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Cinema

Myriam Mézières

Vivere in carne e sogni

Myriam MezieresLarisa Sepitko, Jacqueline Raynal, Myriam Mèziéres. Poker d’assi al femminile per l’edizione 2006 di I mille occhi, festival di ricerca percorso in tutte le sue “sezioni” da un’attenzione viscerale per gli autori di film spesso invisibili, di capolavori tardivamente riconosciuti, finora relegati dalla produzione mainstream ad un ruolo più che marginale.
“Voglio smettere di essere un’illusione che trema alla velocità di 24 immagini al secondo. Non ho un minuto da perdere per vivere, vivere in carne ed ossa, vivere in carne e sogni” così dice l’attrice Myriam Mézières, ospite del festival I mille occhi con lo spettacolo Amour fou, quasi un appello alla sensibilità degli spettatori, volto a denunciare il superficiale mondo dello star system, dove basta indossare un determinato paio di scarpe per essere “diva”, e dove oggi tende ad affermarsi sempre più un prototipo di bellezza femminile ispirato alle fattezze delle bambole di plastica, fabbricate in serie e facilmente confondibili le une con le altre.

Sarah Gherbitz (SG): Lei ha lavorato per registi affermati come Zulawski, Lelouch, Tanner, solo per citarne alcuni… poi ha esordito come sceneggiatrice. Come si è sviluppato il suo interesse per questo campo?

Myriam Mezieres (MM): Per me viene prima di tutto il mio mestiere di attrice, per la spontaneità, la capacità di intuire e di far uscire la verità che ne deriva. Secondo la mia opinione, chi ha questa sensibilità e viene diretta dal regista giusto, può fare bene l’attrice.
Ho iniziato molto giovane come attrice classica con il regista svizzero Alain Tanner. Un giorno gli dissi che mi consideravo un’attrice ambulante, per la mia storia personale e per la mia immaginazione. Rivedendoci due o tre mesi dopo, Tanner mi disse: “Myriam, quello che mi hai detto sull’attrice ambulante… è arrivato il momento di dimostrarlo in termini artistici, perché vorrei che tu scrivessi la sceneggiatura per il mio prossimo film, traendo spunto dalla tua storia vissuta”, in quel periodo stavamo preparando il film Une flamme dans mon coeur, e così scrissi insieme a lui la sceneggiatura intorno alla figura di un’attrice, appunto, senza fissa dimora.
Dopo quest’esperienza Tanner mi chiese di continuare, perché durante la lavorazione gli avevo parlato di due storie abbastanza autobiografiche, di cui scegliemmo una per realizzare Une flamme dans mon coeur. Più tardi Tanner si ricordò dell’altra storia, e questa volta scrissi da sola la sceneggiatura di Le journal de Lady M.
Alla fine, con Tanner ho fatto anche Fleurs de sang, dove ho recitato e firmato la sceneggiatura, ma questa volta ho partecipato pure come regista. Adesso spero di poter dirigere il mio film!

Fleurs de sangSG: Da dove trae ispirazione per le sue storie?

MM: La cosa che mi sembra più importante del mio lavoro è quella che io chiamo il concepto.
Senza concepto non puoi immaginare niente, né in termini letterario-drammatici, né in termini d’immagine. Certo, durante gli anni ho raccolto in un piccolo diario da un lato la mia storia personale di ogni giorno, e dall’altro immagini e cenni di vita reale che voglio ricordare. Ma senza concepto per me non esiste niente. Per me la nozione di concepto corrisponde a quella che è l’intuizione o la riflessione della forma della storia. Per esempio, per scrivere Fleurs de sang ho creduto che le scene di sesso non fossero tanto interessanti, ormai tutti i giornali sono pieni di questo tipo di messaggi… Ciò che è interessante di questa storia per me è la vendetta incosciente di una ragazza verso gli uomini che hanno molestato sua madre. Vale a dire, come il destino e la storia vissuta di una madre possa influire sulla vita della figlia. Ed è proprio a partire da questo, ciò che io chiamo concepto, che poi si sviluppa la scena, l’intreccio, il trattamento… (perdonami per il mio italiano, è così brutto!).
Su questo film, un giornalista ha scritto che le figlie obbediscono più ai divieti che agli insegnamenti dati dalla madre!

