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Cinema

Jacqueline Raynal

Una donna, due volte

Tra i protagonisti del Festival Internazionale del Cinema e della Arti — I mille occhi, insieme al collega regista Patrick Deval, Jacqueline Raynal è un personaggio tutto da scoprire: attrice, ma soprattutto montatrice, è stata una delle anime di Zanzibar, gruppo d’artisti sorto a Parigi sul finire degli anni Sessanta e legato agli ambienti della pittura, delle arti visive e alla filosofia di George Bataille e Gilles Deleuze.
Nel 1968, Jacqueline Raynal realizza, in una sola settimana e senza una sceneggiatura precisa, il suo lungometraggio d’esordio Deux fois che viene meritatamente premiato al Festival di Hyéres. Il film riflette la sensibilità dell’arte concettuale e minimale che nasceva in quel momento e si sviluppava soprattutto a New York, dove Jacqueline Raynal sceglierà successivamente di stabilirsi.

Jacqueline Raynal

Sarah Gherbitz (SG): Deux fois è il primo tentativo di una donna europea di mettere i suoi sogni in immagini, proprio come sappiamo hanno sempre fatto Bergman, Fellini e Bunuel. A distanza di anni, che cosa le è rimasto di quell’esperienza?

Jacqueline Raynal (JR): Lavoravo come montatrice, in seguito incontrai Sylvine Boissonas, la produttrice dei film Zanzibar, mi disse che se volevo girare un film me lo avrebbe prodotto. Agivamo in libertà, non dovevo preoccuparmi della sceneggiatura, di scegliere attori famosi. Mi sembrava già un’opportunità fare un film per me, secondo le mie scelte. Inoltre risultò bene, in quanto realizzare ciò che si vuole è un’occasione per aprirsi, provare cose nuove. Scelsi il titolo Deux fois (Due volte, ndr) perché a noi donne ci raccontano sempre quel tipo di favole che iniziano con “C’era una volta…” e poi terminano con il classico “…e vissero felici e contenti”. È un film realizzato con la spontaneità del 1968, che per me era un momento speciale.
Ho lavorato al montaggio con i registi della nouvelle vague, Claude Chabrol, Godard, e tutti questi grandi personaggi… Quindi, avendo imparato tante cose riguardanti la tecnica, mi sentivo ormai pronta per continuare da sola e raggiungere i miei obiettivi. Ormai è passato un sacco di tempo da questo film, ma rivedendolo credo, spero, suggerisca ancora quella sensazione di poter realizzare cose nuove, mai fatte fino a quel momento. In un certo senso partire con un finanziamento a disposizione consente di fare ciò che si vuole, di essere un artista che lavora da indipendente, con tanto tempo a disposizione, libertà di pensiero, nessuno intorno che ti impone di lavorare con grandi star o di uscire con il film su tanti schermi per incassare al box-office.

Jean RouchSG: In seguito la critica americana, in particolare la rivista Camera Obscura, considerò Deux fois il primo film femminista di quegli anni, per come racconta la negazione della donna-oggetto e la sua conseguente trasformazione in soggetto dello sguardo. Si riconosce in questo tipo di giudizio?

JR: Direi che non sono proprio femminista… interpreto la parte di una donna, e il soggetto si sviluppa con un linguaggio estremo, da femminista.
Molti critici dissero che in Deux fois risaltava il mio bisogno di esprimermi “urlando”… volevo esprimere qualcosa di me stessa, in un film dove sono presenti soltanto due uomini, un cameraman e un attore. Sentirsi definire “femminista” rappresenta sempre un problema per me, perché non sopporto le etichette. Mia madre era una suffragetta, mio padre un partigiano e comunista, in famiglia eravamo tutti orientati politicamente, ma io ho sempre avuto la fortuna di essere libera di fare ciò che volevo, senza sentire mai la paura di essere giudicata. Il film suscitò giudizi severi, anzi, per qualcuno fu proprio scioccante vedere questi piani-sequenza dove uso il linguaggio del corpo e appaio nuda, ma non ti dico nient’altro perché lo devi vedere!

Merce CunninghamSG: Durante il festival abbiamo visto anche il suo cortometraggio Merce Cunningham (danzatore e coreografo americano, ndr) anticipa fortemente il suo interesse per la danza contemporanea…

JR: Ho sempre ballato, ho avuto la fortuna di studiare danza con due insegnanti russi per otto anni! Ho imparato un sacco di cose sulla danza contemporanea, su Merce Cunningham, su Martha Graham, perché Merce viene dalla scuola di Martha Graham, e quando sentivo parlare di loro, delle cose che facevano, non ci credevo! Avevo vent’anni quando girai questo cortometraggio, Cunningham era a Parigi perché doveva fare uno spettacolo con Robert Rauschenberg e John Cage, e il suo modo di ballare era assolutamente fantastico. Inoltre quando vivevo a New York conobbi Yvonne Rainer, un’importante filmaker, ma anche una coreografa, e nei suoi film si riflette questo legame.
Penso che quando fai dei film bisogna esplorare tutte le possibilità di espressione del linguaggio del corpo. Mi piace la tua videocamera perché è portatile, ma per questo lavoro ho girato con la macchina a spalla, e per riprendere dovevo muovermi seguendo le movenze dei ballerini.
Non capita spesso di trovare in una volta sola una tale combinazione di grandi personaggi, la musica di John Cage, le scenografie e i costumi di Rauschenberg, Cunningham e Viola Farber (altra coreografa di danza contemporanea, ndr): lei è quella che si contorce tutto il tempo, è fantastica. In relazione ai miei film il linguaggio del corpo è sicuramente fondamentale!

Jacqueline Raynal

SG: Prossimi progetti? La vedremo ancora regista?

JR: Il mio prossimo film è sui miei genitori, realizzato come un home movie. Mi sentivo un po’ spaesata, perché ho vissuto molti anni negli Stati Uniti dove lavoravo, prima di tornare in Francia. Questo film è un modo per ritrovare le mie radici francesi, ripercorrere quello che successe a me ed alla mia famiglia durante la seconda guerra mondiale, io sono nata nel 1940, proprio nel bel mezzo della guerra. Mio padre era un partigiano, anche mia madre… li ho ripresi per vent’anni ed ora che non ci sono più vorrei mostrare agli altri questi ricordi. Loro riuscivano ad essere interessanti anche essendo persone comuni, degli insegnanti; ma sto incontrando grosse difficoltà a finirlo perché talvolta cado in conflitto con me stessa! Da una parte mi sento libera di far ciò che mi piace, ma dall’altra bisogna contemporaneamente trovare un produttore, farsi pubblicità frequentando i festival e gli eventi culturali…
Sto imparando a usare la videocamera digitale per il montaggio, e per me è molto difficile; io appartengo alla vecchia scuola, e talvolta mi sento come un vecchio guidatore che cerca d’imparare ad andare in bicicletta con il cambio automatico, mi sento confusa e non sempre so bene quale direzione prendere.
Ora ho degli amici più giovani, facciamo un gruppo a Parigi che si chiama Collettivo per il Cinema Giovane e loro mi insegnano tutto! Sono una vecchia regista, ma mi piace imparare dai ragazzi, per non sembrare troppo patriarcale, o si dice matriarcale? Sono fuori dal giro, ma allo stesso tempo voglio continuare a fare dei film, perché è il mio mestiere.

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