fatto, le ultime in fila eravamo io e Dafne. Marina li per lì mi ha fatto fare il ruolo della protagonista, provando insieme a Dafne che invece faceva la ragazza slava, ruolo per il quale mi ero presentata. Il fato ha voluto che ci prendessero entrambe, perché come accoppiata la regista ci ha trovato subito molto affiatate.

Karolina Dafne Porcari (KDP): Io l’ho saputo mentre ero a Varsavia, visto che vivo e lavoro prevalentemente lì. Un mio amico produttore ha sentito questa notizia e mi ha detto di tornare per il casting, dove c’era un ruolo per il quale a suo dire io ero perfetta. Sono stata invitata ai provini dopo aver dato un po’ di fotografie su di me e lì ho incontrato Anita, con lei ho fatto la prova grazie alla quale siamo state scelte entrambe.

TC: Questo film immagino sia stato molto difficile da affrontare per un attore, vista la regia minimale e non essendoci praticamente musica. Sapevate che stile e che impostazione avrebbe dato la regista alla pellicola? Con pochi movimenti di macchina e su una sceneggiatura molto scarna eravate un po’ spaventate?

AK: Quando Marina mi aveva parlato di queste inquadrature, dello sguardo indipendentemente dalla macchina, avevo fatto molta difficoltà a capire cosa volesse, perché un film così è raro a vedersi. È stato molto difficile entrare all’interno di questo luogo, di questa città che fa paura, che sembra inverosimile, ma è naturalmente semplice che la città faccia paura se la si percepisce come qualcosa di esterno, di estraneo, come qualcuno chi ti entra in casa. È stato quindi uno studio sì difficile, ma che mi ha dato molta soddisfazione. La tematica in sé l’ho sentita vicina in quando anche io ho provenienze slave, mia mamma è slovena e mio papà è italiano ed io ho studiato a Mosca. Comunque ci sono stati molti incontri con Marina per capire come lavorare sul personaggio.

Anita Kravos

KDP: Io in realtà sapevo meno dello stile del film, però quando ho ricevuto la sceneggiatura ho intuito quale sarebbe stata la forma conclusiva. Quando sono iniziate le riprese e abbiamo incominciato a parlare dei personaggi abbiamo avuto la possibilità di avvicinarci a questo tipo di tematica.
Io sono vissuta due anni e mezzo a Milano e questa esperienza mi ha fatto capire che cosa sarebbe uscito fuori dal film, perché Milano non è una città semplice né per una ucraina né per una italiana. Per cui io che ci ho vissuto da italo polacca ho avvertito tutte le tematiche di cui tratta Come l’ombra e che Marina ha voluto tirare fuori.

AK: Una cosa che volevo aggiungere è che abbiamo fatto molte prove prima di girare, addirittura dieci giorni, e questo è un aspetto piuttosto raro nel cinema italiano. Anche con il coprotagonista del film, l’attore Paolo Pierobon, abbiamo lavorato molto sulle scene prima di girare, questo devo dire è un merito che riconosco alla produzione e alla regia.

TC: Pensate che avere delle giornate di prova possano far sì che il rapporto con il personaggio interpretato si fortifichi tanto da permetterti di fare un passo in avanti, di conoscersi meglio e di poter metterci qualcosa di proprio dentro? Nei vostri ruoli, che avete dovuto spogliare molto di voi stesse, che cosa avete aggiunto?

AK: Nella storia del mio personaggio la solitudine è protagonista ed io ho cercato di fare mio questo rapporto con l’attesa, che è soverchiante rispetto agli avvenimenti. La relazione con il futuro e con quello che già hai e che solo dopo la mancanza della persona incontrata riesci a comprendere, penso sia un tema comune a molte persone non solo a me. Questa è stata la linea essenziale che non ho potuto togliere nell’incontro tra me e il personaggio.

KDP: è una domanda difficile perché va a recuperare le radici del personaggio e l’approccio del lavoro dell’attore. Io in parte ho adottato il metodo che mi è stato insegnato alla scuola di arte drammatica di Cracovia, dove ho studiato, metodo basato molto sul monologo interiore, sullo sviluppo del cosiddetto paesaggio emozionale del personaggio e questo sicuramente mi ha aiutato molto. Ovviamente ciò che poi è alla base del personaggio è legato alla sensibilità dell’attore, il bagaglio che ognuno di noi ha dentro di sé. Sono anche stata aiutata da un’ucraina che vive a Milano da una decina di anni nel lavoro sull’accento ucraino, questo mi ha aiutato a trovare un approccio diretto con il mio personaggio, perché anche se è vero che io sono italo polacca e ho un’idea di che cosa significhi essere una persona dei paesi dell’est, la Polonia è diversa dall’Ucraina.

scena del film con Karolina Dafne Porcari

TC: Visto che il film lascia dei vuoti, la regista ha detto che ognuno colma i vuoti come vuole. A me personalmente ha trasmesso l’idea del superamento della solitudine, alla fine la protagonista compie finalmente quel viaggio che nel corso della storia non era mai riuscita a fare. Questa storia come va a finire secondo voi? Ha chi telefona Olga durante il film, e che fine fa? Voi vi siete poste un “oltre la sceneggiatura”?

KDP: Hai due possibilità: la risposta da attrice che ha visto il film o la risposta da attrice che ha fatto il film e conosce tutta la “backstoria”.

TC: La seconda?

KDP: La seconda non la posso dire.

TC: Be’, allora la prima…

KDP: Anche questa domanda è difficile, per me è quasi impossibile avere un occhio neutrale, visto che ci ho recitato nel film e conosco tutti i retroscena. Anche facendo uno sforzo non riesco perché è come se dovessi dimenticare la mia infanzia.

AK: Io penso che quella partenza significhi in qualche modo l’accettazione di questa solitudine, lei rimane sola, si accorge di essere ancora più sola di quando ha incontrato l’ospite, e questa partenza mi sembra una definizione forte di sé, l’accettazione di questa solitudine come stato naturale dell’uomo. Sembra che questo film racconti la presa di coscienza di questo stato, e secondo me il finale è molto positivo.

scena del film con Anita Kravos

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