SG: Durante il festival abbiamo visto anche Cuídate de mí, dove lei è diretta dal regista spagnolo Javier de La Torre, regista anche dello spettacolo Amour fou. Com’è iniziata la vostra collaborazione?

MM: Il mio rapporto con la Spagna è recente, risale soltanto agli ultimi dieci anni. Avevo recitato in diversi teatri della Spagna, ma a questo tipo di spettacoli, in cui rientra anche L’amour fou, che seguono un percorso preciso, ci sono arrivata dopo il film Le journal de Lady M., che abbiamo girato in gran parte in Catalogna. In questo film interpretavo la cantante di una band femminile che si chiamava Las Lady M. Molto spesso il pubblico crede che quel che avviene sullo schermo corrisponde alla realtà, cosicché in molti credevano che io cantassi veramente con questo gruppo! Subito dopo un teatro di Barcellona mi chiese di realizzare uno spettacolo simile a quello rappresentato nel film, così pensai di prolungare in carne e ossa quello che la gente sullo schermo vede in carne e… sogno. Ma il teatro era molto piccolo e con le altre donne non mi piaceva fare le prove. Quindi, ho pensato di realizzare uno spettacolo che fosse piuttosto una riflessione fatta in maniera ludica sull’immagine carnale, una riflessione sul corpo della donna, e quindi anche sull’animo femminile.
Si tratta di uno spettacolo che si basa principalmente sulla musica, con testi che parlano dell’amore e della donna, ma in maniera divertente. Certo, è possibile che qualche sera ci sarà da improvvisare per incuriosire, e se il pubblico sarà più introverso il testo originale perderà importanza, anche perché, se si parla della donna, del suo corpo e della sua anima, ritengo che risulti naturale “mostrare”. Così in Spagna questo tipo di spettacolo viene etichettato come cabaret erotico, anche se credo non sia da confondere con l’immagine dell’erotismo come viene comunemente intesa. Un’immagine dove domina lo stereotipo della compagnia di uomini che vanno alle partite di calcio, poi a bere la birra e commentano tra loro dandosi grandi pacche sulle spalle! Spero che il tipo di erotismo che propongo con il mio spettacolo Amour fou non coinvolga soltanto i sensi, ma arrivi a toccare il cuore, l’animo… insomma, spero che riesca a suscitare un’emozione estetica.

Myriam Mezieres

SG: Nei suoi programmi c’è anche un progetto di regia cinematografica. Di che cosa si tratta?

MM: Ho in cantiere un film tratto da un romanzo della scrittrice Asa Lanova, s’intitola Le coeur tatoué e credo contenga parecchi riferimenti autobiografici di questa scrittrice svizzera, che ha trascorso molti anni in Egitto ed è un’ex ballerina di Maurice Bejart.
Il romanzo racconta la storia di una donna che s’innamora di un giovane operaio in Egitto, e per sedurlo pian piano indossa il velo, si converte alla religione islamica ed infine va in pellegrinaggio a La Mecca; è una storia molto intensa, ma non è un manifesto in favore dell’Islam! Certo, questo è il riassunto a grandi linee, ma quello che mi ha colpito molto è che mi rimanda alle mie origini, perché mio padre era egiziano. Anche se per poco, io appartengo al mondo occidentale, soprattutto per la mia formazione e in Egitto sono una straniera, ma non totalmente, mi sento una mezza straniera. Ciò che mi piace di più di questa storia è la ricerca di questa donna per l’assoluto: l’assoluto inteso sia in termini di amore, ma anche in termini culturali.
Credo che la condizione delle donne in Egitto non si possa invidiare, ma è un dato di fatto che nel mondo occidentale il sentimento dell’assoluto è andato perso.

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